Racconto di Kenji Albani

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Un tempo, in Niger

 

«Ho sete, mamma!» si lamentò Akim, seduto sul terreno spaccato dalla siccità.

«Aspetta, Akim…» disse in tono stanco sua madre.

 

Dopo un’ora, di nuovo: «Ho sete, mamma!».

«Aspetta».

«Il pozzo è stato distrutto dai governativi, se non che sono stati i ribelli a ridurlo così» intervenne il padre.

«Papà, papà! Ho sete».

«Sii paziente, Akim». A bassa voce si rivolse alla moglie: «Qui non si può più vivere. Le mosche, la siccità, la guerra civile… e di acqua disponibile non ce n’è. Dobbiamo tutti morire di sete?». Akim lo sentì molto bene.

«Aspettiamo, è meglio aspettare». Lei scosse la testa anche se, di solito, era sempre suo marito a decidere.

 

Non successe nulla, Akim vide i suoi genitori scoppiare a piangere e stringere pugni e denti finché non arrivarono alcune jeep. Ad Akim le jeep piacevano, era sempre invidioso dei bambini ricchi che avevano delle belle automobiline con cui giocare.

I fuoristrada si fermarono e da lì scesero degli uomini bianchi. Non erano armati, e se era per quello ad Akim i soldatini non piacevano, né i videogame in cui si sparava e c’erano tanti schizzi rossi.

Uno degli uomini, dall’aspetto molto sacrale e con una croce al collo, alzò di un tono la voce: «Vi abbiamo portato gli aiuti».

Gli abitanti del villaggio esultarono, acclamarono. Le donne lanciarono versi acuti e ritmici al cielo, gli uomini si abbracciarono.

Superata la gioia della novità, della buona nuova, tutti si disposero in fila per ricevere l’acqua. Come Akim poté vedere, a bordo dei quattro per quattro c’erano riserve di taniche di plastica, dentro promettevano acqua potabile – di più: pulita – lui non amava l’acqua degli acquedotti che passavano di lì, aveva un sapore di fango e si diceva che chi la beveva si ammalava. Molto pessimo.

Akim rimase da parte, i suoi genitori attendevano con pazienza il loro turno. Qualcuno si lamentava a voce alta che non c’era abbastanza acqua per tutti ma gli uomini bianchi lo tranquillizzavano con dei sorrisi genuini che invece no, ce n’era abbastanza di che dissetare quel villaggio e anche quello dopo.

Dopo tanto pessimismo, dopo tanta tristezza, c’era più serenità. Akim sognò di bere tantissimo, e poi riuscire ad avere più energie per studiare e giocare con gli amici.

Quando era il turno dei suoi genitori, si accorse che stava succedendo qualcosa. All’orizzonte, una nube. Con scintille che la illuminavano come se fossero saette di un temporale che non si vedeva da mesi.

 

Arrivarono da est, più un’orda che sparava in aria e gli uomini lanciavano urla di guerra, i volti coperti dalle tagelmust. Era la nube.

Assistendo alla scena, i genitori di Akim e tutti gli altri abitanti del villaggio gemettero e si sparpagliarono per correre alle loro capanne. Mentre la madre di Akim lo raccoglieva da terra, lui guardò con gli occhi sgranati alcune donne che, nella foga di scappare, rovesciarono a terra le taniche di plastica già aperte e molta acqua si svuotarono. Un peccato! Akim si arrabbiò, e iniziò a dire: «Voglio fermarli».

Ma non poteva, e sua madre ne era consapevole. Loro due, con il padre, si rifugiarono nella casupola in cui vivevano da sempre.

L’orda: ribelli che, in nome di una secessione che non sarebbe mai avvenuta, giunsero lì e si rivolsero agli uomini bianchi: «Acqua. La vogliamo. Servono per i nostri radiatori».

Il capo degli uomini bianchi affrontò il capo dei ribelli, un confronto tra giganti. «Non posso. Quest’acqua è per la povera gente, figurarsi se la cediamo a te… addirittura per i motori dei tuoi pick-up» lo guardò sdegnato.

«Prete, non mi fare arrabbiare. Gente come te la fuciliamo come nulla».

«Non ho paura di…». Non concluse che il suono di una raffica spezzò l’aria, l’uomo cadde sulla sabbia, la sabbia spezzata da una lama di sangue che si allungò sul terreno.

Il capo dei ribelli scoppiò in una risata. «Questo è quel che succede a chi prova a frenare la Rivoluzione». Intanto, i suoi uomini corsero alle taniche, saccheggiarono il carico e gli uomini bianchi non poterono fare nulla, si limitarono a permettere quello scempio perché, come Akim comprese, l’impotenza era diventato il loro spirito-guida, non la carità né la religione dei buoni, anche se diversa dall’Islam. Akim chinò lo sguardo a terra, aveva ancora sete, ma era una sete inestinguibile perché non c’era soluzione.

Se non sopravvivere.

Ma quanto ancora a lungo? Era impossibile vivere, vivere persino la sua infanzia. Colto da questa consapevolezza si alzò e nessuno dei suoi genitori si accorse del suo gesto, erano troppo distratti dallo sfregio che i ribelli, i prepotenti, gli avevano arrecato.

Quando i ribelli ebbero svuotato anche l’ultima tanica, gettarono i rifiuti per terra e con risate gradasse filarono via.

Rimasero gli uomini bianchi, e gli abitanti del villaggio uscirono dai loro nascondigli come animali braccati dai predatori. «E adesso? Cosa facciamo!» si lamentarono con loro.

Gli uomini bianchi strinsero le spalle. Le risposte si erano esaurite come l’acqua, come la vita.

 

Anni dopo, in mezzo al mar Mediterraneo

 

«Eh, sì, nel mio paese non ce la passavamo bene e credimi, è una storia vera che non mi dà pace». Akim aveva appena raccontato quell’aneddoto di anni prima adesso che era a bordo di un barcone della speranza.

«Ti credo, Akim, ed è comprensibile: stai scappando da quel postaccio! È ovvio che lì non si viveva e non si vive bene» ribatté Jalil, un buon diavolo che veniva da Damagaram.

«Sì. Ed è una prova la sorte dei miei genitori. Morti di sete. E poi… guarda quanta acqua» allargò le braccia.

«Ma questa è acqua salata. È il mare, il Mediterraneo».

«In Niger invece vedere tanta acqua è impensabile» si rattristò.

«Attenti! Attenti!» si udì all’improvviso un urlo.

«Che succede, Jalil?». Akim si spaventò.

Jalil non rispose perché era caduto in mare.

Il gommone si stava sgonfiando e i profughi affondavano uno dopo l’altro.

«Non so nuotare» gemette Akim. Finì in acqua. Prima di inabissarsi, pensò a quella crudele ironia: scappato dal Niger per la poca acqua, adesso annegava in mezzo a tanta acqua.

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