Racconto di Cristina Biolcati

(seconda pubblicazione – 15 settembre 2020)

 

Una volta, mentre stavo lavorando al negozio di alimentari, un tale mi toccò il fondoschiena, nel punto scoperto fra il jeans e l’elastico delle mutande. In effetti, quel lunedì pomeriggio c’era un giovane che aveva passato parecchio tempo accucciato in un angolo, intento a prendere in mano e soppesare una serie di barattoli di conserva dai ripiani più bassi, nella zona giusto vicino all’ingresso.

Intenta a sistemare le scatole di pasta, di spalle alla porta, non avevo pensato che in quello spazio angusto avrebbe potuto infilarsi chiunque e mi ero riscoperta vulnerabile. Ancora prima che il balordo, con un movimento agilissimo, mi si mettesse dietro e compisse quel gesto assurdo. Che più che di libidine, era sembrato curioso, di uno che avverte l’impulso di toccare una donna per sapere com’è fatta.

Era un ragazzo moro e sottile, come ce ne sono tanti, affatto brutto di aspetto. Rimasi interdetta.

Una confezione di spaghetti mi cadde di mano e pensai che avrei voluto sporgere denuncia.la mia collega era intenta alla cassa e non si era accorta di niente.

Avevo sempre pensato che un giorno sarebbe successo, che prima o poi qualcuno mi avrebbe notata. A renderci desiderabili è qualcosa che abbiamo dentro di noi, senza saperlo.

Mi guardavo spesso allo specchio e vedevo un grosso sasso, di quelli che hanno la superficie porosa simile a pelle grigia. Chiazze allargate, con in testa un cespuglio di ricci sempre troppo corti. Le mie amiche erano avorio levigato, o al limite sabbie fini dall’incarnato bianco. Perché quel folle aveva adocchiato proprio me?

Avrei voluto chiederglielo, mentre cercavo di organizzare la mossa successiva. Nessuno ci avrebbe creduto, lui stesso per primo. Tanto più che lo sentii scappare, uno scalpiccio di passi in fuga. E questa volta la collega alzò lo sguardo, dato che le passò proprio accanto, pensando che lui avesse chissà quale fretta.

Ricordai la pressione delle dita nervose sulla pelle, consapevole che avrei dovuto cercarlo. Se mi fossi imbattuta in quel matto in giro per la città, cosa avrei fatto? Mi si imporporò la faccia. Se avesse cercato di farmi innamorare, avrebbe potuto scegliere sistema migliore?

Sentirmi esporre a quel modo, mi sorprese e irritò allo stesso tempo. L’esperienza insegnava a non rischiare, ma quel ragazzo mi era sembrato maschio. Avrei dovuto mettere a punto un modo per manifestare sorpresa, toccare le corde giuste.

Fingendo di spazzare il marciapiede, andai a dare un’occhiata in strada. Lo cercai all’angolo del bar, non lo avrei respinto. Lo desideravo, sebbene mi sembrasse improbabile che mi si ripresentasse una simile occasione.

Possibile che fossi così pronta a farmi avanti, sebbene sapessi che non lo avrei rivisto più? Folle.

In seguito quando ripensavo a quel momento, e capitava spesso, ammettevo di essere stata travolta da una tenerezza che mi rendeva incapace di resistere. Avrei resuscitato quell’idea ancora e ancora, per capire cosa potesse avere innescato la reazione. Mi sembrava strano e non sapevo come giustificarlo.

Ricordavo di avere letto una poesia, la cui chiusa diceva più o meno così: “e dimmi, adesso, chi sono gli stolti?”. Non ricordavo il nome dell’autore e nemmeno perché quel verso mi avesse così tanto colpita. Però speravo di rivolgere un giorno quella domanda a un interlocutore senza volto, che non mi volesse giudicare.

O a quella cassiera che, mentre la mia vita prendeva una svolta, non aveva nemmeno sospettato.

Ero Silvia, la ragazza che si percepiva come un sasso. Speravo che chiunque mi gettasse un osso per potermi ricredere e aggrappare; avevo fantasticato di un tale che mi aveva sfiorata. Nessuno doveva permettersi d’interrompere quella serie di combinazioni imponderabili che offriva la vita. Una morra cinese che mescolava scelte di continuo. Carta, forbice, sasso…Sasso.