Racconto di Renata Pieroni
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Da piccola il mio nome non mi piaceva. Tra le amiche, i parenti, i conoscenti, nessuno l’aveva e io mi sentivo diversa, non apprezzavo quell’unicità, avrei preferito mimetizzarmi in mezzo ad altre col mio stesso nome. Quando poi Mina portò al successo il tormentone di “Renato Renato Renato così carino così educato” e ogni volta che mi presentavo a qualcuno, ci potevo scommettere che me lo ricantava al femminile… ecco che avrei voluto proprio cambiarlo.
Chiedevo alla mamma: – Ma perché mi avete chiamato così? –
Lei mi rispondeva: – È stato papà, io avrei voluto chiamarti Giovanna.
La spiegazione finiva lì, la mamma era per carattere di poche parole, al massimo qualche volta aggiungeva: – Papà cambiò idea all’ultimo momento. – e chiudeva il discorso.
Io non domandavo altre spiegazioni a papà, sentivo come se ci fosse sotto qualcosa che nessuno aveva voglia di raccontarmi.
Una prima traccia per risolvere il mistero la trovai, da ragazzina, sfogliando un album di vecchie foto di famiglia, le più antiche risalivano all’inizio del 900. Mi piaceva osservare i miei parenti da giovani, con gli abiti dell’epoca, in pose spesso artificiose. Ogni volta che le riguardavo, scoprivo nuovi particolari e altri personaggi non appartenenti al giro dei parenti ancora in vita che frequentavo.
Tra questi un giorno notai un bel giovane dallo sguardo attraente e spavaldo, dagli abiti signorili, fotografato in studio di profilo: mi colpì perché, guardando bene quell’unica foto, avevo scoperto che il suo naso aveva la stessa forma del mio, con una piccola gobba visibile solo di profilo. Quella forma che fino allora aveva fatto dire ai miei genitori: – Che strano naso ha nostra figlia, chissà da chi l’ha preso. –
Domandai alla mamma.
– Ah! Questo è Renato, cugino di tuo padre. Erano così amici! Ma guarda un po’, è vero, ha il naso uguale al tuo. –
Renato! Il mio nome dunque l’avevo ereditato da lui, oltre al naso, evidentemente.
Ma non ero soddisfatta: se erano così amici, perché non me ne avevano mai parlato in casa? Dov’era finito adesso? Era emigrato? Era morto?
La solita risposta lapidaria della mamma: – È morto a causa della guerra-.
Sapevo che mi sarei dovuta accontentare per il momento, ma non per sempre. La mia curiosità cresceva così poco per volta, nel corso degli anni, ascoltando racconti spontanei di parenti e chiedendo delucidazioni man mano che crescevo, sono riuscita a ricostruire tutta la storia.
È meglio dire “quasi tutta”, perché del mistero resta ancora.
Questo cugino Renato, come avevo intuito dalla fotografia, era un uomo affascinante, ben inserito nella buona società e nel bel mondo bolognese. Non so che lavoro facesse, o forse mi è stato detto ma l’ho dimenticato, sapevo però che era molto brillante, aveva un buon numero di amici e pare non disdegnasse anche avventure galanti.
Capisco che a papà fosse molto simpatico, gli opposti si attraggono e in un certo senso mio padre ne era l’opposto: molto meno ricco, non ugualmente bello, avrebbe amato anche lui la vita brillante e con la mia mamma all’epoca si concedevano cinema e teatri, ma certo non poteva competere… soprattutto nelle conquiste sentimentali, giacché era già sposato. Comunque andavano molto d’accordo.
Renato, fra gli amici e i compagni di bella vita, aveva un certo Edoardo Weber, figlio ed erede del padrone della fabbrica Weber a Bologna. Weber era tedesco e con lo scoppio della guerra, ma soprattutto dopo l’8 settembre, avere amici tedeschi, anche se da lunga data, non metteva certo in una posizione facile. E qui le storie che mi sono state raccontate in famiglia si confondono e si annebbiano: non è chiaro se Renato parteggiasse per i fascisti e i Tedeschi, oppure se, approfittando della sua posizione scomoda, facesse il doppio gioco, come sosteneva la mia mamma.
Nessuno può più accertarlo, perché in uno dei primi giorni di maggio del 1945, a guerra ormai finita, nell’ambito delle rappresaglie e delle vendette che insanguinarono quel periodo, un gruppo di uomini armati sequestrarono Renato e Edoardo Weber.
La zia Maria una volta, alle mie domande dirette, alzò le spalle dicendo: – Macché rappresaglie! Erano tutte questioni di donne! –
Così la storia per me si fece ancora più misteriosa e intrigante.
I due sequestrati sparirono, di loro non si sono mai ritrovati i corpi.
La moglie di Weber fece costruire nella Certosa di Bologna una tomba monumentale che avrebbe dovuto accoglierne i resti, quando fossero stati ritrovati: la tomba è ancora vuota.
Del cugino Renato, molto meno famoso e importante, resta solo quella fotografia.
Io nacqui l’8 maggio del 1951. Il nome Giovanna lo aveva scelto la mamma e papà era d’accordo. Poi, davanti all’ufficiale dell’anagrafe, immagino gli sia venuto in mente che alcuni anni prima in quei giorni era sparito suo cugino… così io diventai Renata. E mia madre dovette accettare il fatto compiuto.
Da quando, ormai adulta, ho ricostruito questa storia, ho accettato il mio nome, anzi ho cominciato ad amarlo per la sua rarità e per il carico di storia, emozioni e sentimenti che si porta addosso.
Non posso, però, fare a meno di pensare alle suggestioni di una certa teoria: pare che il nome abbia in sé un potere, una predestinazione, conservi tracce di chi l’ha portato prima di noi… e mi sembra di aver ricevuto, insieme al mio nome, un’eredità pesante.
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Scrivere bene e’ una dote naturale, come avere una bella voce o una bella mano per disegnare.
Renata ha questa dote: ho letto altre cose scritte da lei ed è stato sempre molto piacevole; la sua scrittura è semplice, scorrevole e per questo coinvolgente