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Racconto di Giorgio Rinaldi

(settima pubblicazione – 10 luglio 2020)

 

 

Alla fine fu un bambino a salvare il Mondo. Fanno sempre così, in ogni attimo della loro breve vita da bambini, brandendo armi innocue, ma potenti come nessun’altra. Non sono soldati e non hanno nemici da combattere. Sono solo inconsapevoli portatori di felicità.

Tutto iniziò con una migrazione forzata, un viaggio estenuante che non avrebbe voluto intraprendere, ma il suo territorio era stato invaso e bisognava trovare un altro posto dove stare. Adesso vedeva il Nuovo Mondo risplendere in tutta la sua inerme bellezza e lo straniero capì che sarebbe stato facile occuparlo e stabilirsi lì definitivamente. Era scaltro e sapeva come fare. Lentamente sopraffece l’uomo costringendolo a barattare gemme rare come il sorriso con strisce di stoffa colorata da appendere sul volto. Scambiò oggetti insignificanti come dei guanti di plastica con la storia della vita che ognuno ha impressa sulle mani. Cancellò la prossimità, gli abbracci, i baci e al loro posto mise la lontananza, la diffidenza, la paura.

L’uomo, stordito, cercò di adattarsi credendo che presto lo straniero avrebbe desistito e tutto sarebbe tornato al suo posto. Provò a disegnare dei sorrisi su quelle strisce di stoffa o ad usare uno schermo per rivedere i volti cari, provò addirittura a fingersi morto, e sembrò quasi farcela all’inizio. Ma ogni soluzione si rivelò temporanea e inadeguata a respingere l’occupazione.

Gli anni passarono e l’uomo cedette a poco a poco ogni sua ricchezza, fino a perdere anche la speranza.

Un giorno, in un piccolo paese di montagna, un bambino e suo nonno si incontrarono di nuovo dopo tanto tempo. Il bambino bussò alla porta di legno, ridiscese i quattro gradini fino in giardino e rimase ad aspettare. Il nonno aprì e si fermò sulla soglia della porta. Rimasero tutti e due a guardarsi per un po’, il vecchio sulla soglia e il bambino in giardino. Non potevano avvicinarsi, non potevano abbracciarsi e nemmeno sedere vicini a raccontarsi storie. Rimasero lì immobili, nelle loro tute a tenuta stagna che limitavano i movimenti, la vista e addirittura i pensieri. Il vecchio notò come era stato generoso con il nipote quello stesso tempo che a lui sembrava tanto avaro. Il bambino vide che il nonno si era fatto piccolo quasi quanto lui e che, se avesse potuto avvicinarsi, si sarebbe messo spalla a spalla per vedere la differenza. Col passare dei minuti, però, la forza del bambino cresceva e, non potendosi sfogare, si accumulava nelle ossa, nei muscoli, in ogni fibra del suo giovane corpo.

Poi, finalmente, quell’energia trovò il suo sfogo ed esplose in un gesto inaspettato, un gesto semplice e che in tanti avevano ormai dimenticato: un salto.

Il vecchio rimase interdetto, ma quando vide il nipote saltare di nuovo con entusiasmo capì. In quel salto c’era qualcosa di rivoluzionario, un’inversione di tendenza, c’era la dimostrazione che anche la forza più grande del Mondo era battibile. In quel breve volo verso il cielo c’erano gli abbracci, i baci, le strette di mano, le partite a briscola al bar, le cene con gli amici, i viaggi, c’era tutto ciò che sembrava perso per sempre. Saltò anche lui. Fu davvero un piccolo salto quello che le sue ginocchia arrugginite e la tuta protettiva gli permisero, ma ritoccò terra sorpreso dalla leggerezza del suo cuore. Continuarono così per un po’ a ridere e saltare e tutti li videro riprendersi la felicità un salto alla volta. E allora anche i compaesani iniziarono a saltare e poi quelli del paese vicino e di quello giù in pianura, fino agli abitanti della città. In poco tempo tutti si misero a saltare, non c’era angolo del Mondo in cui non vi fosse qualcuno intento a staccarsi da terra e la felicità rianimò la speranza.

Lo straniero capì che era ora di levare l’assedio, che il bottino non era completo, ma che ormai non c’era più speranza di vittoria. L’uomo era destinato ad avere la meglio. Così se ne andò, tornò da dove era venuto, mentre l’uomo riconquistava una per volta tutte le ricchezze perdute.

A forza di salti.

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