Racconto di Alberto Favaro

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“Whisky, torna qui, dobbiamo andare!”

Il commissario Vian guardò il labrador correre verso il faro.

Era inutile. Non lo avrebbe ascoltato.

Non lo aveva mai fatto.

Lui non aveva mai voluto avere un cane. In realtà, non aveva mai voluto nessun animale domestico.

Con il suo lavoro preferiva non avere legami.

Neppure con le persone.

Aveva sempre pensato che era meglio non averne piuttosto che soffrire.

O far soffrire qualcuno.

 

Poi, una mattina d’inverno, durante una missione in Russia, si era risvegliato in ospedale.

Qualcuno gli aveva sparato.

Quattro colpi. Due alla schiena e due alle gambe. Era sopravvissuto per miracolo.

“Buon giorno Capitano. Finalmente. Pensavamo non avesse più voglia di risvegliarsi. Ha visto che bel sole che c’è fuori?”

Erano state le sue prime parole. Lui quasi non le aveva sentite. Era rimasto incantato dal suo sorriso. Non ne aveva mai visto uno così bello.

Sandra lo aveva curato per tutta la convalescenza. Era l’unica infermiera che parlasse italiano. Era nata e aveva vissuto per tredici anni in Italia prima che sua madre decidesse di fuggire dal suo compagno italiano e di ritornare a Mosca.

Tutto questo, e molto altro, glielo aveva raccontato durante la sua lunga degenza in ospedale.

All’inizio Vian aveva cercato di mantenere le distanze, ma con Sandra era stato impossibile.

Alla fine se ne era innamorato.

Per la prima volta nella sua vita aveva deciso di lasciarsi andare. Di credere ai sentimenti.

Al momento di tornare in Italia, le aveva chiesto di seguirla.

Sandra ci aveva pensato solo pochi secondi poi gli aveva detto che lei con il suo Capitano sarebbe andata ovunque. Se fossero andati a vivere vicini al mare e lontano da dove era cresciuta sarebbe stato perfetto. Lei adorava il mare. Le ricordava i momenti più allegri della sua infanzia.

Vian l’aveva accontentata. Al rientro si era fatto trasferire in un piccolo paese con una bella spiaggia e pochi casi da seguire. Era il momento di iniziare una nuova vita.

Tutto era andato per il meglio.

Alla fine Sandra lo aveva convinto anche a prendere un cane.

A Vian non piacevano i cani e loro lo sapevano.

I cani lo sentono e te lo fanno capire. Whisky lo sopportava solo perché c’era Sandra che se ne occupava.

Quando sarebbe nato il loro bambino avrebbe dovuto occuparsene un po’ lui, ma ci avrebbe pensato più avanti.

Poi, all’improvviso, Sandra era sparita dalla sua vita e da quel giorno tutto era diventato buio.

Non ricordava più nulla di cosa fosse successo nei mesi successivi. Le sue giornate erano diventate un passaggio tra una bottiglia e un’altra, un brutto sogno interrotto da qualche raro momento di lucidità.

In quei brevi momenti gli tornavano in mente le parole del suo capo “Vian, torni al lavoro solo quando se la sentirà. Lo so. È difficile, ma deve reagire. E solo lei può e deve farlo. Noi siamo qui ad aspettarla, “

Vian non ricordava più quanto tempo fosse passato. Giorni? Settimane? Mesi?

Alla fine non aveva la minima importanza. Non più. Aveva deciso cosa fare.

Si sedette sulla spiaggia.  Il mare sembrava lo chiamasse.

Rimase a osservarlo per alcuni minuti. Si tolse le scarpe e cominciò a togliersi la giacca. Poi ci ripensò. Preferiva che non ritrovassero il suo corpo nudo. Chissà se qualcuno lo avrebbe riconosciuto. Dipendeva da quanto tempo sarebbe passato prima che lo ritrovassero.

Non sarebbe stato più un suo problema.

Cominciò a camminare lentamente verso il mare. Non c’era nessuna fretta. Era solo.

Di sera e d’inverno la spiaggia era deserta e vuota come la sua vita.

Entrò in acqua. Era fredda, ma non quanto pensava.

All’improvviso sentì una voce alle sue spalle.

“Dove stai andando Capitano?”

Si girò. Solo lei lo chiamava così.

“Sandra, dove sei stata?”.

“Lo sai, Capitano”.

“Mi sei mancata Sandra, non sai quanto. Sei tornata per rimanere con me?”.

“Capitano, lo sai che non è più possibile”.

“Perché Sandra? Cosa ti ho fatto?”

“Capitano, tu non hai fatto nulla. È solo colpa mia, dovevo saperlo e dovevo dirtelo.”

“Dirmi cosa? Dimmelo ora Sandra. Ti prego, io lo capirò. Ti giuro che saprò capirlo.”

“Ormai è tardi capitano. Troppo tardi, e non possiamo farci nulla. Capitano lo sai che…”

Non le permise di completare la frase. Ora che era tornata non le avrebbe permesso di andarsene di nuovo. Doveva restare con lui. Corse da lei e la baciò.

Lei iniziò a piangere. Le sue lacrime scivolarono sulle guance di Vian.

Chiuse gli occhi. Non voleva vederla piangere. Voleva vedere solo il suo sorriso. Rivoleva la sua vita precedente. Voleva il loro bambino.

E, all’improvviso, gli apparve un’immagine.

Il corpo di Sandra, nudo, in un lago di sangue nel salotto di casa e una scritta rossa sul pavimento vicino a lei.

“Papà”.

Il buio scomparve. Ricordò tutto.

Ricordò come avesse cancellato la scritta mentre aveva provato a rianimarla. Ricordò di come avesse preso l’auto e fosse corso verso l’ospedale. Ricordò i fari dell’auto che venivano verso di lui. Ricordò il platano. Vicino, sempre più vicino.

Aprì gli occhi e urlò.

Whisky, che gli stava leccando la guancia, guaì per lo spavento e la sorpresa.

Si guardò intorno.

Era da solo sulla spiaggia.

Sandra non c’era.

Non poteva esserci.

Era morta.

E lui per tutto quel tempo non aveva fatto nulla.

Era giunto il momento di agire.

Doveva partire da quella scritta.  Doveva trovare il padre di Sandra. Forse non picchiava solo sua madre. Forse non era solo per il mare che Sandra aveva voluto andare lontano dalla grande città dove era cresciuta.

Lo avrebbe scoperto. Lo doveva a lei. Lo doveva a suo figlio che non era mai nato. Lo doveva a sé stesso.

Non poteva lasciarsi affondare senza averlo scoperto.

Il mare avrebbe dovuto aspettare.

Ora aveva un compito. Un’ultima missione da portare a termine.

Domani si sarebbe presentato in commissariato pronto a riprendere servizio.

Si alzò e cominciò a dirigersi verso casa.

Whisky lo seguì uggiolando.

Sulla spiaggia non restò più nessuno ad ascoltare il placido rumore delle onde.