Racconto di Elina Sventsуtska

(Prima pubblicazione)

 

La città era piccola, molto piccola e i suoi abitanti sapevano tutto o quasi l’uno dell’altro. I palazzetti carini a tre piani, verniciati di giallo allegro e circondati dai giardini stavano così ravvicinati che da un balcone si poteva vedere la vecchia signora di fronte seduta sul divano guardando la televisione, mentre la notte il silenzio avvolgeva la città. La donna anziana era un po’ spiritosa con un’andatura oscillante. Aveva capelli secchi mossi dal vento e non riusciva a dormire.

Erano le cinque del mattino: cosa poteva fare, all’alba, di questa quotidiana angoscia?

Uscì sul balcone e si mise a osservare il palazzo di fronte con le persiane ben chiuse, l’immobilità e il buio. Presto inizierà un nuovo giorno d’estate, pensava e con esso il caldo infernale, che non solo bruciava, ma toglieva il respiro. Sarebbe fantastico se piovesse, ma non pioveva e non si sapeva quando avrebbe piovuto.

La vecchia signora si chiamava Marianna e amava il suo balcone. Lì ci vivevano i suoi fiori: begonie dal rosso vivo, gerani reali, balsami rosa. La aspettavano sempre, muovendo silenziosamente le loro foglie, guardandola con gratitudine. Li innaffiava al mattino presto, altrimenti non sarebbero sopravvissuti all’arsura, in cambio loro le donavano pace e tenerezza.

Il balcone di fronte era il più interessante.  Lì, probabilmente, vivevano dei bengalesi, anche se alla signora Marianna piaceva pensarli indiani. Spesso vedeva un uomo che pareva facesse un lavoro fisico molto duro visto che rincasava sudato, trascinando, di solito, delle casse d’acqua, poi tossiva e si lavava a lungo. Verso sera usciva sul balcone per fumare. La sua sagoma si stagliava nell’oscurità per molto, molto tempo. La vecchia signora lo guardava e pensava che l’uomo non riuscisse a dormire, a lungo, per via delle preoccupazioni e del caldo.

Con questo clima rovente era difficile tutto: camminare, sedersi, sdraiarsi. Alla mia età – pensava la signora Marianna – sarebbe meglio andare da qualche parte al fresco. In Danimarca, si vociferava, c’erano delle spiagge bianche e ventilate. I gabbiani gridavano in modo triste e sordo, qui le pareva stessero ridendo. La casa era silenziosa e buia, come se non ci vivesse nessuno.

L’armadio navigava nel buio al pari di un vaporetto e dietro c’era un lettino vuoto. Perché aveva questa impressione e come mai la teneva sveglia? Infine riuscì a fare un piccolo pisolino, sufficiente per vivere la giornata. Arrivò il mattino. La signora Marianna accese la televisione. Si parlava ancora di una guerra in qualche parte lontana. Le immagini mostravano un carro armato che strisciava, la terra rimbombava e le persone gridavano. Non ne poteva più così decise di uscire sul balcone.

Che noia infinita, pensò.

Nella casa di fronte le persiane erano alzate. Sì, erano loro, i bangladesi o gli indiani con un’enorme bacinella di biancheria. C’era la padrona di casa: bruna, con i capelli lunghi, lunghissimi, raccolti in uno chignon. Sembrava essere una donna gentile, salutava sempre. Quanto bucato avrà lavato? Per lo più erano vestiti per bambini.

Quanti figli avevano? Cinque o sei.

I bengalesi hanno sempre molti figli, come anche gli indiani.  Il figlio maggiore di Marianna se n’era andato lontano e chiamava molto raramente, dicendole solo che andava tutto bene e che non c’erano problemi. Ma come si fa a vivere senza problemi?

Invece il figlio minore… perché nacque proprio lui, il figlio minore? La signora Marianna pianse. Entrò nella stanza, dove non poteva non fissare il lettino vuoto. Lì, come sempre, regnava un grave silenzio e un enorme lenzuolo bianco; una mosca verde ronzava piano intorno al lampadario.

La signora Marianna pensò che sarebbe stata meglio sul balcone, anche se faceva caldo. La biancheria dei bambini fluttuava sulle terrazze altrui. Giungevano, dalla porta aperta, voci forti. Apparve un’altra signora, probabilmente la madre del marito – indiano o bengalese che fosse – con una manicure scintillante e orecchini pesanti. La sua voce si sentiva anche al piano terra: squillante, brusca, che faceva venire voglia di mettersi sull’attenti. C’era qualcosa di inquietante in quella tonalità, anche se, forse, le donne stavano solo parlando di cosa mangiare per cena quella sera o di come erano cambiati i prezzi al supermercato più vicino, o di quanto era ingrassata la loro comune conoscente Giulia. O della foschia sul mare, chissà. Una lingua straniera, come si può capire?

Davanti ai suoi occhi, però, restava quella stanza, con il lettino vuoto. Un tempo, lì, giaceva suo figlio minore. Giorgio visse solo dieci anni. Il più delle volte se ne rimaneva seduto tranquillamente sul lettino con qualche giocattolo: gli piaceva sbatterli sul pavimento. A volte si mordeva la mano, a volte guaiva per notti intere. Altre volte ululava durante il giorno, con delle modulazioni. La signora Marianna credeva che Giorgio la riconoscesse, che la chiamasse con un suono particolare e che gli piacesse quando le grattava la schiena e le gambette.