Racconto di Rosaria Russo

(Prima pubblicazione)

 

Ho un bel nome, lo dicono in tanti. Sono cresciuta in una famiglia benestante che non mi ha mai fatto mancare nulla, anche se, a dire il vero, talvolta mi mancava tutto. A sedici anni me ne sono andata per inseguire un sogno: diventare un’attrice. Volevo essere una di quelle figure capaci di far sognare la gente, proprio come succedeva a me ogni volta che varcavo la soglia di un cinema.

Mi sono trasferita in un piccolo appartamento e ho iniziato a farmi strada tra lavoretti, comparse e ruoli marginali. Finché non è arrivato il mio momento, quell’istante in cui credi di aver toccato il cielo con un dito: un regista importante si accorge di me, mi assegna un ruolo da coprotagonista e la mia carriera decolla.

Da quel giorno sono diventata l’oggetto del desiderio di tutti. Pubblicità, moda, cinema, televisione: mi volevano ovunque. E io ero felice. Non avevo più una vita privata, ma ero felice. Non avevo più amici, ma ero felice. Non avevo più una famiglia, ma ero felice.

Poi è arrivata la svolta: la chiamata come protagonista in una produzione internazionale. Un team personale, un’intera troupe a mia disposizione. Le scene da girare erano molte e richiedevano una preparazione accurata. Ce n’era una, in particolare, che mi inquietava: dovevo ricevere uno sparo all’addome. Era finzione, lo sapevo. Le armi erano a scarico, non c’erano proiettili veri, sarebbe andato tutto bene. Eppure, una vocina dentro la testa continuava a ripetermi di rifiutare quella scena. “È solo suggestione”, mi dicevo. “Solo ansia”, mi ripeteva l’agente.

Il giorno delle riprese è arrivato. La mia antagonista era di fronte a me, pronta a premere il grilletto. Desideravo solo che quel ciak finisse il prima possibile. Ho chiuso gli occhi e ho sentito lo sparo.

Sulle prime non ho avvertito nulla. Mi sono accasciata a terra come da copione, tirando un sospiro di sollievo. Poi mi sono toccata la pancia. La mano è tornata su sporca di sangue. Non era sangue di scena. È arrivato il dolore, improvviso e profondo. Attorno a me le voci si sono confuse, la vista si è appannata, un sudore freddo mi ha avvolta. Non capivo. Un errore. Un fatale, assurdo errore.

Sono passati mesi da quel giorno. Sono sopravvissuta, ma il prezzo è stato altissimo. La mia vita di prima non esiste più. Ora vivo su una sedia a rotelle e so che non tornerò mai più a camminare. Quell’intuito, quella vocina, avrebbe potuto salvarmi. Ma ora non posso più fare nulla per tornare indietro.