Racconto di Enrico Strappetti

(Sesta pubblicazione)

 

Quando i due ragazzi uscirono dall’agenzia di spettacoli Parker & Son erano le cinque e venti del pomeriggio. Tenevano stretto nel pugno un foglio arrotolato di carta spessa, pieno di ghirigori che correvano lungo i bordi, con cui quella sera stessa si sarebbero presentati per un’audizione. Stava per cominciare una turné, da lì a una settimana, e si era liberato un posto, perché il pianista si era reciso un tendine con un trinciapollo nel bel mezzo del pranzo della domenica. Poco prima si erano a malapena rivolti lo sguardo, e ora camminavano sulle due ali opposte del marciapiede, diretti da Freddy’s, tra la 5^ e la 10^ strada. Per tutto il giorno nel cielo non si era vista una nuvola, l’aria era ancora calda, e sarebbe passato un bel po’ prima che dall’East River fosse arrivata qualche folata fresca. Mark teneva un’andatura decisa, procedendo impettito in un completo blu che sapeva di lavanda, un garofano violetto che spuntava dal taschino, orgoglioso della sua pelle nera, e forte del fatto che tutta Harlem lo considerasse come la nuova promessa del jazz. John dava l’idea di un novellino cui la madre avesse appena stirato i pantaloni, e avanzava malfermo, dentro un vestito che aveva visto giorni migliori, le mani sprofondate nelle tasche, lo sguardo a misurare le scarpe che stavano per scollarsi sulla punta. Sentiva che il sudore aveva cominciato a bagnargli le ascelle ed era quasi tentato di accartocciare quel foglio, gettarlo nel primo cestino che gli fosse capitato a tiro, e tornarsene indietro.

Per farsi coraggio si fermò in un bar, dove prima di riprendere la strada, mandò giù un paio di birre. Quando entrò nella sala, due musicisti di colore ridacchiarono, dandosi di gomito. Girò lo sguardo intorno, poi fissò le lampade che erano disposte in alto, a gruppi di tre, attaccate al soffitto con un filo lungo una trentina di pollici. Si sistemò gli occhiali, poi si avvicinò al pianoforte e lo sfiorò con le dita.

«Un altro bianco», disse quello che tutti conoscevano come lo “Smilzo”, «pensavo di essere stato abbastanza chiaro con i Parker, ma non fanno altro che mandare bianchi».

«Già», disse il secondo che, come voleva il suo soprannome, somigliava in tutto e per tutto a una palla di cannone. «Ma forse stavolta siamo stati più fortunati», continuò, indicando Mark che era entrato nel locale proprio allora. Poi cercò di sollevarsi dalla poltrona dov’era sprofondato, si passò un cerino sulla suola, e si accese un sigaro. Il circolo rosso della brace si distingueva in mezzo alle poltrone, avvolte nell’oscurità. Nella sala oltre a loro non c’era nessuno, se non una ragazza al bancone del bar magra come una stampella, palliduccia, spettinata, che lucidava un bicchiere, e un piccoletto sui sessanta con un gilè a righine grigie e una bombetta cremisi, che passava uno straccio avanti e indietro vicino a una tenda di broccato. John si mise seduto sullo sgabello e regolò l’altezza armeggiando con la manopola. Una ciocca di capelli gli scese sulla fronte, così cercò di rimetterla a posto passandosi le dita aperte all’indietro come i rebbi di un aratro prima della semina. Poi gli diede qualche colpetto, come se avesse potuto assestarla. Alzò il coperchio, quindi si abbassò, mettendo la faccia di lato, fino a sfiorare i tasti. Soffiò con forza, sollevando una nuvola di polvere. Fece cenno alla ragazza di avvicinarsi. Non appena la ebbe a tiro mise una mano a coppa e le sussurrò qualcosa all’orecchio. Lei si allontanò, e quando ricomparve cinque minuti più tardi, reggendo un bicchiere, le labbra le erano diventate color carminio e i capelli biondi erano lucenti, ordinati, e tenuti con una spilla di cristallo a forma di farfalla. Portava un paio di scarpe nere con i tacchi alti, che stridevano sulle tavole del palco. “Palla di cannone” schioccò le dita, e il ragazzo fu invaso da un fascio di luci che cercò di schermare sollevando un braccio.

«Hei, Biancaneve. Hai portato qualcosa di tuo?», gli chiese.

«Blue in Green», rispose John, con una voce talmente sottile che si sarebbe potuta piegare come un ramoscello che non regge la pioggia, appena si fa più intensa.

«Mai sentita. Beh, avanti, facciamo presto. Abbiamo ben altro da fare stasera…», disse, indicando Mark che aspettava qualche fila più avanti, le dita che indugiavano sui petali del garofano, i denti scintillanti tra le labbra carnose. John, che intanto si era curvato in avanti, esile come un uccellino, annuì. Poi chiuse gli occhi e cominciò a suonare, molto lentamente, accennando poche note, che prima riempirono l’aria, e poi divennero inarrestabili, come le onde dell’Atlantico che si infrangevano sulla spiaggia a Coney Islands e facevano alzare in volo i gabbiani. Mark chiuse le labbra, soffocando il fiore nel palmo; il tipo dello straccio si fermò e si tolse la bombetta nemmeno stesse per entrare in chiesa; la ragazza, che era girata di spalle, infilò un calice nella rastrelliera, e si voltò. Lo “Smilzo” si tirò su, appoggiando i gomiti sulle ginocchia, e prese a scrocchiarsi le dita. Diede una scrollata al grassone.

