Racconto di Seton Kolb

 

Percepivo dei leggeri fruscii nella stanza, di certo ero immerso in una di quelle sensazioni che precedono il risveglio. Le coperte però si erano mosse, il materasso, di poco, ma si era abbassato, feci per girarmi ma una voce disse:

<tranquillo, sono io…>.

…Rinunciai.

Una mano mi cinse delicatamente il fianco destro, l’altra mi sfiorava appena la schiena.

Ancora la sua voce, questa volta un sussurro all’orecchio:

<riposa ancora, non è tardi.>

L’alito leggero con un lontano profumo di caffè. Ora, era sotto le coperte, sentivo il calore del suo corpo.

Allibito? Sì, lo ero.

Lei era di casa; moglie di un giovane collega di mio padre, quando eravamo fuori mia madre le lasciava le chiavi per ogni evenienza. Questo era uno di quei casi, era a Roma dai nonni e anche se c’ero io, gliele aveva lasciate ugualmente.

Carina, disinvolta e disponibile, questo non bastava però a rendermela simpatica, anzi, spesso era il contrario. La sua presenza costante, le battute ironiche nei miei confronti, il suo modo di guardarmi a volte intenso con un sorriso appena accennato, accendevano in me sensazioni di rifiuto.

Quando le sue mani andarono oltre, quando il suo corpo aderì al mio, quando finalmente mi girai e vidi il suo sguardo che mi cercava, quando sentii i suoi baci e la sua umida emozione, nonostante un leggero residuo di incredulità e timore, non opposi resistenza, non avrei potuto.

Gli ormoni a diciassette anni hanno il sopravvento, se poi chi li accende ha esperienza e delicatezza è difficile tenerli a bada.

Ci vedemmo ancora e ancora; in camera mia quando non c’era nessuno, in casa da lei quando era sola, nella sua auto e ovunque fosse possibile placare la passione che ci travolgeva. Il rapporto di amicizia tra le famiglie restava invariato, lei era brava a mantenere il sangue freddo, io forse un po’ meno. La storia procedeva con vari sotterfugi, e non sempre erano sicuri, ma in certe situazioni la razionalità evapora, non evaporano però i piaceri, non le estasi, non le cose che attingi delle quali ti nutri. Rimangono con te e ne fai tesoro, anche se, forse, placati i bollori qualche domanda te la fai.

Una domenica, come accadeva ogni tanto, lei e il marito erano stati da noi. Dopo pranzo si intrattennero con i miei mentre io andai in camera mia, non ce la facevo a essere impassibile, non per lungo tempo e a volte un semplice sguardo poteva dire più di cento parole. Prima di andare via passò velocemente a salutarmi; quando eravamo a tu per tu era una donna diversa. Mi diede un bacio e andò via di corsa.

Più tardi aprì la porta mia madre:

<noi stiamo uscendo>.

Si avvicinò e mi mise una mano sulla spalla:

<tutto bene?>

<certo mamma, tutto perfetto, buona passeggiata>.

<ok, a dopo>.

Non era stata la domanda in sé, era stato il modo, lo sguardo. Mi chiesi se qualcosa potesse essere trapelato, e se, malauguratamente, questa storia fosse venuta a galla cosa sarebbe potuto accadere. Non mi fecero star bene tutte le domande che mi posi; no, non mi fecero star bene.

Cercai da subito di evitare di vederla, di sentirla. Quando la incontravo leggevo nei suoi occhi un punto interrogativo. Fui irremovibile, stavo male ma mi sentivo meglio. In seguito conobbi una ragazza che mi aiutò a superare il distacco, specie quello fisico del mondo femminile.

Dopo un paio di mesi il marito ebbe una promozione e si trasferirono. Mio padre e mia madre erano affezionati e a loro dispiacque ma rimasero in contatto e quando si presentava l’opportunità si vedevano. Io frequentai l’ultimo anno delle superiori a Roma, ospite graditissimo dei nonni materni.

Poi la facoltà di giurisprudenza, poi il lavoro.

***

Sono socio di uno studio, conduco la mia vita da scapolo trentottenne. Mi piace il lavoro, mi piace la mia libertà, gusto tutto pienamente, relazioni sentimentali comprese. Un giorno mentre mi stavo recando in macchina al lavoro mi arriva una telefonata da un numero che non conoscevo, rispondo in viva voce:

<Si?>

<Ciao, sono io>.

<Ciao…Si, sei tu>.

Non me lo aspettavo, di tempo ne era passato ma immagini e sensazioni tornarono vivide.

<Spero di non disturbarti, il numero me lo ha dato tua madre>.

<No che non mi disturbi, come stai, tutto bene?>

<Si grazie e tu?>

<Procede, dimmi tutto…>.

<Volevo chiederti un favore…>.

<Dimmi…>.

<Mia figlia…>.

<Si…?>

I miei sono rimasti sempre in contatto ed erano stati al suo battesimo e al suo diploma.

<Te la faccio breve, a Milano dov’è ora non le piace e vorrebbe spostarsi a Roma, sempre per frequentare giurisprudenza>.

<Bene, dove sono stato anch’io>.

<Si lo so ed è anche per questo che vorrei chiederti, se vorrai e potrai, di seguirla un po’.>

<…Perché no>.

La mia risposta fu dettata anche dal dispiacere che avrei potuto dare ai miei, specie a mia madre, se mi fossi tirato indietro. Mi chiesi quale avrebbe dovuto essere il mio comportamento a riguardo.

<Non vorrei chiederti troppo, ma ho pensato che potessi essere la persona giusta>.

<Nel limite delle mie possibilità farò il possibile per essere all’altezza>.

<Ti ringrazio, la tua disponibilità per me è un sollievo>.

La sentivo sollevata ma anche imbarazzata.

<Quando si trasferisce?>

<Tra una decina di giorni l’accompagneremo dove alloggerà insieme ad una sua amica che è a Roma già da due anni.>

<Bene, mi farai sapere qualche giorno prima così mi tengo libero.>

<Certo.>

<Allora…A presto.>

<Si…Volevo dirti…>.

La sua voce era diventata incerta.

<Cosa…>.

<Volevo dirti che ha molto di te!>

La telefonata fu interrotta.

 

I clacson delle auto dietro di me li sentii come risvegliandomi da un sogno…

Il verde era scattato da un pezzo.