Racconto di Giorgio Patrignani

(18 dicembre 2020)

 

 

È da poco che siamo arrivati, dopo aver mangiato in una casereccia pensione ristorante, in centro. Siamo arrivati sotto una pioggia insistente e fastidiosa, coperti a malapena da due ombrelli piuttosto sfuggiti. Siamo in stazione, una graziosa stazione a metà di campagna e di paese, una di quelle che sempre più ormai si vedono solo nei film. Due manifesti in stile retrò, appesi alle pareti, che ci invitano a beneficiare delle salutari terme di Porretta: nella stagione più bella, o forse più calda, fanno da ingresso ai pochi e caratteristici binari. Il nostro treno è stato appena annunciato. Il suono della campanella indicata con la scritta “BO”, benché consueto, è ancora abbastanza turbante per la quiete della campagna circostante. Poco dopo un nugolo di persone, la maggior parte studenti e studentesse, invadono il bordo del binario uno; un fischio lontano, richiama l’attenzione di tutti, che si mettono in allerta, quasi in sincronia, sicuramente per paura di fare il viaggio in piedi. Due fari sempre più accesi si avvicinano prepotentemente a noi: è il treno che invade sfacciatamente la stazione. Appena fermo viene assalito dai futuri e abituali viaggiatori. La preoccupazione del posto ha ormai coinvolto anche noi: che tra i primi a salire ci tuffiamo sulle prime tre poltrone libere. Sono le tredici e ventidue quando il treno si sfrena e tenta di riprendere la marcia verso la grande città. Una debole pioggia appena illuminata dagli umidi raggi di sole, appena riusciti a sfondare il cielo ormai sempre meno coperto, scivola sui vetri lavati del treno, rigandoli disturba di molto la visuale, rendendo tutt’intorno fuori rovinosamente sfocato. L’atmosfera all’interno è abbastanza rilassata, resa a tratti addormentata da qualcuno come Giovanna la nostra compagna di viaggio, forse stanchi, forse annoiati, comunque ormai abbandonati sulle grandi poltrone. Lo sguardo forte e quasi involontariamente insistente, benché parzialmente coperto dai morbidi e lunghi capelli scuri, della giovane alla porta pronta a scendere alla prossima stazione, mi distoglie piacevolmente dal mio nuovo block-notes; appena comprato e ormai abbastanza coperto dai miei quasi scarabocchi. Uno sguardo che faccio in tempo appena ad afferrare, quando ormai inevitabilmente intimidita mi volge le spalle. Toccherà alla tranquilla e caratteristica stazioncina di “Silla” alleggerire il treno dai passeggeri dal viaggio più corto. Sono le tredici e venticinque quando il treno fa la prima breve sosta, il tempo di scendere e poi saranno: “Riola”, “Corbara”, “Vergato”, “Pioppe di Solvaro” e le altre ultime: tutte ben ordinate e curate, non molto grandi, a misura di paese, a riportare a casa altri viaggiatori. Sono le tredici e quarantasette quando ripartiamo da “Pioppe di Solvaro”. Fuori sta piovendo svogliatamente. Stiamo viaggiando su un treno regionale, piuttosto alla buona, benché abbastanza moderno rispetto all’ambiente circostante, senz’altro con qualche cigolio di troppo. La ferrovia sulla quale scorre scende l’Appennino nelle vicinanze del fiume Reno. La campagna vigorosa tutt’intorno è rinfrescata da un’umidità quasi autunnale, con qualche spicchio di sole più vigoroso, che ci riporta in mente la bella stagione primaverile. Col passare dei minuti sta passando anche l’incanto: l’incanto del verde della campagna, del fiume Reno che scorre silenziosamente, delle piccole stazioncine a misura, della bella giovane alla porta, l’incanto di Porretta che svanisce definitivamente all’ultima piccola stazione: “Casalecchio di Reno” alle quattordici e tredici: quando in un attimo viene tutto oscurato e confuso dai freddi palazzoni di “Bologna Borgo Panigale”, aggrediti e coperti da un grigio e violento acquazzone. Ormai il treno di molto alleggerito, entra spedito in stazione centrale. Di Porretta e la sua campagna rimane solo il piacevole ricordo: ancora molto forte e i miei quasi scarabocchi, da ricopiare in bella copia e rileggere bene ai primi sintomi di nostalgia. “Uscita per Bologna centrale al primo binario!”