Favola e illustrazioni di Lauren Bright
La campagna era ancora assopita nella fredda alba dicembrina e l’aria, tersa e rarefatta, si velava di vapori lievi che esalavano dal manto di brina che ricopriva l’erba.
L’annoso gelso troneggiava solitario lungo la riva del fosso, rivestito dalle radici ai rami da muschio congelato che sembrava ammantarlo come un elegante cappotto damascato. Il tronco, irregolare e nodoso, acquistava un aspetto distinto, quasi regale, coronato alla sommità da un groviglio di rami cristallizzati dal gelo che, intrecciandosi, creavano un gioco arabescato contro il cielo azzurro.
Tutto era silenzioso, immobile, glaciale. Una cartolina perfetta.
Solo, ad un tratto, una manciata di brina dai rami del gelso, come una piccola esplosione di zucchero a velo. E in quella nube scintillante, un trillo, accompagnato da un frullo ripetuto: una pallina di piume grigie dal petto di porpora sgargiante e due occhietti neri e lucidi.
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Un giovane pettirosso, di nome Piccò, ancora ricoperto dalla brina della notte.
«Voglio esplorare» si disse, «mentre i miei compagni ancora dormono voglio vagare libero per la campagna e oltrepassare il muretto proibito che cinge il vecchio casolare abbandonato».
E così spiccò il volo Piccò e vagò lieto, a lungo, sopra i campi bianchi.
«Buondì» fece Saladina, la lepre salterina, senza fermare le frenetiche zampette che scavavano una buca. «Dove sei diretto a quest’ora?»
«Buondì Saladina, vado all’avventura, oggi varcherò il muretto!»
«Ma che dici? Sei ammattito Piccò?»
«Ma sì, che c’è di male?»
«La legge lo vieta: il muretto non lo puoi passare!»
Stizzito Piccò tirò dritto, senza più badare a quella ciarlatana.
«Ehilà Piccò, come te la passi? Che fai di bello in giro tutto solo?» lo apostrofò Agamennone, il gallo borioso, che si gongolava tutto gonfiando il petto sfavillante di colori iridescenti.
«Vado in esplorazione, oltrepasserò il muretto!»
«Che!? Sciocco pivellino! Non sai che è proibito? Da anni e anni ci viene tramandato questo divieto; certo ne ho viste di cose strane nella mia lunga ed eroica vita, ma questa le batte proprio tutte!», ma Piccò non si fermò e lo lasciò solo sullo steccato a darsi arie e a sentenziare, unico spettatore di sé stesso.
Intanto, all’orizzonte, era comparso il muretto e, subito oltre, nascosto da una fitta coltre di edera centenaria, il casolare abbandonato, solenne e fatiscente come una tomba.
«Quack! Mattiniero oggi Piccò! Qual buon vento ti porta?» gracchiò dal fiume gelido Morgana, l’anatra curiosa, seguita dai suoi cinque e petulanti batuffoli gialli.
«Vado oltre il muretto!» tagliò corto Piccò, un po’ seccato da tutte quelle domande.
«Cosa odono le mie orecchie! È dai tempi in cui le anatre hanno i piedi palmati che non si sente una sciocchezza simile! E se è vero che sono un’anatra rispettabile, andrò subito a riferirlo ai tuoi compagni. Presto piccoli, più propulsione, più propulsione!»
“Starnazzante pettegola!” pensò Piccò, senza però perdere l’entusiasmo e deciso a non fermarsi.
Il giovane esploratore giunse finalmente al famigerato luogo del divieto: con molta naturalezza sorvolò il muretto e gli parve che non ci fosse nulla di tanto emozionante. Ma quando si addentrò nell’edificio attraverso il vano di una finestra rotta, il cuore gli fece un balzo nel petto rosso e iniziò davvero a temere di essersi spinto troppo oltre.
Tuttavia, la curiosità che lo animava prevalse, così non fuggì e rimase in silenzio, fermo sul davanzale, immerso nella penombra di una stanza umida.
