Racconto di Federica Izzo
(Terza pubblicazione)
Sono così stanca. In città è come se non fosse successo niente. E tutti si ostinano a riempire le giornate con cose superficiali e vacue, per dimenticare che non sempre è andato tutto bene. Alcuni però, anche dopo essere guariti, mantengono quell’atteggiamento di petulante insistenza, come se ancora sperassero di poter avere un pezzo di te. Per loro non si può fare più niente. Almeno i malati puoi ucciderli. Comunque, ora voglio solo tornare al punto di ritrovo. Fortunatamente il trasporto arriverà fra… mezz’ora! Non è possibile. Ah no, ce n’è un altro in arrivo, sembra fare lo stesso percorso. Che sarà lo stesso lungo, troppo lungo.
Crollo su un sedile sudicio e fingo di essere troppo occupata a guardare fuori. È sempre bene evitare qualsiasi incrocio di sguardi. Il trasporto si allontana dal centro. Anche se è ancora presto, il buio cala rapidamente. Man mano che i numeri delle strade salgono, mi rendo conto che sto percorrendo quelle zone della periferia in cui la cura non è per tutti. Poi, quelle in cui non è arrivata. Poi quelle in cui non arriverà mai. Barboni, tossici, puttane, componenti di una gang… è cosi che fanno: si camuffano da innocui rifiuti umani per farti abbassare la guardia, illudendoti di essere ancora umani. In queste zone, i punti di ritrovo sono le uniche oasi sicure. Almeno per il momento. Arrivo alla mia fermata, ormai lontano dalla civiltà e poco prima del territorio in cui quelli che un tempo erano uomini si contendono con gli animali gli stessi brandelli di carne. Scendo. A questo punto sono una preda appetibile: ho uno zaino porta computer. Fucsia. Questo li attirerà quasi come se avessi il cranio scoperchiato per fargli sentire l’odore del mio cervello, quindi devo muovermi in silenzio e in fretta. Anche se non conosco ancora bene la zona, ho memorizzato dei punti di riferimento: devo lasciarmi la fermata alle spalle, trovare i binari del treno, passare sotto la stazione e da lì già dovrei vedere il ritrovo. Comincio a camminare, passi svelti, sguardo basso. Lo sferragliare annuncia il passaggio di un treno sui binari che sono sulla mia testa e che si estendono a perdita d’occhio. Ma la stazione dov’è? Seguire i binari non sembra una buona idea, è questa la strada, ne sono sicura. Sembra tutto fuori posto e, allora, mi costringo a guardarmi intorno. Da un lato, una palazzina buia. Le finestre rotte, il prato secco e il filo spinato divelto lasciano pensare che loro l’abbiano occupata. Dall’altro, due si stanno rabbiosamente litigando gli ultimi resti di un moncone che va da sotto il ginocchio al piede, perché a loro piace cominciare sempre dalla testa. Il panico mi assale: non sono più sicura che questa sia la mia strada, so solo che devo muovermi, adesso. Accelero il passo quel tanto che mi consenta di scappare senza correre. Devo allontanarmi da qui. Un passo dopo l’altro, un respiro dopo l’altro. Sudore freddo. Affanno. Sudore caldo. Supero gli incroci in cui le strade si chiamano come nomi, cose e città e arrivo a quelli in cui le strade si chiamano come stati. Questo è molto male. A questo punto, devo chiedere aiuto con un mezzo di fortuna, uno di quelli che non dia nell’occhio. Dalla mia descrizione, neanche il mio contatto riesce a capire dove mi trovi e allora mi dà uno di quei consigli che mi fa seriamente dubitare che siamo noi quelli ancora capaci di ragionare: “Perché non accendi l’aifon e mi condividi la lochescion?” È certo che la luce blu dello schermo li attirerà. È un rischio molto stupido, ma non vedo altra via d’uscita. Potrebbe essere la stupidità a salvarmi la vita. È buio pesto, devo posizionarmi sotto a un lampione. Meglio così, se la morte deve avermi stanotte, voglio guardarla dritta negli occhi. Mi tolgo lo zaino dalle spalle, cerco, accendo, condivido. Ora dovrei aspettare, ma se finora mi è andata bene, non significa che possa restare qui a gridare: “Hey stronzi, succhiatemi ‘sto cervello”. Continuo a muovermi. Il contatto mi richiama, ancora non hanno capito, dove sono, ma sanno dov’è la fermata. Stanno cercando un mezzo per recuperarmi, io devo solo tornare indietro. Tornare indietro… mi volto: la strada sembra allungarsi all’inverosimile. Tutte le finestre ora hanno occhi, le porte hanno mani, i marciapiedi hanno artigli, zanne. E lì in mezzo devo portare la mia vita in salvo. La cautela cede a un animale istinto di sopravvivenza. Corri! E io corro. Guardo solo quel punto lontanissimo, che sembra non ingrandirsi mai. E corro. Qualcosa mi afferra lo zaino, mi strattona, riesco a divincolarmi. Corro. Un dolore lancinante mi azzanna la coscia, dura solo un attimo. Lo sforzo non mi fa sentire più le gambe. Continuo a correre. Sono arrivata. E adesso? Cerco di recuperare il fiato, di trattenere il vomito. Ora davvero posso solo aspettare la salvezza. O la fine. Loro si avvicinano, troppo. Mi guardano, passano avanti. Passano avanti? Qualcos’altro, dietro di me, li sta attirando. Ecco, quella luce. È un’altra unità, stanno facendo un’epurazione. Smetto di guardare, non c’è niente di più disgustoso di veder morire un non morto. Ed ecco anche i miei, mi hanno trovata. Salgo. Il respiro lentamente torna regolare, il battito pure. L’adrenalina cala. Questa volta me la sono vista davvero brutta. Aspetta: da dove viene questo sangue?
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