Racconto di Giancarlo Scaligina

(Prima pubblicazione)

 

Chiunque abbia percorso i sentieri labirintici di quel teatro instabile che chiamiamo esistenza, sa bene con quanta voluttà la Fortuna si diletti a tessere trame degne di un drammaturgo veneziano o di un libertino di Francia. Correva l’anno che segnava il solenne tramonto del millennio ed io, sedicenne sfacciato e fiero possessore di un ronzino di metallo e marmitta che sfrecciava lungo le soleggiate contrade della costa jonica pugliese, mi credevo già depositario di tutti i segreti del tempio di Citera. Fu sotto il sole sfolgorante di un’estate prodiga di promesse che il mio sguardo s’imbatté in una fanciulla dai capelli simili a fili d’oro colato, apparsa come una visione celestiale in compagnia dell’inseparabile sorella. Erano i tempi della castità imposta dal decoro provinciale e dal timore di un genitore arcigno; eppure, fra sguardi che bruciavano la pelle e la pressione della congiunta, quell’avventura s’infranse prima ancora di farsi verbo, lasciando nel mio cuore di adolescente un vuoto colmo di precoce malinconia.

Ma il cuore giovanile è simile a un arpista impaziente che non sa serbare il lutto per una melodia interrotta. Giunto il mese della vendemmia, il destino mi condusse tra i pensieri di un’altra creatura, la mia diletta Marianna, il cui amore tenne banco sino al declinare dei mesi freddi, per poi spegnersi nel mese di marzo, consunto da quella noia sottile che precede il distacco delle anime. Credevo di aver chiuso quel capitolo sentimentale, e invece il sipario si apprestava a sollevarsi su scene ben più bizzarre. All’alba dell’estate successiva, mentre il sole batteva implacabile sul borgo, una fanciulla forestiera, dotata di occhi simili a laghi di ghiaccio alpino, mi fissò con un’intensità tale da sconvolgere i miei sensi. Feci prodigi d’ingegno e lusinghe per carpirne il nome e stringere un effimero idillio ma il giorno seguente, rapida come un fantasma, ella svanì nel nulla, lasciandomi a contemplare l’inconsistenza delle passioni estive.

Il vero dramma, o meglio la più esilarante commedia degli equivoci, ebbe inizio con il ritorno a scuola nel settembre del duemila. Diciassette anni fiorivano sul mio volto quando, sbigottito e lusingato, notai su un vetusto muro di calce nei pressi di casa una scritta d’inchiostro inequivocabile: il mio nome legato a un appassionato «ti amo». A ciò s’aggiunsero, con la regolarità di un metronomo infernale, misteriose chiamate telefoniche in cui dall’altro capo del filo giungeva solo un ostinato e pesante silenzio. Nella mia giovanile vanità, vòlta al rimpianto, fui lusingato dalla folle idea che l’autrice di quel mistero fosse proprio la mia recente ex, Marianna, la quale evidentemente covava il desiderio di un ritorno di fiamma. Per due lunghi mesi la corteggiai con rinnovato ardore, convinto di stringere la preda, finché ella, esasperata da quella mia caparbia persecuzione, mi apostrofò con parole di gelido sdegno: m’ingiunse di non seccarla ulteriormente, giurando sul proprio onore che né quelle scritte sacrileghe né quei silenzi appartenevano alla sua opera. Rimasi interdetto e confuso, persuaso che si trattasse di una raffinata vendetta femminile.

Passarono gli anni, veloci come le carrozze sulle strade consolari dell’impero, e l’inverno del 2009, propiziato dai prodigi mefistofelici e onniscienti della moderna rete di Facebook, mi restituì temporaneamente le sembianze di Marianna. Ma ohimé, il tempo è un alchimista spietato: troppe scorie si erano accumulate sui nostri vissuti, troppi silenzi avevano incrostato l’affetto antico, e ben presto ci perdemmo nuovamente di vista, dispersi nella nebbia fitta di esistenze ormai irrimediabilmente divergenti.

Dovette giungere la primavera del 2024 affinché la ruota della fortuna compisse un altro dei suoi sconsiderati e barocchi giri. Per imperativi impegni legati al mondo del lavoro, le nostre strade s’incrociarono di nuovo sotto il cielo del Sud. Marianna non era più la fanciulla spensierata del secolo precedente: si era separata dal coniuge e recava con sé il fardello e la dolcezza malinconica di un figlio, mentre io portavo sulle spalle il peso non meno grave di una flotta intera di naufragi amorosi. La carne, lo sappiamo bene per insindacabile dottrina libertina, ha memoria tenace e obbedisce a leggi sovrane che la ragione sprezza. Ci facemmo irretire da una passione subitanea, violenta e torbida come un temporale d’agosto.