Un forte odore di muffa gli entrò nelle narici e, a poco a poco, la vista si adeguò a quell’oscurità. Ragnatele pendenti, vecchie sedie accatastate, travi marcenti; soltanto, contro la parete opposta, sopra un vecchio scaffale, annoso covo di migliaia di termiti, ecco delinearsi una figura: imponente, solitaria, abbattuta.
Paralizzato dalla paura Piccò non fiatò e per un minuto buono rimasero così, pietrificati, a fissarsi. La gigantesca e oscura figura dagli occhi tristi di fronte alla minuscola pallina col cuore in tumulto.
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«Chi sei straniero? Cosa ti porta in questa vecchia soffitta?»
Quella che riempì la stanza era una voce cupa, profonda come gli abissi del mare, velata da un fondo rauco proprio di chi non emette suono da tempo immemorabile.
Ma era una voce buona e Piccò, rassicurato, azzardò: «Son Piccò, il pettirosso, ho varcato il muretto perché spinto dalla curiosità. Volevo conoscere il segreto del divieto. Non so se ho fatto bene, ma dimmi, chi sei e perché vivi qui solo?»
«Son Abelardo, il vecchio gufo del casolare, da anni ormai vivo qui solo; i miei nipoti mi hanno dimenticato, spinti dal desiderio di appropriarsi di nuovi territori, hanno scordato il loro avo e intimorito la popolazione inventando la legge del divieto per far sì che un giorno possano tornare ad impossessarsi anche di questo vecchio edificio abbandonato. Comunque, piccolo hai fatto male ad introdurti qui da solo, avresti dovuto essere prudente!»
Piccò, che si era nel frattempo un po’ rilassato, a quelle parole si terrorizzò nuovamente e fece per spiccare il volo, ma Abelardo lo fermò: «Aspetta sciocchino, dove vai? Io non sono pericoloso, intendevo dire che avrebbero potuto esserci davvero dei pericoli! Però una cosa apprezzo di te, piccolo temerario amico, e cioè che alla tua giovane età tu sia così determinato a scoprire il “perché delle cose”. Molti crescono, invecchiano e muoiono senza mai porsi alcun “perché” e si lasciano trascinare mollemente come un gregge di pecoroni dal senso comune».
«Senso che?» domandò sconcertato Piccò, che di quel discorso non aveva capito granché.
«Il senso comune, testolina! Le opinioni che vanno per la maggiore, quelle che quasi tutti prendono per buone per comodità o mancanza di intraprendenza, senza neppure chiedersi se le condividono realmente! Senso comune è la pigrizia del pensiero, è una vita senza sale, è la mancanza di curiosità, insomma… è l’assenza dei perché! Ti avevano detto che era vietato oltrepassare il muretto ma nessuno te ne aveva spiegato il motivo e nessuno si era neppure preso la briga di conoscerlo».
A quelle parole Piccò iniziò a comprendere e provò grande tenerezza per quel vecchio gufo, pozzo di saggezza dimenticato dal mondo. «Abelardo» disse, «ti ringrazio di cuore per il tuo prezioso insegnamento e ti prometto che d’ora in poi non sarai più solo, verrò ancora a trovarti e porterò i miei amici, ti faremo compagnia e ridaremo gioia e vita a questo luogo spettrale! E se torneranno i tuoi nipoti ti difenderemo e stai pur certo che non perderai la tua dimora!».
Abelardo spiccò il volo, ombreggiando con l’immensa apertura alare tutta la stanza; un raggio di sole lo illuminò e Piccò rimase affascinato da quella visione maestosa e dall’espressione non più abbattuta, ma fiera e portentosa.
Il vecchio gufo si posò accanto a lui sul davanzale e disse: «Ora Piccò guarda anzi… osserva».
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E Piccò guardò oltre il vetro appannato, arabescato dai perfetti fiori del gelo, e osservò a lungo la campagna.
E allora vide: vide la brina scintillante di luce, vide le fronde cullarsi alla brezza del mattino, vide la terra stendersi infinita all’orizzonte…
Vide che la realtà poteva essere migliore di come gli era stata mostrata.
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