Favola di Marta Segat

 

– Vieni Wild! Dai esci, è l’ora! – La voce giungeva dalla casa-cesta vicina. Era la vecchia Wilka che, come Wild, stava attendendo quel giorno da quando era nata. E ora quel giorno era arrivato.

Tra le vaste terre incolte e le foreste sconosciute si trovava il villaggio dei Willow, un luogo straordinario, nascosto tra i rami secolari di giganteschi salici piangenti. Come fossero giunti in quel luogo e perché, faceva parte della loro complicata storia, quella di un popolo così unico da essere perseguitato dagli uomini del regno di Gha.

I Willow erano dei piccoli esseri con lunghe gambe, braccia cortissime e un buffo naso. Le loro abitazioni erano minuscole e simili a ceste. Le potevi vedere dondolare aggrappate ai rami più grossi degli alberi. Erano collegate tra loro da una fitta rete di ponticelli fluttuanti che, come le case-cesta, erano stati costruiti grazie al sapiente intreccio di rami e foglie. Ogni ponticello, lungo il suo percorso tra una casa-cesta e un’altra, incontrava una specie di zattera sospesa tra i rami, dove i Willow avevano creato giardini, parchi gioco per i più piccoli o serre di fiori multicolori. Lassù, in cima a quegli alberi, i Willow avevano trovato il loro rifugio, ponendo fine a un periodo di odio e paura. C’era stato un tempo, infatti, in cui i loro antenati erano stati cacciati e catturati per essere poi rinchiusi in piccole gabbie e diventare il gioco preferito dei bambini del regno di Gha. Perché tutto questo? Perché i Willow possedevano il raro dono di mutare colore secondo le sensazioni che provavano, e così la loro pelle, originariamente di un rosa pallidissimo, diventava blu se avevano freddo, rossa se si arrabbiavano, gialla se ottenevano qualcosa che desideravano, verde se provavano paura e lilla quando erano sinceramente felici. Ogni bambino del regno di Gha voleva possederne uno per divertirsi nel vedere come cambiasse il suo colore. Ma un giorno, stanchi di essere cacciati e usati poi come trofei, i Willow ancora liberi si organizzarono in piccoli gruppi e liberarono quelli prigionieri. Poi si radunarono davanti alla Grande Pietra nella parte più remota del regno. Avevano portato con loro tutte le cose più care, pronti ad abbandonare quella terra e mettersi alla ricerca di un luogo più sicuro. In quel momento la loro pelle era diventata di un verde intenso. Avevano paura.

– Ci mettiamo in marcia amici? – chiese Wool, il più anziano del gruppo e organizzatore della loro fuga.

– Sì – risposero in coro.

La pelle di Woll divenne gialla, raccolse le sue sacche, le caricò su una spalla e si avviò seguito da tutto il suo popolo. Camminarono per lungo tempo, nascondendosi tra i cespugli di giorno e percorrendo strade nascoste e buie di notte. Spesso erano costretti a fermarsi perché sentivano avvicinarsi lo scalpiccio dei cavalli degli uomini che li stavano cercando. Ma per fortuna le guardie del regno di Gha erano pigre e non scendevano neppure da cavallo per cercarli, si limitavano solo a frustare i cespugli con le loro spade. I Willow sapevano di poter diventare invisibili agli occhi di quegli uomini, perché i loro abiti acquisivano lo stesso colore della pelle di chi li indossava. Infatti, quando venivano cacciati di giorno, la paura li faceva diventare completamente verdi come il sottobosco della Vecchia Foresta che avevano attraversato o l’erba dei fossi in cui si erano rifugiati nella Grande Prateria. Il freddo della notte, invece, li rendeva blu, scuri come la terra, le pietre e il tronco degli alberi, perfettamente mimetizzati nell’ambiente che li ospitava. La preoccupazione maggiore, però, rimaneva per i piccoli, perché la loro pelle rosa era ancora troppo giovane per mutare colore spinta dalle emozioni, e quindi nasconderli era più difficile.

