Racconto di Giulietta Lamberti

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I tuoi racconti come pietre incastonate nel mio cuore. Io ero piccola e tutto non posso ricordare mentre ascoltavo assorta tra le tue braccia, ma l’emozione della tua voce quella no, non se n’è mai andata. Tua madre che ti aveva accompagnato quel lontano dicembre del 1939 alla stazione del paese camminando nella neve con delle misere ciabatte di pezza, i suoi piedi erano ghiacciati ma, mentre ti stringeva forte a sé, tu riuscivi a sentirne il suo calore. Le sue lacrime mescolate alle tue, quel gusto salato che mi dicevi non ti aveva mai più abbandonato e, ogni volta che ti capitava di piangere in quei luoghi sconosciuti, ritornavi a quel momento e ritrovavi tutto l’amore che solo una madre può donare nonostante le distanze.

Caro papà, sai, ogni tanto riprendo in mano questa tua fotografia, guardo il tuo viso così giovane e bello, lo splendido sorriso che avevi nonostante fossi ricoverato chissà in quale ospedale, mi ricordo solo che avevi una leggera ferita ad una gamba. Eri poco più di un ragazzino quando il dovere ti ha portato lontano. Sembrava solo per un anno ma poi la guerra ti ha travolto e trascinato via da tutto il tuo mondo per altri cinque anni. Solo nel dicembre del 1945 il tuo ritorno alla stessa stazione dalla quale eri partito. Stavolta non c’era la neve, non c’erano lacrime ma tanti sorrisi e tanta allegria. Tra tutta la gente accorsa per accoglierti tu l’hai vista subito, la mia mamma, la tua sposa. Quanto amore nell’attesa del tuo ritorno nel ritrovare quel ragazzo al quale aveva donato il suo cuore prima che partisse. Era ancora più bella di come l’avevi lasciata: ora era una donna, una donna che attendeva solo di dividere la sua vita con il suo uomo, ma quel giorno così atteso lo avete vissuto solo quattro anni dopo perché quella guerra maledetta aveva messo in ginocchio la tua famiglia. Tu eri il maggiore di sei figli e non potevi certo abbandonarla, così ti sei rimboccato le maniche e hai lavorato duramente per aiutarla, per riportare il sorriso sul viso dei tuoi genitori e dei tuoi fratelli. Arrivò quel giorno di novembre il giorno dopo San Martino, un Santo ricordato per la sua generosità che io associo a te papà: tu eri proprio così buono e altruista e lo avevi già dimostrato nella tua breve vita. Così quel 12 Novembre del 1949 il vostro amore ha trionfato e avete iniziato a seminare il vostro futuro, siete diventati genitori la prima volta giusto un anno dopo, proseguendo poi fino alla mia nascita nel luglio del 1964, completando così la vostra numerosa famiglia. E ora che sono trascorsi quasi ottant’anni dal giorno del tuo ritorno in quel piccolo paese nella silenziosa provincia di Mantova. Ogni volta che riprendo la tua fotografia tra le mani, sì stropicciata, sì vissuta, ma ancora in mio possesso, provo un’immensa tenerezza. Ora sono grande sai, ora ho quasi l’età di quando tu ci hai lasciato per sempre, ma so che finché avrò la lucidità e la forza di stringerla tra le mani lei farà parte del mio quotidiano. Ma non finirà al macero come altre mille cianfrusaglie che sopravvivono alle nostre vite. No, lei vivrà nelle mani di chi nelle sue vene ha il tuo sangue papà. I tuoi bellissimi nipoti, i miei tre splendidi figli che non ho potuto farti conoscere, papà, ma che ti hanno amato comunque attraverso miei racconti che parlavano di un meraviglioso ragazzo che la guerra aveva rapito e fatto soffrire, ma che ha avuto il dono di poter tornare e vivere anche per i suoi coetanei che sono morti lontano dalle proprie madri.