Racconto di Valentina Riva
(Terza pubblicazione)
Le preghiere del mattino soffiavano dalle labbra strette delle giovani, sedute intorno ai tavoli di legno.
Soffiavano sull’intreccio di dita screpolate, sui veli di luce impura che filtravano dai vetri sottili.
L’ultimo pezzo di pane imburrato doveva bastare per finire le lenzuola da consegnare il giorno dopo e i pavimenti dei corridoi che portavano alle camerate.
The Lord is with you.
Dalla cucina saliva già l’odore blando di patate bollite. Ormai la pelle era tesa, faceva male anche senza toccarla. Quando due macchie si allargarono sul petto, Saoirse lasciò a terra spazzola e secchio ed entrò nella cappella.
— Suor Grace, è ora: il bambino deve mangiare.
— Quante volte ho detto che qui le penitenti non possono venire?
La suora la prese per le spalle e la accompagnò fuori. Saoirse piantò i piedi a terra, come se il pavimento avesse trattenuto resina invece che cera.
— Sorella… il mio bambino dov’è?
La suora si voltò senza parlare e tornò nella cappella.
blessed are you among women.
Nonostante il sole iniziasse a sbiadire, il vapore della lavatura saliva ancora dalle tinozze, saturo dell’odore caustico della liscivia. Tra i teli ad asciugare, immacolati come santi sospesi, andavano e venivano le altre donne, con i seni sgonfi del latte con cui avevano appena riempito le bocche dei figli.
— Avete visto il mio? Avete visto Francis? — Saoirse parlava sottovoce.
Nessuna l’aveva visto.
Allora era così: doveva fare da sola. Asciugò le mani sul grembiule, corse su per le scale, attraversò il corridoio e arrivò sulla soglia della stanza dei bambini.
— Suor Catherine, per favore, devo vedere il mio bambino.
Dalla camerata arrivavano pianti, qualche colpo di tosse.
— Oh, povera anima. Non dovresti essere qui, vai a letto. Per oggi può bastare.
Ma Saoirse non si mosse. Uno, due, tre secondi. La suora sussultò, spalancò gli occhi e cominciò a frugare nelle tasche della tunica. Tirò fuori un fazzoletto.
— Prendi. Di nuovo questo scempio… sai che il Signore non approva gesti simili.
Saoirse fissò la maniglia della porta chiusa. Si tamponò il labbro dove i denti avevano morso troppo forte, mentre il sapore ferroso si posava sulla punta della lingua. Piegò il fazzoletto screziato di sangue e lo infilò in tasca.
And blessed is the fruit of your womb, Jesus.
Sotto le coperte ruvide si torceva e si sgualciva più del lenzuolo che aveva addosso. Pensava alla testa tenera di Francis che sapeva di mele. Non somigliava affatto al signore: era tutto suo, negli occhi, nella curva della bocca.
All’inizio avrebbe voluto estirparlo dal suo ventre come si fa con l’erbaccia dall’orto ma la pancia aveva continuato a gonfiarsi anche quando non mangiava, aveva la pelle raggrinzita dal freddo e le gambe torte dalla fatica. L’unica cosa che cresceva con la stessa ostinazione erano le viole selvatiche: ogni primavera, e sempre più folte, spuntavano dalle pietre, da crepe così sottili che non si riuscivano nemmeno a vedere.
Saoirse non poté fare altro che tenersi la vita in pancia e nascondere tutto. Ci riuscì, finché la vergogna non divenne incontenibile e straripò fuori dai vestiti.
— Che Dio perdoni i suoi peccati! — gridò la signora.
Holy Mary, Mother of God, pray for us sinners.
Ripensò anche a sua madre. Le aveva detto che quello era un buon lavoro: sarai al caldo, in una bella casa. Ed era vero. C’erano i divani di velluto color mattone e la torba che bruciava nel caminetto tutto il giorno. A Natale le davano addirittura due fette di tacchino e qualche carota, invece della testa di pecora bollita che metteva in tavola per i fratelli da quando la tisi aveva ucciso il padre.
Ma quei divani di velluto, caldi di fuoco vivo, insieme alla polvere trattenevano respiri. Succedeva poco dopo l’ora del tè, quando serviva il signore nel salotto che dava sul giardino. Saoirse aveva imparato presto: quando la mano strisciava su per la sua gamba, doveva stare zitta; così i suoi fratelli avrebbero continuato a mangiare almeno una porzione di patate e qualche scarto di agnello.
Ma quando i respiri del signore acceleravano, i suoi si fermavano; era allora che si mordeva il labbro fino a farlo sanguinare.
Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
Now and at the hour of our death. Amen.
Quei pensieri pungevano come le molle che spuntavano dal materasso. Scese dal letto, attraversò il buio della camerata, poi quello del corridoio. Con una mano serrata a pugno si batteva sul petto.
Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
Arrivò di fronte alla porta, tirò il fiato e si infilò nella camera dei bambini. I piccoli dormivano in culle allineate in tre file. Accese una candela; si muoveva piano, con il lume contro ogni viso addormentato.
Prima fila. Il suo bambino non c’era. Seconda fila. Studiò bene ogni volto ma nessuno era il suo. Terza fila. La percorse due volte ma niente.
Restò ferma come un corpo crocifisso. Di fronte a lei, l’ultima culla con un neonato che non aveva mai visto; dormiva di lato. Gli accarezzò un braccio. Poi la mano.
Saoirse sollevò il piccolo, lo avvolse in uno scialle e lo abbracciò. Un vagito mosse l’aria. Lei fece qualche passo avanti e indietro, piano. Strinse più forte. Altro vagito.
Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa!
E il pianto del neonato riempì la stanza e attraversò i corridoi, seguito dalle grida degli altri bambini.
Saoirse iniziò a correre, più veloce di quanto il suo corpo riuscisse a sopportare. Arrivò all’ingresso con il cuore che batteva nel lato sbagliato. La porta era chiusa a chiave. Accanto a lei c’era solo una sedia, ma un paio di metri più in là, sulla pietra del caminetto, era poggiato un attizza fuoco. Lo afferrò e tornò alla porta. Le sue braccia erano deboli, la sua voce no. Tanto bastava per dare forza a tutto il corpo. Con un braccio teneva il bambino, con l’altro stringeva l’oggetto di ferro. Lanciò un grido e un colpo alla serratura allo stesso tempo. Un altro urlo, un altro colpo. Al terzo tentativo la serratura cedette.
Saoirse attraversò la porta con la croce incisa e uscì in strada: i ciuffi di capelli mozzi, la veste di pezza marrone, il neonato in braccio. Era un ramo secco, in un campo che si allargava nel nero dell’orzo e dell’erba.
Due o tre suore arrancavano in lontananza.
Saoirse si fermò per far calmare i battiti. Un sapore di ferro si attaccò al palato come un’ostia. E intanto che respirava forte la testa del bambino, nella mente, cespugli di viole fiorivano da muri di pietra.
Fatti e personaggi sono frutto di invenzione.
***La storia si svolge a Dublino, nelle Magdalene Laundries, istituti religiosi attivi dal 1922 al 1996 che ospitavano ragazze madri.
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