Un giorno, durante la loro fuga, dopo aver attraversato le aride terre incolte, i Willow si fermarono lungo un fiumiciattolo oltre al quale si trovava un bosco di salici piangenti, all’inizio delle foreste sconosciute.

– Riposate e riempite le vostre borracce d’acqua – disse Woll a tutti. Molti si sedettero sul prato per recuperare le forze, mentre altri andarono al fiume per dissetarsi. Tutti erano lilla, felici di essere liberi e insieme.

In un istante la loro pelle divenne verde. Un urlo disperato giunse dal fiume: era Wella che, con il suo piccolo, si era attardata per riempire le sue borracce. Le guardie di Gha l’avevano vista e le erano addosso, facendola indietreggiare sempre più verso l’acqua.

– Sei spacciata, inutile Willow, ora verrai con noi. Non hai scelta! – disse il capo delle guardie.

Tutti gli altri guardavano la scena stesi a terra, mimetizzati tra l’erba.

Wella stringeva al petto il figlio Wild, che al tempo era solo un piccolo esserino rosa. Se li avessero catturati il loro destino sarebbe stato quello di vivere in gabbia, messi al gelo o infastiditi per far mutare loro colore e divertire i bambini degli uomini. No, Wella non poteva accettarlo! Non voleva quello per il suo piccolo. Si girò verso il fiume e vi entrò senza badare più alle guardie che a fatica riuscivano a trattenere i loro cavalli innervositi.

– Dove vai? Il fiume ti inghiottirà, sciocca Willow! – Urlavano. Ma Wella era già immersa nell’acqua. Le guardie osservavano e ridevano.

– Lasciatela andare – disse una di loro – se la mangeranno i Ghelzi! –

Tossendo e annaspando Wella rimase a galla e raggiunse la riva opposta. Era stremata, suo figlio stretto al collo, piangeva e il suo popolo era dall’altra parte del fiume, lontano. Alle sue spalle, oltre le acque, le guardie erano indaffarate a controllare i cavalli sempre più nervosi. Poi iniziarono a indicare un punto tra gli alberi. Wella, intanto, si era seduta a terra lungo la sponda del fiume, stremata. Quando sentì ritornare le forze si alzò e si guardò intorno. Salici piangenti altissimi si ergevano poco distanti. I loro rami, mossi da un alito di vento, ricadevano morbidi quasi a sfiorare il prato. Fu proprio in quel momento che Wella vide nascosti tra gli alberi i Ghelzi. Ecco perché le guardie non l’avevano inseguita lì, oltre il fiume! Ecco perché i loro cavalli erano spaventati! Ricordava benissimo la leggenda dei Ghelzi. Suo nonno la raccontava nelle lunghe notti d’inverno, seduto su un grande cuscino rosso: – Al margine delle foreste sconosciute, oltre il fiume, dove gli uomini non si addentrano mai, vivono i Ghelzi, delle enormi lucertole dalle zampe di cristallo. Per questo motivo camminano solo sull’erba soffice, fitta come il manto di una pecora, altrimenti si romperebbero in mille pezzi. Le loro tane sono tra l’erba, in un bosco di salici piangenti. Però, a differenza delle normali lucertole, non salgono sugli alberi perché le loro zampe, rigide e fragili, non lo permettono. Tuttavia, quando i Ghelzi cacciano, si muovono sul prato velocemente e mangiano ogni cosa viva entri nel loro bosco! Ma solo fin quando c’è luce! All’imbrunire, infatti, si rifugiano nelle loro tane e attendono il nuovo giorno -.