«Chiama gli altri. Muoviti!», gli disse, ma “Palla di cannone” si era incantato, così fu costretto a strattonarlo. Lui si alzò di scatto, attraversò la fila di poltrone muovendosi di lato, corse per il corridoio e arrivò a una porticina laterale. L’aprì di colpo. C’erano tre uomini di colore seduti intorno a un tavolo, immersi in una nuvola di fumo, che sobbalzarono.

«Non ti hanno insegnato a bussare?», disse uno che portava un anello d’oro grosso come una noce.

“Palla di cannone” se ne stava lì, senza rispondere, ansimando per la corsa, con l’enorme cassa toracica che faceva su e giù sotto la camicia. L’uomo abbassò le carte sul panno. Aveva i capelli corti, neri, e densi.

«Beh… che c’è?», stavamo facendo una partita, qui.

«Forse è il caso che vieni di là, capo, anzi forse è il caso che veniate tutti… c’è un ragazzo che…»

«Che fa questo ragazzo? Sta per caso dando noie alla nostra Claire? Avanti. Parla. Ti si è seccata la lingua, forse?». Poi prese due banconote davanti a lui, vicino a un mucchietto di monete, e le gettò al centro del tavolo, in mezzo alle altre. Quindi diede una tirata alla sigaretta, e scrollò la cenere in un piattino di ceramica con alcuni colpetti dell’indice.

«Nessun fastidio, capo… Lui… suona…»

«Ah, suona. È un musicista allora. E noi altri cosa siamo invece? Non partiremo a breve con tutti i nostri strumenti? Non viaggeremo su treni di prima classe, mangiando cibi squisiti nei vagoni ristoranti, dormendo in morbidi letti dalle federe bianche e profumate? Non vedremo forse Filadelfia, Baltimora, Richmond, risalendo con tutti gli onori da Cincinnati fino a Chicago? E tu mi disturbi per un ragazzino che strimpella?». E diede un pugno sul tavolo così forte da farlo traballare. Poi si girò verso la porta rimasta aperta, da cui arrivava soave la musica e restò così, per una ventina di secondi, prima di sorridere. «Ti devo le mie scuse, Julian. Ma ora prendimi la tromba. Vuoi?», gli disse chiamandolo per la prima volta con il suo vero nome, e con una dolcezza nella voce che nessuno ricordava di aver mai sentito, fino ad allora; indicando una custodia verde smeraldo poco lontana, e permettendogli di uscire da quello stato di mortificazione cui lo aveva costretto. «E anche voi altri, alzatevi. Dobbiamo festeggiare», continuò nello stesso tono.

I ragazzi della band stavano portando John in trionfo. A un tratto lo “Smilzo” e “Palla di cannone” lo avevano persino sollevato, tirandolo in aria e riprendendolo a più riprese, mentre Claire non faceva in tempo a riempire i bicchieri, il piccoletto improvvisava un tip tap sopra il pianoforte passandosi la bombetta da una mano all’altra, il capo accennava piccole frasi con la tromba, e dall’entrata la gente faceva capolino per vedere cosa stesse succedendo. Non appena lo poggiarono a terra, Mark, che fino ad allora se n’era rimasto in disparte, si alzò dallo sgabello e lo raggiunse.

«Mi hai rovinato la vita!», gli disse.

«Mi dispiace. Io non volevo…», rispose lui affranto, davanti a quello che non era più un ragazzo, e fece per allungare una mano verso la sua, ma proprio mentre stava per afferrarla gli altri lo risucchiarono nel vortice dei festeggiamenti. Mark uscì dal locale e prese a calci un distributore di sigarette automatico, poi lo colpì più volte con i pugni. Percorse un lungo tratto di strada rischiarata a malapena dai lampioni ricurvi, tra le imposte chiuse, le serrande dei negozi abbassate, e solo qualche raro passante con i baveri delle giacche tirati su. Incrociò una coppia di innamorati. Lui le cingeva la vita con un braccio, e lei con le piccole dita arrossate reggeva una rosa lungo il fianco. Ripensò ai petali del suo garofano che erano caduti a terra poco prima, a quella specie di nano che l’indomani li avrebbe raccolti con una scopetta, e gettati via, insieme agli avanzi dei bagordi. Arrivò fino a Queensboro e si sporse sul parapetto. L’acqua del fiume era una massa scura rimestata dalla corrente, piena di giunchi che affioravano lungo gli argini e mulinelli contornati dalla spuma più chiara. Rimase a osservarlo per un bel po’, pensando al futuro. Sarebbe dovuto tornare a casa prima o poi, e adesso non avrebbe avuto più nessuna scusa da opporre a suo zio, e avrebbe dovuto accettare quel posto da commesso in quel misero negozio di cappelli di feltro, e finire lì i suoi giorni. Ma non era quello a fargli male. Non sarebbe mai riuscito a suonare come quel ragazzo, nemmeno se ci avesse impiegato tutta la vita. Poi si guardò le mani, le stesse che avrebbero dovuto portarlo lontano, gonfie e livide lungo i dorsi, piene di tagli sopra le nocche. Sentì le lacrime farsi strada, così si diede un’occhiata intorno, e solo quando fu sicuro che sul ponte non ci fosse nessuno, cominciò a piangere.