Racconto di Giovanna Ruffatto
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Ogni volta che apro lo schermo, ti guardo.
Veramente, guardo quel ragazzino che pensavo di conoscere perché sei mio figlio, la parte migliore di me che va in giro per il mondo.
Questa frase l’ho scritta dappertutto, come un mantra. E la penso ancora, nonostante gli ultimi due anni.
Da quando il giorno di Pasqua mi hai detto: “Mamma, sono autistico. Ma non ti preoccupare, non è niente di grave”.
E io mi sono messa a ridere come una stupida, perché non mi ero accorta delle tua sensibilità ai suoni e ai rumori, né della fatica che avevi fatto da sempre, con il masking, per non far trasparire la tua stanchezza del quotidiano, il tuo dover resistere nelle classi dell’università, così piene e rumorose e luminose, il viaggio di andata e ritorno e poi il non riuscire a concentrarti nello studio per più di mezz’ora per volta, proprio tu che eri stato sempre un’eccellenza e che ora, proprio per questo, ti sentivi una nullità.
Oggi, siamo andati a pranzo coi parenti e c’era tuo zio, che non è proprio un’aquila e, solo adesso capisco perché non hai voluto che papà gli dicesse niente di te, della tua diagnosi e delle tue fatiche quotidiane.
E invece lui gliel’ha detto perché è suo fratello. Ma avevi ragione tu, perché non capisce niente.
Parlava davanti a me, come se nulla fosse, di un ragazzino che prima stava sempre coi genitori e insomma “era un po’ strano, deve avere qualche problema, però, dai, noi abbiamo sempre fatto finta di niente”, che è partito per l’Australia, dopo la laurea in economia ed è andato a scaricare sacchi di cemento e a guidare un furgoncino.
“E, mentre qui non aveva amici, invece lì ne ha cinquanta, pensa, almeno, perché non è come da noi, che chi guida la Lamborghini non parla con chi fa il lavapiatti, lì è tutto diverso” così diceva, come se io fossi trasparente. E anche che non capisce come la madre possa essere preoccupata e chieda notizie quotidiane.
Proprio lui che è il conformismo in persona, con quei vestiti con il bassotto, come dici tu, con il figlio sulla sedia accanto e la fidanzata che lo baciava davanti a tutti e tuo cugino che aveva la faccia viola con la stessa forma della mascherina chirurgica, che gracchiava che lavora troppo e non farà le ferie, né i giorni di diritto per il rischio radiologico.
Tuo padre era seduto vicino a me, proprio di fronte a lui. E proprio lui, che non vuole che tu vada all’estero, diceva: “Insomma, il ragazzo deve essere felice e fare quello che vuole e se va male, gli pagano il viaggio di ritorno e non facciamola tanto lunga”.
Io ho aperto il cellulare e ho guardato la tua fotografia che mi sorrideva: sei senza occhiali, con gli occhi piccoli, che un po’ si strizzano per il troppo sole e i capelli un poco lunghi, stropicciati dal casco, perché sei appena sceso dal motorino per raggiungerci a pranzo. Anche tu stai sempre con noi e credo che a qualcuno sembri un po’ bizzarro, invece sei solo neurodivergente, come diciamo adesso, quando ne parliamo. Perché dire “disabile invisibile” è troppo anche per me, che sono tua madre.
Eppure. Sono due anni che hai ricevuto la diagnosi, che conviviamo con le tue fatiche, che ce le dividiamo, le sorreggiamo.
Ci sono i giorni buoni, quelli così così e quelli cattivi, come oggi.
Sono pronta a tutto dal giorno in cui sei nato, ma non a sentire criticarti quando non ci sei, o sentire criticare me perché, conosco le tue fatiche, e sembro la solita mamma ansiosa, che non vuole che il figlio faccia la propria vita.
Tuo padre a suo fratello non ha replicato niente, neanche una frase semplice, tipo:” Ma cosa dici?”.
E io non mi sono mai sentita più sola.
Eravamo solo io e te oggi, anche se non ci sei, perché sei al mare coi tuoi amici. Come il giorno che sei nato e hanno avvicinato il tuo visetto bluastro al mio e tu mi hai ciucciato il naso e io mi sono dimenticata di tutto il resto: delle dodici ore di travaglio, delle contrazioni, di mia madre che mi aspettava fuori, dei parenti che facevano il tifo e persino del solitario che avevo tanto voluto.
Ho guardato tuo zio e ho risposto:” Non è sempre solo come sembra, è tutto più complicato”.
Ma lui non ha capito niente.
E avevi ragione tu a dirmi che non volevi che tuo padre gli raccontasse di te.
Tu hai sempre ragione.
Arriva al cuore del vissuto, mettendo a nudo come avere un ragazzo neurodivergente accanto voglia dire cambiare il modo di pensare. Apre nuovi mondi! Brava!
Grazie. E’ ora che si parli di neurodivergenza, anche a chi non ne sa nulla.
Grazie.