Wella ora era lì, davanti a quelle gigantesche lucertole dalle zampe di cristallo e si sforzava di ricordare tutto ciò che il nonno aveva raccontato. Doveva prendere una decisione per sé e per il suo piccolo: o essere catturata dagli uomini o affrontare i Ghelzi. Dagli uomini non sarebbe tornata. Assolutamente no. Così osservò con più attenzione e vide distintamente due grossi Ghelzi avanzare dalla parte più profonda del bosco. Calcolò velocemente la distanza che la divideva dal primo salice; quindi, strinse a sé il suo piccolo e iniziò a correre più veloce del vento. In un tempo che a lei sembrò infinito raggiunse l’albero.

“Zampe di cristallo, zampe di cristallo”, ripeteva nella sua mente. Si sistemò il piccolo sulle spalle e iniziò ad arrampicarsi. Il tronco era a tratti più liscio e Wella perse l’appoggio, ma lo ritrovò subito dopo e si fermò solo quando il fusto del salice si divideva in tre grossi rami. Ansimava e tremava per la paura. Guardò in basso e vide i due Ghelzi cercarla tra le radici della pianta, poi la individuarono là tra i rami, ma non tentarono neppure di raggiungerla. Il nonno aveva ragione: non salivano sugli alberi!

«Prima o poi ti mangeranno!» disse a denti stretti il capo delle guardie, fermo sull’altra sponda. Poco dopo, il rumore dei cavalli si allontanò e, tra i cespugli di là dal fiume, Wella iniziò a vedere qualcosa di rosa muoversi tra l’erba. Erano i piccoli Willow illuminati dalla luna. Sapere che il suo popolo era poco lontano da lei la faceva sentire meglio, ma la sua felicità durò poco. Come li avrebbe raggiunti? Doveva scendere dal salice e affrontare i Ghelzi! Ma quando guardò in basso non li vide più perché ormai era scesa l’oscurità e si erano ritirati nelle loro tane. Wella tirò un sospiro di sollievo. Non dormì quella notte ma, quando l’oscurità fu profonda, con i rami piangenti del salice assicurò il piccolo Wild al ramo più grosso e lo lasciò lì addormentato. Poi scese dall’albero, riattraversò il fiume e raggiunse il suo popolo protetta dal buio.

Quella fu la notte più lunga dei Willow.

Quando spuntò l’alba i Willow erano già tutti al sicuro sui salici piangenti, certi che dagli uomini li avrebbe protetti la leggenda dei Ghelzi. Come narrava quest’ultima, le fameliche creature si confermarono incapaci di scalare con le loro fragili zampe il tronco dei salici, e quegli alberi divennero per i Willow un rifugio perfetto. La notte, quando le grandi lucertole si ritiravano nelle loro tane, spaventate dal buio, i Willow scendevano dai loro rifugi per coltivare piccoli fazzoletti di terra vicino al fiume e per raccogliere frutta e funghi, facendosi guidare nell’oscurità solo dal loro olfatto.

Tuttavia, quando le giornate erano calde e lunghe, le guardie del regno di Gha continuavano a raggiungere la sponda opposta del fiume per spiare quei piccoli esseri che non potevano più catturare e che erano divenuti ormai immutabilmente lilla.

Wild era ora un “sari”, uno dei dieci saggi dei Willow.

Quel mattino, quando i raggi del sole penetravano come lame il bosco di salici piangenti, Wild uscì dalla sua casa-cesta e raggiunse un gruppo di Willow su una delle zattere sospese tra i ponti fluttuanti. Afferrò, poi, un ramo e scivolò lentamente fino a toccare il prato sottostante. Tutto taceva. Azzardò qualche passo tenendo ben stretto con la mano destra il ramo dell’albero, pronto a risalire velocemente. Ma nulla. Giunto davanti all’ingresso della tana di un Ghelzi, vi posò un cesto di frutta e delle piccole pagnotte che aveva portato con sé. Nulla. Attese. Aspettò, e con lui tutti i Willow che osservavano la scena dall’alto dei salici. Dopo un periodo che sembrò per tutti un’eternità, Wild alzò le piccole braccia al cielo e un boato di gioia giunse dall’alto. L’ultimo Ghelzi se n’era andato, ma non l’avrebbero mai detto a nessuno!

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