Racconto di Valentina Riva

(Quarta pubblicazione)

 

Primo trimestre

Giovanni mi stringe la mano mentre la sonda scivola sulla mia pancia unta, appena sopra i pantaloni sbottonati. Nella penombra pulsa il suono liquido della macchina. L’ecografista fa gli occhi sottili, si avvicina alla sagoma che si muove sullo schermo e finalmente parla: “Roberta, le misure del bambino sono in linea con la tredicesima settimana. Continui con l’acido folico e una buona dieta”.

Per l’acido folico ho messo un promemoria, per la dieta uso il calendario dei nutrienti che mia madre mi faceva seguire da piccola. È un buon metodo, lo usa ancora per i suoi pazienti. Lo aggiorno ogni volta in base alle settimane di gestazione. Giovanni, invece, si occupa della spesa, spesso anche della cena, ed è sempre attento alle piccole cose, come portarmi una mela tagliata mentre guardo la televisione o un bicchiere d’acqua quando torno dalle passeggiate. Cammino sempre in spiaggia, spesso mi fermo a pranzare al molo. Sono cresciuta con la sabbia addosso: mia madre mi portava al mare anche prima della scuola e rimanevamo lì per almeno venti minuti a inalare salsedine.

Secondo trimestre

Anche adesso mi piace respirare il vento salato, ma oggi l’aria mi resta sulla lingua; lascia un retrogusto rancido, che aumenta a mano a mano che avanzo. Dopo il ponte di legno, la puzza si fa quasi tangibile e mi costringe a guardarmi intorno. Ora lo vedo: è sulla battigia, tra la foschia di mosche ronzanti. Mi imbavaglio con la sciarpa e mi avvicino. Il pesce è lungo più o meno mezzo metro e ha la testa avviluppata in una specie di nastro sfilacciato di plastica verde. La bocca è aperta, e un buco rosa luccica al posto dell’occhio. Adesso anche il mare sembra un pesce morto; piatto, con le squame che brillano alla luce che trapela dalle nuvole, mentre anche l’ultimo squarcio azzurro si chiude.

Mi sfilo le scarpe davanti alla porta di casa e le batto insieme per far uscire la sabbia. Le lascio all’entrata e vado in cucina. Preparo sul tavolo l’olio extra vergine e il limone biologico. L’acqua, la prendo frizzante, perché oggi voglio più gusto. D’altronde, non conosco tante altre bollicine; per esempio, ho bevuto Coca-Cola una sola volta nella vita. Avrò avuto sei anni ed ero al compleanno della mia compagna di banco. Dopo aver sbirciato il fondo di liquido scuro sul bicchiere di carta, mia madre mi portò via tirandomi per un braccio. Me lo diceva sempre: un giorno mi ringrazierai.

Il cespo di lattuga che Giovanni ha preso al mercato è nel lavandino. Inizio a staccare le foglie, con gli occhi sulla finestra. Da qui si vede la magnolia. Mi piace perché è una pianta sfacciata: quando l’aria gira bene, si apre in centinaia di corolle fucsia; quando tutto gela, non si imbarazza a farsi vedere nuda e rachitica. Ora il sole paglierino fa da sfondo al ramo più basso. Inizio a lavare l’insalata, con la puzza di marcio ancora nel naso. E poi ecco il piatto pronto sul tavolo: le foglie brillanti, verdi… come il cappio del pesce. Lattuga condita con olio, limone e forse… polimeri. Il sole è caduto dietro la siepe, e io non ho più fame.

La televisione è accesa su una donna con un grembiule dello stesso rosso del suo rossetto; sorride mentre lavora l’impasto in un’insalatiera. È rossa anche quella.  Penso che quello che cucinano in televisione non sia commestibile, ma trovo interessante lo sforzo di creare il bello dove dovrebbe essere creato il buono. Nella mia cucina, appesi al muro, ci sono solo due mestoli e uno schiacciapatate. Tutti di plastica nera.

Visto da vicino, non è solo una sagoma: ha le palpebre prominenti, i buchi del naso, la linea della bocca. Infilo la mano nella vischiosità traslucente e sfioro la sua schiena. Piano, sennò si rompe. Inizio a ritirare la mano, ma il liquido si attacca alla pelle e mi trattiene, mentre l’aria comincia a sapere di tossico. Mi tiro su dal letto con lo stesso affanno con cui si emerge dall’acqua dopo l’apnea. Porto tutt’e due le mani sulla pancia: nessun movimento. Vado dritta al frigo, riempio un bicchiere d’acqua fredda e bevo piano. Rimango in attesa fin quando due colpi battono nel basso ventre. Pericolo scampato, ma devo iniziare la bonifica.

Il riflesso di Giovanni mi fissa dalla finestra nera. Non l’ho sentito perché è sceso a piedi nudi. Il suo occhio sinistro è sempre più chiuso di quello destro, ma, appena sveglio, l’asimmetria è più forte. Si stringe nelle braccia: “Che fai?”

Me ne sto accovacciata in mezzo a pentole, spatole e contenitori di ogni tipo. Sembro un randagio che rovista tra i rifiuti. La stanchezza pesa nelle orbite e solo adesso mi accorgo di avere freddo: “Butto via la roba di plastica”.

“Alle quattro del mattino?”

Il pericolo, né lo vede né lo sente. Ma come fa?

