Racconto di Seton Kolb

(Seconda pubblicazione – 19 settembre 2020)

 

Negli anni ottanta, le routine per la bellezza femminile viso/corpo non erano meticolose come sono diventate oggi. Le donne, normalmente, pur non seguendo le odierne meraviglie estetiche, comprese le maxi depilazioni, i troppi tatuaggi, i rifacimenti vari, vi assicuro, non riuscivano neanche di “un pelo” a essere meno femminili di quelle di oggi. Anzi, chissà, in certi casi… Vabbè!

Un sabato d’agosto del 1989, tre ragazzi intorno ai trent’anni, regolarmente scapoli, sono in attesa di tre ragazze di età simile, regolarmente sposate, e non giurerei che, due delle tre, “l’intorno ai trent’anni” non lo avessero superato da quattro o cinque.

Conosciute giorni prima in una famosa discoteca del lungomare dove, ricordo, fui letteralmente trascinato dagli altri due, per farmi conoscere le bellezze notturne della città rivierasca. Sapevo che non mi sarei divertito, avevo aborrito questo tipo di locali dopo averli frequentati brevemente anni addietro, ma, visto che c’ero, non ne sarei certo uscito distrutto.

Dopo essere arrivati e aver gustato un bel cono nella gelateria in voga del momento, alle ventitré e trenta circa, non prima, perché ci sono regole non scritte che danno il din don della vita notturna intorno alla mezzanotte, ci avviammo.

Erano all’ingresso, fu lì che le incontrammo, proprio davanti a noi, sole, sorridenti, carine, ben vestite. Uno dei due, il più dedicato al fine “abbordaggio” non si fece scappare l’occasione, le accompagnò all’interno e propose di unirsi insieme con noi. Stettero al gioco, pronte al dialogo, si erano dimostrate simpatiche e felici di essere in nostra compagnia. Qualche lento amichevole con scambio di coppie, altri balli frenetici dai quali tentavo di eclissarmi e argomenti frammentati dalla poca comprensibilità, visto il luogo e la musica a palla. Comunque, da qui, l’appuntamento…

Non meravigliatevi, non è il caso. Nessuno dei tre aveva pensato al dove e come andare. Un ristorantino appropriato ma poco conosciuto oppure appartato e originale? Questo era il cruccio del momento, mancavano pochi minuti al loro arrivo e non si era ancora individuato il luogo…

– Perché non sulla Ninina? – fu la mia l’idea. E subito la proposta fu recepita e accolta con entusiasmo.

La Ninina, era, e non so se lo è tuttora, un cabinato di tredici metri della fine degli anni 50, tenuto in maniera egregia dal proprietario che era poi lo zio di uno degli altri due. Tre cabine, compresa quella del comandante situata a prua, erano minuscole ma confortevoli, un bagno super attrezzato, soggiorno e cucinino. Dopo aver consultato il nipote (sempre uno degli altri due) su cosa c’era in cambusa, cioè pasta, scatolette di tonno, pane in cassetta per eventuale scarpetta, due bottiglie di rosato doc e acqua minerale, solo liscia, decidemmo che con una spaghettata serale a bordo di un vissuto yacht, avremmo fatto un figurone.

Le “ragazze” arrivarono e sposarono (giacché già lo erano), l’idea della serata su una barca, sciabordante, anche se ormeggiata in porto. Convenevoli, preparativi, chiacchiere di circostanza e alla via così, tanto per rimanere nel gergo marinaresco. Gli spaghetti al tonno lasciarono un po’ a desiderare, forse perché c’era poca cipolla e solo una confezione piccola di pomodoro? Non lo so, ma l’atmosfera si era creata, complici il buon vino fresco, della musica jazz, e forse una bottiglia di Vecchia Romagna etichetta nera, brandy che – lo diceva la pubblicità – creava appunto questa sensazione. Lasciai al caso, anche se un paio di sguardi li avevo intravisti, pur facendo finta di nulla. Era la meno appariscente, la più vestita (per me la migliore), il suo sguardo voleva anche essere della donna che dice a se stessa: ma cosa ci faccio io qui ?

Mentre le altre confabulavano con gli altri due, lei, si avvicinò, parlammo del più, parlammo del meno e parlando parlando, ci trovammo casualmente nella cabina di prua (quella dell’armatore). Fu un caso, gli altri, eventualmente, avevano le altre. Non parlammo più, e non facendolo, potemmo concentrare le sensazioni su altro (non mi ero sbagliato, era la migliore). Pochi minuti e… Un urlo – Noooo! – Ascoltammo del trambusto dietro la porta. Rassettammo “qualcosa” in fretta e ci affacciammo. – che succede? – domandai. In piedi (sguardo contrito), mentre lei (una delle altre due), gli diceva a brutto muso – voglio andare viaaa! – , lo diceva al nipote dello zio, lo zio proprietario della Ninina (la barca).

Cercavo di raccapezzarmi, e con me provava a farlo la migliore che, anche se sorridendo, era un po’ sbiancata. Nel frattempo si apre la porta dell’altra cabina, da dove esce l’altra delle tre (un po’ scarmigliata, troppo), che dice:

– Cosa c’è? –

E l’altro (di noi tre), tra l’imbambolato e il “disturbato”, muto.

– Voglio andarmene, va beneee ? – ancora lei, quella delle tre che aveva urlato prima…

– Va bene, va bene! Si va via tutti, non c’è problema – dico a quel punto.

Così fu. Dopo un po’, ascoltammo il rumore della A112, che sgommava sulla banchina e andava via a tutto gas…

Mentre, in silenzio, si sgomberavano i residui della cena e si controllava un po’ tutto, ormeggi compresi, il terzo di noi tre, quello che era ammutolito, chiese al nipote dello zio armatore.

– Ma che cazzo è successo? –

E lui, stralunato: – Nulla, andava tutto bene, le ho detto che aveva delle gambe stupende, un fondo schiena da paura, due occhi magnetici, le ho anche detto che osservare le sue labbra mentre mi parlava, per me era un supplizio non poterle sfiorare. Mi guardava estasiata. Peccato… –.

Noi, in quasi coro:

– Peccato??? –

Le ho detto – Peccato! Questi avambracci stupendi con questa peluria prorompente… –

Ma scherzavo! l’ho fatto per alleggerire il momento, però quella è diventata tutta rossa e dopo un po’ ha dato di matto. Per me è fuori di testa. Eh! Il resto lo sapete.

Con calma, in silenzio, presi dallo stipo tre bicchieri di plastica, dove versai ciò che restava nella bottiglia triangolare con etichetta nera. Dopo un po’, non riuscii più a trattenermi e iniziai a sghignazzare, piano, piano, poi sempre più forte. Di seguito, anche loro, (gli altri due)…

Tra amici, non c’è pelo che possa disgregare l’atmosfera, certamente non per merito della Vecchia Romagna.

Nella fretta, era riuscita a mettermi in tasca un numero di telefono di una sua amica (non c’erano i cellulari, almeno non per tutti).

Per alcuni versi era meglio. Forse.