Racconto di Lucia De Bortoli

(16 dicembre 2020)

 

 

La settimana scorsa ho telefonato a mia sorella, una delle nostre solite conversazioni interminabili tra donne amiche.

Stavamo discutendo sui sempre più precoci addobbi natalizi presenti nelle strade e nelle case oggi, e abbiamo iniziato a ricordare, come due vecchie sorelle.

Quando eravamo bambine, all’età di circa nove anni io e quattordici lei (quei cinque anni di differenza sono sempre stati fondamentali nella mia vita e lo saranno anche in questo episodio) i nostri genitori ci portavano a trovare la nonna e gli zii, quasi ogni domenica pomeriggio.

Abitavano a pochi chilometri da casa, ma, quando si è bambini, la noia e l’inattività allungano la strada e il tempo sembra interminabile, così al primo semaforo rosso a neanche un chilometro da casa, la mia domanda era Quanto manca?

Non avevo fretta di arrivare per fare qualche cosa di speciale, poi mi sarei altrettanto annoiata, seduta sul loro vecchio e imponente divano in pelle, ma rimanere seduta in una scatola chiusa era per me un limite alla mia persona.

Mi sentivo bloccata in una stanza buia, vedevo solo le spalle scure dei miei genitori, il fumo della sigaretta di mio padre e i capelli cotonati color paglia di mia madre.

Non si parlava, o almeno, gli adulti non parlavano con i bambini e quello che si dicevano tra loro per me era incomprensibile. La distanza generazionale quotidiana diventava abissale in uno spazio ridotto come quello dell’auto. Mia sorella e io eravamo due piccoli pacchetti da portare via, infiocchettate e profumate con i vestiti della domenica.

Vedevo intorno a me solo strade di ogni tonalità di grigio, sentivo sulle gambe il freddo dei sedili in finta pelle marrone, l’odore di cenere e lacca.

Guardavo mia sorella, ma lei era più distante da me, quei cinque anni di differenza erano un abisso; io giocavo con le bambole, mentre lei cominciava ad avere i primi ammiratori. Era seduta sempre più composta di me, più ordinata, aveva i capelli già alla moda e, anche se non era truccata, gli occhi risaltavano nel suo perfetto ovale da signorina.

L’auto sobbalzava a ogni buca e mi ammaccavo le gambe ossute sulle plastiche rigide delle portiere.

Al secondo incrocio la mia domanda era Manca tanto? e così via a ogni prima marcia che ingranava mio padre.

Il viaggio più interessante era durante il periodo natalizio: a differenza di oggi, c’erano molti alberi illuminati nei giardini e le case prendevano vita, gioiose e festive.

L’avvenimento più interessante era la piccola competizione con mia sorella: ai lati opposti del sedile posteriore dell’auto dovevamo contarne il numero maggiore.

«Uno» iniziavo io

«Due» lei

«Due» io

«Cinque» e così via per quei lunghissimi sei chilometri che illuminavano i nostri occhi di luci, palle rosse e gialle, abeti e pioppi luminosi come raduni di lucciole colorate.

La nostra piccola gara (emblema dell’eterno confronto tra fratelli) giungeva al termine solo davanti alla casa della nonna.

La settimana scorsa al telefono con mia sorella, abbiamo ricordato anche questo usuale episodio.

«Mi ricordo che contavamo gli alberi di Natale dalla nostra parte» ho esclamato.

«No, guarda che contavamo tutti gli alberi di Natale che vedevamo, indipendentemente dal lato in cui erano»

«Ma… come… Io ho contato sempre solo quelli della mia parte»

«Ecco perché vincevo sempre io!»

Ed ecco cosa significa avere una sorella maggiore: un mentore di vita che ti insegna a perdere con lei, per imparare come giocare nella vita.

Però io davvero pensavo che la regola fosse di contare gli alberi solo nel mio lato…