Racconto di Carlo Dore Jr.
“Non sarai mai come tuo padre”.
Quante volte Sandrino si era sentito rimbalzare in testa quella frase, mentre triangolava contro i muri dell’oratorio di San Lorenzo?
Appoggio, scatto, tiro sulla corsa.
“Non sarai mai come tuo padre”.
Cosa ci può essere di peggio che crescere senza un padre? Solo una cosa: crescere nel mito di un padre irraggiungibile. Così grande da essere il Capitano della squadra più forte di sempre; così eterno che il Cielo se lo era ripreso, insieme a quella squadra di fenomeni. Se lo era ripreso in una notte senza stelle, se lo era ripreso nelle tenebre sopra Superga.
Sandrino guardava il Cielo, quando voleva rivedere suo padre. E ricordarsi del Filadelfia e dei rigori che tirava a Bagigalupo alla fine di ogni allenamento, e di quando suo padre gli aveva raccontato della partita tra il suo Torino e gli Ungheresi destinati a diventare la Squadra d’oro. E del loro Numero Dieci, cui suo padre aveva stretto la mano: quel Dieci, il solo per cui suo padre, il più grande di tutti, sembrava provare un’ombra di soggezione.
Quel Dieci: Ferenc Puskas. Quel Dieci: il Colonnello. La palla sempre incollata al piede; il baricentro attaccato a terra; il dribbling secco; il sinistro che tuonava come un colpo di cannone.
“Chissà dov’è ora, il Colonnello…”: si chiedeva Sandrino.
Si diceva che avesse lasciato l’Ungheria per vivere una vita normale fuori dal ferro della Cortina, dopo che i tedeschi di Rahn e Fritz Walter avevano infranto il sogno della sua Squadra d’Oro di salire sul tetto del Mondo, beffandola in una finale che gli Ungheresi consideravano già vinta. Si diceva che i muscoli avessero ceduto alla massa grassa, e che ormai si limitasse a tirare giusto qualche calcio, sui campetti della Riviera. Altro che colpi di cannone.
Ma si diceva anche che Santiago Bernabeu stesse lavorando a un sogno: quello di mettere il Colonnello al centro della più grande Delantera mai vista su un campo di calcio.
Pazienza per i chili di troppo, Colonnello: vieni a Madrid, vieni a costruire un altro sogno, vieni a giocare al fianco della Saeta Rubia, vieni a fare coppia con Gento e Di Stefano. Di Stefano, la stella del Chamartin, che guardava Puskas con un velo di sufficienza: “Che ce ne facciamo, del Gordo?”. Di Stefano, che più di ogni altro, negli anni a venire, del Colonnello avrebbe celebrato la grandezza: “Chi non l’ha visto giocare, non sa cosa si è perso”.
Il sogno di Santiago, la Delantera sul tetto del mondo. Titoli su titoli, gol su gol. Centinaia di gol, ai quali Sandrino non riusciva a non pensare, mentre cresceva guardando il cielo, nella speranza di diventare un calciatore.
Non sarò mai come mio padre, ma va bene così.
Eppure, Sandrino credeva nelle favole, e in ogni favola che si rispetti arriva un Mago: e il Mago della storia di Sandrino è un argentino dai capelli neri, le idee chiare e le parole affilate come coltelli. Angelo Moratti l’ha strappato al Barcellona, per portare la sua Inter tra le nobili d’Europa.
Non abbiamo la Delantera del Real, ma ci proviamo.
Il Mago vede quel ragazzino che guarda il cielo, e gli dice: “anche tuo padre ti guarda. E aspetta che tu diventi come lui”. La magia inizia a compiersi, il ragazzino inizia a segnare, l’Inter inizia a vincere, a diventare grande.
Non come suo padre ma venti metri più avanti.
Non come suo padre ma quasi.
Arriva lo scudetto, arriva l’Europa, arriva la finale di Coppa dei Campioni. Si va a Vienna in una notte di pioggia, ma a Vienna ci dobbiamo fermare. Perché c’è il Real, perché c’è la Delantera, perché c’è Di Stefano. Perché c’è il Colonnello.
Proprio come in una favola, il Mago argentino inizia a spendere i suoi numeri sensazionali sulle rive del Danubio. Prende Carlo Tagnin da Alessandria, onesto faticatore del pallone, e gli regala una foto della Saeta Rubia: “Seguilo, non lo lasciare mai”.
Tagnin attacca la foto allo specchio, si nutre di quell’immagine, segue Di Stefano in ogni angolo della partita. E quando la Saeta Rubia va verso la panchina a prendere una borraccia, si trova la zazzera bionda di Carlo da Alessandria che lo aspetta sulla linea laterale. “Ma mi segui pure qui?” “Anche al cesso, se serve”.
La magia è compiuta. Ora c’è solo da far sorridere il Cielo.
“Tuo padre ti guarda. Cosa aspetti a diventare come lui?”.
Forse posso essere come mio padre. Per una notte almeno.
Sandrino corre, scatta, triangola: come sui muretti dell’oratorio. Facchetti gli porta via un uomo sulla sinistra, lui tiene ferma la caviglia: proprio come faceva il Colonnello. Tracciante di destro, e palla all’incrocio dei pali.
Cosa aspettava? Forse aspettava quella notte, per diventare come suo Padre.
C’è la Delantera, c’è Di Stefano che cerca di scollarsi di dosso Carletto da Alessandria, c’è il Colonnello che può mettere in azione il suo sinistro. Ma c’è anche l’oratorio, c’è anche il triangolo: appoggio, scatto, tiro sulla corsa. Sandrino riceve da Suarez, e decide di fare il muro: perché ha visto lo scatto di Aurelione Milani.
Appoggio, tiro, gol.
La Delentera infuria ancora, l’area del Mago sembra la Puerta del Sol la notte di Capodanno. Fiammata di Felo, palo di Gento, Capitan Picchi che guida una resistenza senza domani, gli uomini della Delantera che marciano verso Sarti.
Poi, l’ennesimo rinvio. Pepe Santamaria, che aveva ricevuto dal Caudillo Varela la “cinque” della Celeste, sembra in controllo della palla: Sandrino non può portargliela via, perché sa di non essere come suo padre. O forse sì, perché quella notte vuol far sorridere il Cielo: un rimpallo, il vecchio Pepe frana a terra, Sandrino appoggia nella porta di Vicente.
La Delantera è sconfitta, l’Inter è diventata Grande, la magia è il sorriso di Moratti con la Coppa in mano. Sandrino vaga per il campo stordito: vorrebbe scambiare la sua maglia con Di Stefano, con Gento, con Felo.
Poi, una voce alle sue spalle, la voce di Puskas, la voce del Colonnello.
“Ragazzo! Io, diciassette anni fa, ho giocato contro tuo padre. E tu sei forte come lui”. Uno sguardo, e la camiseta blanca col diez che gli scivola tra le mani.
Sandrino ha giusto la forza per dire: “Grazie, Colonnello”, e per alzare gli occhi alle tenebre sopra il Prater, così simili a quelle che avvolgevano Superga.
Ma quella notte è diversa, perché le nuvole si sono diradate, per lasciare spazio a un pugno di stelle, e a un quarto di luna simile a un sorriso sottile.
Come se un padre, su in cielo, avesse sentito quel “Grazie, Colonnello”.
Come se un padre, tra le stelle, stesse sorridendo a suo figlio, fiero di vederlo diventare grande come lui.
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