Fiaba di Italo Cirene

Illustrazioni di BDB

 

Narra un’antica leggenda silana che, tra le località di Buturo e Sersale, vivesse un tempo un uomo dall’enorme statura e dal cuore bambino. Nessuno ne conosceva la provenienza, né sapeva perché avesse deciso di vivere lassù, nutrendosi e coprendosi con ciò che offriva la natura. Era muto, ma i suoi occhi buoni e innocenti erano più eloquenti di mille parole. I bambini del villaggio lo avevano eletto a loro compagno di giochi, per via del suo carattere allegro e socievole. Capitò che due di quei fanciulli, che sollevano intrattenersi con lui, non fecero ritorno a casa. Qualcuno avanzò il terribile sospetto che fosse loro successo qualcosa di brutto e ne addossò, chissà perché, la colpa all’omone che viveva tra i boschi. Così, decisi a vederci chiaro in quella faccenda, si diressero verso la capanna tra le montagne, armati di fucili e forconi. Giunto al cospetto del gigante, il bellicoso drappello gli chiese a gran voce conto dei bimbi scomparsi. L’omone sembrò non capire e, sorpreso e impaurito, provò a balbettare qualcosa senza, però, riuscire a farsi intendere. Quelli lo incalzarono, intimandogli di farli entrare in casa a controllare. Ma, dopo un minuzioso esame di quel misero tugurio, la loro rabbia crebbe. Infatti, poco distante nell’aia, rinvennero alcune macchie di sangue. Fu in quell’istante che uno di loro, armato di forcone, lo infilzò, prontamente imitato da altri.

“Questa montagna umana ha la pellaccia dura! …” chiosò, con disappunto, uno di quelli. In quell’attimo, un colpo di fucile risuonò nell’aria, secco e cupo, e il gigante sembrò vacillare sotto i colpi che si ripeterono due, tre, quattro volte, finché all’ultimo, il quinto, videro quella “montagna umana” stramazzare pesantemente al suolo. “Crepa, tornatene all’inferno da dove sei venuto!” gli ringhiarono contro quei cani rabbiosi, lasciandolo lì, agonizzante, immerso nella sua pozza di sangue, che ora tingeva di rosso la bianca coltre di neve che ricopriva il terreno. Era inverno. I peggiori che memoria d’uomo ricordi. Il ghiaccio gelava le strade ed i cuori. Il più triste per quelle contrade. Tanto più triste perché, poco tempo dopo, i bimbi dispersi riapparvero, vivi e vegeti.

E, stretti dall’abbraccio di familiari e amici, raccontarono di essersi perduti, inseguendo uno scoiattolo tra gli anfratti del sottobosco. Il rimorso attanagliò la coscienza di quelle belve a stazione eretta, che non ebbero nemmeno il coraggio di raccontare ai propri figli la verità su ciò che realmente fosse successo. “Sono stati i lupi! …” Questa la loro meschina versione dei fatti. Di comune accordo, e tra i pianti e le insistenze dei bambini, stabilirono di seppellire il povero infelice in un angolo del piccolo cimitero del villaggio. Sul luogo del terribile misfatto, i più pii decisero di piantare un albero di castagno, oggi noto come “il gigante buono”, meta privilegiata di escursionisti e appassionati della montagna.

Speravano, così, di riscattare la memoria di quel pover’uomo, vittima innocente del loro cieco odio.

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