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Racconto di Lucia Marcone

(Prima pubblicazione – 18 marzo 2020)

 

Bisogna aver pazienza, non esercitare la ragione. Bisogna spingere le radici più in profondità, non scuotere i rami.

  1. Hesse

 

Un proverbio indiano recita che ci sono sempre mille soli al di là delle nuvole. Oggi sono mille le voci, monito all’insegnamento di comportamenti responsabili, in questo tempo di mortiferi problemi sanitari. Mille sono i morti che ha fatto fino ad oggi il coronavirus.  Mille sono le follie della mia povera e disperata dirimpettaia. Si chiama Barbara detta Barbuccia.  Avrà settant’anni, è debole di udito per cui il volume del suo televisore mi fa comprendere le trasmissioni da lei amate e apprezzate: Beautiful, Uomini e Donne e tante altre che raccontano sé stessa e ciò che lei ama di più nel suo semplice quotidiano. Ma giorni addietro credo abbia incontrato un telegiornale, forse si è soffermata e ha compreso cosa sta succedendo in questo mondo. L’ho sentita urlare e chiamare suo marito che non so da che parte fosse dentro casa…. Forse nello scantinato a ciabattare con le cose da ordinare.  Lui si chiama Vincenzo ma lei lo appella Mingè.

–Mingè – urla e comprendo che ha raggiunto il terrazzo. – Minge…. Mingenzo vieni a sentire… vieni c’è il viruus (accento lungo sopra la “u”… implorato, lamentato). Vincenzo ricompare come un lampo e cerca di capire. Si sono incollati al televisore con la porta spalancata, come in posizione di fuggire, come se la bestia potesse uscire dal televisore.  Mi chiama con un urlo straziante colmo di disagio e mi chiede se è vero. Le dico che è vero che sono giorni che siamo dentro la triste verità, è lei che non sa. – E che sa’ha da fà? – Mi chiede Barbara che con le mani  quasi si strappa i capelli. Le dico di fare le cose di sempre, rispettare l’igiene e non uscire di casa. La parola “igiene” le fa sgranare gli occhi; comprendo che non ha compreso…! Le spiego allora che igiene vuol dire pulire… pulizia, anche personale.

Le storie d’amore sono state scordate per la Barbara e Vincenzo,

c’è il viruus, la malattia incombente. E i telegiornali li hanno impietosamente catturati, avviluppati davanti allo schermo.

-Minge dobbiamo pulire… luviruus, come si fa co sto viruus…! Caccia il frigo sul terrazzo che per prima viene spruzzato di acqua col sifone, poi lo passa con un panno intriso di aceto.  Fuori anche

le pentole di rame, le sedie, il divano e tutto viene lavato come al lavaggio per auto. La Barbara follemente, disperatamente, butta al pattume le collane di aglio e cipolle appese al muro, fuori sul suo terrazzo, perché il viruus secondo lei sta nell’aria.

E’ diventata seria, nervosa e quasi non respira per l’ansia: deve andare dal medico, deve fare un poco di spesa, comprare il mangiare per le galline, lei si fa il pane in casa, deve acquistare lievito e farina. Capisco che alla povera Barbara è crollata la vita sul collo e le ha mozzato le gambe. -Come si fa…?

È la sua domanda di questi giorni neri. Decide, dopo la consapevolezza, la certezza che non si scherza col virus, di mandare Vincenzo a fare la spesa. Vincenzo ha una piccola utilitaria che tiene parcheggiata in cima alla salita e dato che il vicolo è stretto non si arriva davanti casa. Ritorna Vincenzo con la macchinuccia che trabocca di cibo e di cose. Le cose sono tante da trascinare in casa… allora al poveruomo viene in mente di cercare la vecchia cara carriola di legno, dentro la cantina. Alla vista delle cibarie dentro il trabiccolo ancestrale Barbara impazzisce rabbiosamente.

– La farina dentro la carriola del letame e delle patate… come ti è venuto in mente? E lì tira uno scossone al povero Vincenzo. Si è calmata ma ci è voluto l’impegno di tutto il vicinato, affinché il povero Vincenzo non venisse massacrato di botte. Poi Barbara ha fatto il pane e poiché non si può andare in giro, visto che il virus non accenna a indebolire, visto che son duecentocinquanta morti in un giorno, visto che la coppia è tutto il giorno attaccata ai notiziari che raccontano il virus…  ha fatto dono di una pagnottina di pane a tutto il vicinato. La notizia nuova del giorno dopo data da Vincenzo è stata che Barbara da due giorni non tocca cibo e son due notti che gira per la casa come una sonnambula, piange disperata e ha fracassato una madonnina che stava lì nella nicchietta da molti anni, a cui lei era molto devota. Nessuno sa capacitarsi. La donna non riesce a tollerare questa futura galera e il rischio che incombe sulla salute degli uomini. E’ difficile farle capire che passerà, e che bisogna accettare che la vita a volte cambi. Barbara è appena alfabetizzata, la mattina si alzava presto per andare nel suo campo e mi diceva… non sai quanto è bello stare all’aria fresca la mattina presto, senza rumori senza pensieri.  Un sentimento facile, una dimensione naturale della vita sana, delicata, con i suoi ritmi… aggiungo io…! E ora non sa dove rifugiarsi: si ritrova davanti al televisore. Barbara non sa accettare ostilità: lei conosce certe mode semplici, certe illusioni, certi amori e sogni che le dona solo lo schermo del televisore. Ieri… il colmo… è andata in escandescenze: è entrata nel pollaio e ha fatto una mattanza, una Spoond River di tutte le sue galline perché sarebbero morte avvelenate dal virus. Lei quasi contadina, donna di fede e di paese, donna che non possiede il telefonino, che non ha mai letto un giornale, non è stata mai al cinema… voleva vivere una vita sola e sempre uguale. Vincenzo l’ha portata dal medico e al ritorno era serena. Le aveva fatto una puntura… somministrato delle gocce. Non ha retto al cambiamento, non ha retto al grande male… e non sa che è universale. Non comprende l’universale del male, non comprende che a volte bisogna cambiare vita, abitudini. In questi giorni è calma, serena, si affaccia sul balcone e mi chiede… ma che giorno è oggi…! Forse le gocce hanno addormentato il mostro nella sua debole mente? Chissà se dietro tutte le nuvole che avviluppano la mente di Barbara, e non solo di Barbara, aggiungo io… spunterà ancora il sole?

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