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Racconto di Umberto Chiri

(Seconda pubblicazione – 7 giugno 2021)

 

 

 

“Non pensi che possa farti male?”.

“E’ soltanto chimica, questa”

“Non lo so”.

“C’è altro, che ti preoccupa?”.

“Potrebbe”.

Ingoiò la pillola buttandola giù con il solito mezzo bicchiere d’acqua. Lei guardò il suo pomo d’Adamo scarno scendere lungo la gola vibrando.

“La magia la mettiamo noi” disse l’uomo.  “Quando siamo insieme, così”

Un’ora dopo erano allacciati a letto, e ancora una volta fu lei a parlare per prima:

“Ho paura tesoro”.

“E di cosa?”

“Di avere così poco tempo per darti quello che vorrei”.

Lui s’ irrigidì, ma mantenne una voce calma, conciliante.

“Adesso siamo qui”.

Respirò in modo rauco, lei ebbe l’impressione di pesargli sul torace.

“Non voglio che ti sposti”, disse lui. “Ho solo bisogno di cambiare posizione”. Lei sollevò la testa, mentre l’uomo si stendeva. “Scusa, formicolio al braccio”.

“Dimmelo, se ti peso”.

“Voglio che tu stia comoda, tesoro”.

“Lo sono, nel posto più comodo del mondo”.

“La vita è sorprendente”, disse lui sorridendo. “Non credevo che mi sarebbe mai più successo”. Si massaggiò il braccio, il costato.

“Troppi acciacchi”, aggiunse.

“Saltano fuori tutti, dopo”.

Lei, intanto, poco alla volta, stava tornando inquieta, anche se cercava di nasconderlo.

“Cos’hai, tesoro?”, domandò lui. “Potrebbe non essere quello che penso”, azzardò l’uomo. “O magari sì”.

“Forse potremmo vivere insieme, non credi?”.

“Intendi qui?”.

“Che cosa possiamo fare insieme noi due, da soli?”.

Lei scosse il capo. “Abbiamo bisogno di tutela”.

“Ci sono io a proteggerti”.

Gli baciò i polsi sottili, le macchie brune sulla pelle delle mani, pensando “Non puoi e poi, chi proteggerà te?” Quindi disse:

“Ora purtroppo devo andare”.

Lui annuì, rassegnato, ma non convinto. Qualcosa nei discorsi l’aveva irritato. Quando succedeva, gli spuntava fuori un che di affilato, nello sguardo, nei modi.

“Allora fino a mercoledì”, disse.

“Sono questi i giorni. Lo sappiamo entrambi. Fine settimana e mercoledì”.

“E poi le feste comandate”.

“E poi tutte le feste comandate”.

“Definirlo ‘residence’ lo fa sembrare un bel posto” continuò lui con un filo acido nella voce.

E’ un bel posto tranquillo, in mezzo ai pini”.

“I cipressi sarebbero più adeguati”.

“Perché essere tanto lugubri, adesso, qui?”

L’uomo si accese una mezza sigaretta. Di più, non poteva permettersi. Tossì un po’. Non la respirava quasi. Quando tirava, quel poco di colorito sulle guance spariva del tutto.

“Pensi mai che sarebbe stato bello incontrarci prima?”.

“Chissà come sarebbe stato”.

“Avremmo avuto più tempo. Almeno questo è sicuro”.

 

Il mercoledì si incontrarono di nuovo a casa di lui, come al solito.

Erano distesi a letto, abbracciati sotto le coperte. Eros allungò il braccio per prendere la solita pillola, il bicchiere d’acqua a portata di mano sul comodino.

“Questa volta facciamone a meno”, disse lei.

“Come dici, Adele?”, chiese Eros, allarmato.

“Vediamo cosa succede così, naturalmente”.

“Non succederà niente: ecco quello che succederà!”

“Non importa. Non deve per forza esserci quello. Ci sono tante cose belle, tra noi”.

“Sarà deludente, per te”.

“Non credo”.

“Non so, davvero”. Adele gli accarezzò la pancia. “Mi sento come disarmato, senza”.

“Che brutto termine. Io non voglio certo che tu sia armato. Non qui, con me”.

“Lo sai cosa voglio dire. Mi sento insicuro, credo. Espropriato”. Si mise una mano sugli occhi. “Vecchio”.

“Ma noi siamo vecchi”.

“Non è questo, non è come dici tu”.

“Vieni qui ”.

Prese a muoversi sopra di lei come un bambino. Poi smise di muoversi del tutto. Adele gli accarezzò la schiena con movimenti circolari, lo baciò dolcemente sul collo gracile, per incoraggiarlo. Ma lui non si muoveva.

Cominciò a parlarle con una voce piccola, debole.

“Forse hai ragione tu. Dovrei lasciare questa casa, venire con te, nel tuo ricovero per anziani. Me l’hai descritto come un bel posto. Io non sono mai voluto venire a vederlo, avevo paura che m’ intristisse. Ma anche qui, tra queste mura, sono triste. La sera guardo gli alberi del parco sotto casa. Nelle sere di nebbia, mi sembrano dei fantasmi. Non so come spiegarti. Sono come spiriti che mi richiamano”.

Si sollevò dal letto incerto sulle gambe, e Adele dovette trattenersi dal soccorrerlo, per non ferire il suo orgoglio. Stette via parecchio tempo. Lei si mise il golfino e andò alla finestra. C’era un vento leggero che faceva stormire gli alberi del parco. Non le sembravano per nulla dei fantasmi, ed era certa che non le sarebbero sembrati dei fantasmi neppure in una serata nebbiosa. Erano vivi, pulsavano di linfa. Sopra le radici coperte da un’erba fina spuntavano le prime viole.

Si tolse il golfino, infilandosi di nuovo nel letto. Quando Eros fece ritorno nella stanza, infreddolito e incerto, Adele gli aveva preparato la pillola, mettendogliela accanto al bicchier d’acqua. Senza darglielo a vedere diede un’occhiata all’orologio. Gli sorrise dolcemente. Avevano ancora un’ora.

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