Racconto di Mike Papa

(Decima pubblicazione)

 

Basato su una storia vera

 

 Eccola qua, l’atmosfera natalizia.

È solo fine novembre ma gli operai già stanno addobbando le vie di luci colorate. La maggior parte rosse, come da manuale.

Le stesse, identiche luci che si vedono da almeno cinque anni a questa parte.

Alcune sono fulminate, ma nel complesso fanno ancora la loro figura.

Una figura di merda.

Le vie cittadine sono piene di buche, nel centro storico tre negozi su quattro hanno chiuso negli ultimi mesi, lasciando le serrande abbassate come monito, non si trova un parcheggio neanche a pagarlo oro, ma le luci…

Quelle di certo non possono mancare.

Riccardo, quasi cinquant’anni, disoccupato da quaranta, diploma di scuola elementare preso alle serali, propensione all’alcol e alla rissa come segni particolari, guarda quegli uomini fare collegamenti elettrici aggrappati ai pali come scimmie e si chiede a che cazzo possano servire quelle candeline rosse lassù, se poi abbassando gli occhi si vede tutta la miseria del paese.

Ride, Riccardo di come possa bastare niente per far dimenticare tutto.

Se conoscesse l’espressione, direbbe panem et circenses, ma comunque il concetto gli è chiaro, anche senza scomodare il latino.

Si dirige verso il primo bar.

 

Paolo, il barista, sta litigando con un operaio che pretende di posizionare un palo proprio davanti all’entrata del suo locale, sbarrandola in buona parte.

Non dovrebbe neanche spiegare che è una cosa irricevibile, eppure l’operaio insiste che non può far altro, che quel pennone va proprio lì, non ci sono Cristi né Madonne. Disquisisce, l’operaio, di misure in metri, in volt, in watt. Quindi, a conti fatti, Paolo deve tenersi il buon palo davanti all’entrata, se vuole godere delle lucine.

Dell’atmosfera natalizia.

Paolo è solo a un passo dal perdere le staffe.

È già stato tutta la mattinata al telefono a reclamare col Comune che pretende una tassa astronomica per l’insegna.

L’insegna posta sulla facciata cadente cui nessuno si prende la briga di fare un minimo di manutenzione.

Sta per dire all’operaio che se ne fotte dell’atmosfera natalizia, che se non toglie quel palo glielo infilerà su per il… quando arriva Riccardo.

Che, da selvatico qual è, fiuta la situazione.

Conosce Paolo da anni, mentre quell’altro è solo uno dei macachi che ha visto volteggiare tra i cavi. Intuisce al volo da che parte schierarsi.

Sa che Paolo non farà mai quello che lui, invece, può fare senza problemi. Anzi, con enorme piacere.

Tirare un pugno al babbuino. E poi una testata. Dopo, quando è a terra, qualche calcio alle costole con gli anfibi militari.

Intanto comincia col pugno.

 

Il Vigile Ernesto decide di concedersi un caffè.

Dopo quasi mezz’ora di servizio pensa che se lo sia guadagnato.

Ventitré minuti di duro lavoro. Ha compilato due contravvenzioni e gli fa male la mano.

Da lontano vede baruffa davanti al bar.

Tentenna, non vuole grattacapi. In fin dei conti può rimandare il caffè e tornarsene in piazza a fare altre multe ai veicoli in divieto di sosta.

Ma sì, meglio.

Sta per girare sui tacchi quando qualcuno lo chiama. Il solito cittadino zelante che non ha niente di meglio da fare.

«C’è una zuffa, lì al bar. Faccia presto.»

Faccia presto?

Non può di certo correre, le scarpe di ordinanza gli vanno un poco strette, dovrà decidersi a fare richiesta per almeno un numero più grande.

Il massimo che può fare è trotterellare.

 

Armando, l’operaio, vede arrivare il pugno e, più per caso che per abilità, lo evita.

Riccardo barcolla nello slancio, stupito.

Ok, la testata.

Un calcio nelle palle gli toglie ogni velleità.

Deve essere il giorno fortunato di Armando, ha allungato una gamba per restare in equilibrio e ha centrato Riccardo proprio nella parte più vulnerabile. L’operaio pensa a come sfruttare al massimo quell’aurea di fortuna: finita la parentesi bellica potrebbe andare a spendere la diaria in “Gratta e vinci”, non si sa mai.

 

Quando arriva al piccolo trotto, Ernesto trova Riccardo che si tiene l’inguine con tutte e due le mani, Paolo che gli dice di battere i piedi per terra per attenuare il dolore e Armando incerto se continuare a posizionare il palo o entrare a comprare i biglietti vincenti.

Il barista gli spiega quello che è successo.

Il Vigile conosce Riccardo, sa della sua vena attaccabrighe. Chiede all’operaio se vuole sporgere denuncia.

Armando ha deciso cosa fare: entra nel locale, dicendo a Ernesto di lasciar correre. È tutto a posto.

Il Vigile tira un sospiro di sollievo, qualche verbale risparmiato. Entra anche lui nel bar, ora sì che si è guadagnato quel caffè.

Paolo li segue, lasciando Riccardo a battere i piedi come un tarantolato.

 

Armando gratta gratta ma non vince un bel niente.

Ernesto, complice la mano rattrappita dall’eccessivo scrivere, si butta metà caffè sulla divisa e bestemmia a bassa voce.

Paolo chiama di nuovo il Comune, incazzato stavolta per quel palo maledetto.

Riccardo, ripresosi, ordina un Campari corretto col gin.

Tutti si scambiano sorrisi, come vecchi amici.

Non è successo niente.

L’atmosfera natalizia fa miracoli.

 

P.S.: Per la cronaca, il palo davanti all’entrata del bar di Paolo è stato tolto solo quando il vecchio Nestore, tra i più anziani del paese e, di sicuro, quello che ci vede di meno, nonostante gli occhiali con lenti spesse come culi di damigiana, nell’entrare per il suo solito bianco di tarda mattina l’ha preso in pieno, proprio in mezzo alla fronte, procurandosi un trauma cerebrale dal quale sarà difficile che si riprenderà.

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