Racconto di Annarita Campagnolo

(terza pubblicazione – 17 marzo 2020)

 

Durante i lunghi anni in cui ho studiato questo fenomeno, mi sono spesso interrogata sul motivo che spinge le potenze mondiali a negare l’evidenza, a minimizzare, a screditare fior fiore di studiosi, fino a metterli in ridicolo, nella migliore delle ipotesi.

Hanno affossato prove, messo a tacere, anche con la forza se necessario, chiunque dimostrasse in modo inoppugnabile la veridicità degli eventi.

Le teorie complottiste si sono susseguite (e si susseguono) senza che nessuna scalfisca la granitica posizione dei governanti riguardo agli avvistamenti.

Oggi, quest’evento inaspettato (inaspettato perché tutto ciò che accade, o potrebbe accadere, riguarda sempre qualcun altro) mi pone di fronte a delle riflessioni, a dei ripensamenti: probabilmente non siamo pronti. Non siamo pronti a rivelazioni di questo tipo.

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio”

(Quasimodo) 

Viviamo in una società narcotizzata, che non ha la possibilità né gli strumenti per evolversi.

Individualista e ipocrita, l’uomo “moderno” è sempre più convinto, e ne chiede a gran voce il diritto, del suo antropocentrismo.

Indotti a credere, con messaggi subliminali, o sfacciatamente palesi che l’altro, il nostro prossimo, è solo un’ideologia, un’accezione semantica relativa al Dio creatore.

L’educazione alla convivenza civile su un pianeta che, in fin dei conti, non ci appartiene, è affidata al  buonsenso.   Nulla più.
Siamo una specie invasiva e pericolosa. Incapace di accontentarsi del necessario per sopravvivere, perché il “necessario” è diventato ogni giorno più vasto.

Per questo, e per altri insondabili motivi, di fronte alla “pandemia” le paure ataviche vengono fuori con tutta la loro violenta e ipocondriaca forza. E ci spingono a gesti inconsulti, che ci portano a cercare cibo e acqua, da accumulare nelle nostre sicure case, già disposofobicamente piene. Che ci vedono lottare per un pacco di pasta rimasto sullo scaffale del supermercato. Che ci aizzano, gli uni contro gli altri, quasi fossimo degli highlander, pronti a uccidere per salvarsi da un’ipotetica selezione naturale, in cui vince il più furbo, o quello con spiccate capacità d’adattamento.

Anch’io, come la maggior parte degli italiani, vivo isolata in casa, per evitare il più possibile l’espandersi del contagio. VIVO E PENSO! Affinché quest’isolamento produca frutti sani e abbondanti e il sovrappiù, quando tutto sarà finito (perché finirà, presto o tardi) venga equamente distribuito.