Apro l’acqua e la faccio scorrere sulla punta di dentifricio. Non va bene essere stanchi appena svegli perché poi non si ha la forza di fare attenzione. Infilo lo spazzolino in bocca e comincio dai denti in fondo. Quella che non si vede è la più pericolosa: basta svitare un tappo e a quel punto è come un virus. “ …Rob, ti ho chiamato almeno tre volte”, Giovanni allunga un braccio davanti a me e chiude il rubinetto, che andava a cascata. Rimango ferma con lo spazzolino appeso a un angolo della bocca. Lui mi sta di fronte con le sopracciglia corrugate e il suo sguardo mezzo calato: “Ha chiamato di nuovo tua madre. Vuole sapere perché non rispondi mai al telefono. Dice che vorrebbe venire a trovarci”.

“Sarebbe bello, però ho un sacco di cose da fare”.

“Ma magari potrebbe essere d’aiuto. È un po’ che mi sembri stanca”.

Sto benissimo, devo solo tornare a fidarmi del moto continuo delle cose. Il mondo va avanti perché non ha coscienza.

Eppure, la magnolia…

Questa volta Giovanni mi porta una tisana alla valeriana e camomilla. “Grazie”, e mentre lo dico mi rendo conto che questa è una parola che pronuncio di rado. Mi inumidisco labbra e naso con il vapore dolciastro. Inizio a sorseggiare; il liquido mi scotta la punta della lingua, ma il corpo trema. Sono in un buco umido troppo piccolo per la mia statura. Ho il collo piegato e i polmoni pieni di terra. Sono stata qui tante volte, ma ora sento che è diverso. Una volta c’era il pensiero della morte ad aprire un piccolo spiraglio, adesso non c’è più niente. La vita nella mia pancia è innumerevoli volte più importante della mia.

Tirateci fuori di qui.

Terzo trimestre

Non posso proprio lamentarmi: non ho gonfiori né fastidi e, visto che l’aria si è fatta tiepida, vado in spiaggia molto più spesso; basta camminare nella direzione opposta al punto del pesce morto. Nell’ultimo periodo preferisco andare senza fretta, perché mi sembra che la terra abbia allentato la presa e, per non scivolare via come queste onde, ho bisogno di aggrapparmi a qualcosa: la sabbia bagnata che si sgretola sotto le scarpe, la voce di un bambino, il movimento bianco dei gabbiani.

Oggi mi sono fermata a mangiare al molo. Ho ordinato manzo, perché penso mi serva qualche proteina in più, anche se non posso esserne sicura, visto che il calendario dei nutrienti comincia a confondermi. Il piatto è arrivato puntuale come al solito. Con la forchetta rigiro i pezzi di carne, mentre mastico piano. Nel rosso della salsa emerge una fibra bianca. La prendo tra le dita: troppo dritta per essere un pelo, ma abbastanza resistente da poter essere… nylon? La guardo da vicino, la passo da una mano all’altra. Sento centinaia di pezzetti taglienti incastrati tra labbra e gengive, li stano con la punta della lingua e mi graffiano il palato.

Il cuore pompa.

Ultimo respiro.

Soffoco.

“Signora, tutto bene?”

“Vi denuncio maledetti!” lo dico solo nella mia testa, credo. Butto cinquanta euro sul tavolo e scappo via.

La strada batte contro i miei piedi. Corro con la pancia tra le braccia, vado controvento. Entro in casa con il petto che batte. Giovanni rimane di spalle, affetta carote: “Ah, sei tornata prima del solito. Qui c’è una novità, ma dimmi prima tu: hai fatto qualcosa di interessante oggi?”

Non rispondo.

“Rob?” si è girato, sorride.

La voce mi esce solo a filo: “Io… non ho finito il manzo”.

Il bagno è troppo piccolo, non passa aria. Forse è per quello che non riesco a far aprire lo stomaco. Eppure quando era stata mia madre a infilarmi le dita in gola, era stato abbastanza facile vomitare le merendine.

Ora, invece.

Manca l’aria anche in camera, nemmeno con la finestra aperta le tende respirano.

Ma perché l’armadio è così pieno? Servono solo cotone e lana.

Giovanni mi chiama. Le mie braccia non ce la fanno più.

Tutta questa fatica. Mi siedo a terra.

Voglio strappare tutto. Voglio levare la pelle al mondo.

Di nuovo il mio nome.

Entra con un bicchiere d’acqua in mano; e dietro di lui, mia madre. Si agitano. Giovanni mi corre incontro con una coperta, mentre lei muove le mani, fruga nei sacchi che ho ammucchiato al centro della stanza e non capisco cosa dice. Il bicchiere è sul davanzale: ma come si fa a bonificare l’acqua? Mi guardo addosso: sono nuda e rachitica sotto una montagna di pelle tesa, che mi copre le parti basse fino a metà coscia. Vorrei rannicchiarmi ma la pancia me lo impedisce. Mia madre si inginocchia verso di me, chiede cosa mi sta succedendo, vuole abbracciarmi. Anch’io mi allungo verso il suo corpo e mi aggrappo alle sue braccia. La sua carne molle prende la forma delle mie dita, invece gli occhi si allargano come la notte.

Avvicino la bocca al suo orecchio, prendo fiato: “Grazie”.

E le unghie affondano nella sua pelle.