Fu allora che, cedendo a un moto di fanciullesca curiosità accumulata in decenni di elucubrazioni notturne, tornai a interrogarla su quel remoto enigma murario e telefonico. Ella mi confermò, guardandomi negli occhi con la solennità di chi non ha più alcuna maschera da indossare, di essere stata del tutto estranea a quell’episodio. Dapprima la mia incredulità fu pari alla mia cocciutaggine; pensai a un vezzo muliebre, a un raffinato depistaggio d’amore. Eppure, la sola passione non bastò a cementare i cocci di un vaso già troppo incrinato: le nostre vite, ormai plasmate da abitudini inconciliabili, naufragarono per la seconda volta, lasciando nei nostri palati il sapore acre e cinereo della disillusione.

Ma il destino, che aborre le conclusioni troppo lineari e predilige i colpi di scena degni di un libretto d’opera, serbava il più delizioso degli inganni per l’estate del 2025. Un giorno d’agosto, lo schermo del mio calcolatore sociale mi recò la notifica di una richiesta d’amicizia che aveva del miracoloso: era lei, la fanciulla bionda conosciuta nel lontano 1999 sulla costa ionica! Scoprii con meraviglia che ella aveva appena reciso i vincoli oppressivi di un matrimonio e di un fidanzamento durati la bellezza di vent’anni. Nel corso delle nostre lunghe conversazioni, condotte con la grazia di chi si confessa all’aurora di una nuova giovinezza, fu lei stessa a svelarmi l’arcano supremo: quella scritta blasfema sul muro, quelle chiamate colme di un muto e febbrile trasporto amoroso, erano farina del suo sacco! Ella mi aveva cercato e desiderato ardentemente anche dopo il mio distacco da Marianna, ma una timidezza invincibile, simile a una coltre di piombo e di gelo, aveva paralizzato le sue labbra e la sua mano. Nell’udire tale confessione, provai un brivido di metafisico stupore: mi chiesi quanto avrebbe potuto mutare il corso della mia intera esistenza se solo, in quel tempo lontano, l’audacia avesse trionfato sul pudore.

Credetti fermamente, nella mia ingenuità di viaggiatore stanco, che il libro dei miei bizzarri incontri fosse ormai giunto all’ultimo foglio, ma non avevo fatto i conti con l’inesauribile e burlona vena farsesca della Provvidenza. Eccoci giunti all’estate del 2026, mentre queste stesse memorie prendono forma sotto la penna inquieta e barocca di chi vi scrive. Mi trovavo casualmente nella bottega di un ortolano, un degno compare la cui amicizia mi onora, quando questi mi rivolse una preghiera cortese e galante: potevo mai soccorrere una gentile signora trasportando alcune pesanti buste di verdura sino alla sua dimora non molto lontana, giacché il giovane garzone di bottega era impedito da improcrastinabili faccende? Accettai di buon grado, spinto da quella cavalleria galante che non abbandona mai un vero discepolo di Casanova.

​Giunto dinanzi alla donna, scorsi nel suo volto i lineamenti sfumati di una conoscenza antica, quasi sepolta sotto le spesse nebbie del tempo. E difatti, fu ella stessa a illuminare le mie tenebre: era Maria Grazia, la fida e inseparabile amica che Marianna frequentava assiduamente nei giorni della nostra primigenia adolescenza! Dopo un breve e galante colloquio, nel quale i nostri sguardi si cercarono con la complicità maliziosa dei superstiti di un naufragio, ella mi svelò l’ultimo, più inatteso e sconcertante segreto di questo romanzo campestre: in quel medesimo periodo in cui io mi struggevo disperato per Marianna, io non ero affatto indifferente al cuore di Maria Grazia. Ella mi desiderava in silenzio, sperava ardentemente che la mia relazione con l’amica si dissolvesse per poter ella stessa palesarmi i suoi più focosi sentimenti; ma la convenienza sociale, il timore del giudizio dei vicini e l’imbarazzo dell’età avevano suggellato le sue labbra in un mutismo tombale.

​Ancora una volta, mentre i miei passi facevano ritorno verso la via maestra della solitudine, la mia mente fu assalita da quella dolce, superba e crudele fantasia che rende folli i poeti e sognatori: come sarebbe scorsi il placido fiume dei miei giorni se in quel fatidico crocevia della giovinezza io avessi scelto un sentiero diverso, se mi fossi unito a Maria Grazia, o alla bionda fanciulla del novantanove, o se avessi decifrato per tempo i misteri cifrati dell’amore? Rimane scolpita nella pietra la constatazione suprema che la vita è un immenso e bizzarro teatro di maschere e coincidenze mirabolanti, dove ciascuno di noi recita la propria parte drammatica o comica senza mai poter sfogliare il copione del vicino. Ed io, pellegrino imperituro e incorreggibile di questo secolo bizzarro, non posso far altro che sorridere con bonaria ironia di fronte a tanta graziosa stranezza, sempre pronto a levare il calice e a cogliere il prossimo capriccio che la sorte vorrà imbandire sulla mia mensa.