Racconto di Mike Papa

(Nona pubblicazione)

 

Bank’ im’ lör aprì l’occhio al canto di mille pappagalli.

Si ritrovò buttato scomodo per terra, appoggiato con una spalla al tronco rugoso di una sgrovia, ma non ricordava come fosse giunto fin lì.

Né quando.

Un fruscio alla sua sinistra gli fece cercare per istinto il coltello che portava al fianco, ma trovò il fodero vuoto.

Per un attimo un lieve timore si impadronì di lui: senza il suo fedele Kior si sentiva nudo e indifeso.

Intanto il fruscio si avvicinava, minaccioso.

Provò ad alzarsi, ma le gambe erano molli come tentacoli di shippur.

Dovevano averlo drogato, non c’era altra spiegazione. Ma chi e perché?

Si ripromise di trovare dei riscontri ai suoi quesiti più tardi, dopo aver affrontato l’enorme serpente che stava uscendo con letale lentezza dal sottobosco.

Cercò una qualsiasi cosa che potesse fungere da arma. Si accontentò di un grosso sasso, che strinse con forza nella chela destra.

Sapeva che il serpente gli sarebbe arrivato a pochi centimetri per poi attaccare fulmineo, quindi si preparò.

Anticipò lo slancio del rettile, lo bloccò con la chela sinistra e lo finì a colpi di sasso sulla testa triangolare, evitando le lingue avvelenate che saettando gli sfioravano il muso.

Dopo bevve il suo sangue, che come un elisir del mago Urā, lo stregone del villaggio in cui era cresciuto, gli rinvigorì il corpo.

Adesso doveva ricordare.

Delle centinaia di pappagalli che l’avevano svegliato, ce n’erano parecchi che potevano servire al suo scopo.

Il problema era catturarne uno.

Ora che le gambe gli rispondevano, si aggirò nei dintorni per trovare… eccolo, un ramo caduto abbastanza dritto e appuntito.

Individuò un pappagallo della memoria su un ramo basso e scagliò la sua rudimentale lancia.

L’uccello stramazzò non lontano.

Bank’ gli strappò il becco fucsia e se lo strofinò sulla rimembrana che aveva sul ventre, sotto le placche del carapace.

Gli avvenimenti del giorno prima gli fluirono nel cervello destro come una pellicola filmica.

Quando aveva fatto il suo ingresso nella bettola era stato accolto da un momento di silenzio. La scarsa decina di avventori avevano guardato verso l’entrata, dandosi di gomito. Era abituato a quell’accoglienza, quindi si era diretto senza esitazione al bancone, dietro il quale una bella femmina ostentava sfacciata più seno del dovuto.

«Cosa posso darti, straniero?», gli aveva chiesto sporgendo in avanti il petto.

«Una birra di radici e un’informazione», aveva risposto lui senza scomporsi, facendo finta di non capire l’offerta sottintesa.

La taverniera aveva spillato il boccale.

«Questa è la birra. Per l’informazione… prova.»

Lui si era concesso un lungo sorso, poi aveva detto, a voce abbastanza alta da farsi udire da tutto il locale: «Sto cercando un certo Uskris».

La platea si era zittita di nuovo. Riflesso in una boccia impolverata di succo di ginepro, poggiata sullo scaffale dietro il banco, aveva visto uno dei clienti mettere mano a un rozzo tomahawk e lanciarlo. Era stato facile evitarlo, scartando di lato. Mentre lo faceva aveva scagliato il coltello.

Il suo fidato Kior ci aveva messo un lampo a squarciare il collo del malcapitato e a tornare nella sua chela.

Aveva finito la birra, guardando uno a uno i clienti, rimasti annichiliti dal portento appena visto.

«Orsù, qualcun altro vuole provarci o darmi l’informazione che cerco?»

Un vecchio si era scosso e si era fatto avanti: «Nessuno, qui, sa chi è Uskris il Blu».

«Sei vecchio, ma i molti lustri non ti hanno portato saggezza… Io non ho accennato ad alcun colore. Se sai che lo chiamano “il Blu” vuol dire che lo conosci. Lo proteggete e le ragioni possono essere due: paura o complicità. In ogni modo qualcuno dovrà rendere con…»

La sala della bettola aveva cominciato a sfocarsi e le gambe a diventare molli… La birra… Quella perfida ci aveva messo dentro qualcosa.

La visione sciolse molti nodi, ma non tutti.

Gli aveva fatto ricordare che era sulle tracce del Blu per conto dell’Incelato di Almamegra e che la sua cattura gli avrebbe fruttato parecchi bökki, a patto che lo consegnasse vivo.

Quali intrallazzi accomunavano Uskris e l’Incelato non gli era dato conoscere, non faceva parte del suo lavoro.

Ciò che avrebbe voluto proprio sapere, al contrario, era perché nella taverna non l’avessero ucciso, sobbarcandosi lo sforzo di portarlo nella foresta.

E, soprattutto, che fine aveva fatto Kior?

Ma a quest’ultima domanda sapeva di poter trovare presto una risposta.

Cercò una radura propizia. La trovò poco distante, uno slargo circondato da alti giunchi chiacchierini. Si piazzò nel mezzo assumendo la posizione del ragno, recitò il suo mantra e lasciò che il secondo occhio vagasse per lo spazio. Il legame psichico con Kior fece il resto.

Dopo un po’ l’iniziale confusione fu sostituita dalla vivida immagine pulsante del suo coltello: era ancora nella bettola, la taverniera lo conservava nascosto tra i seni, avvolto in un panno.

Mi dispiace, Fratello, ma dovrò presto rimuoverti da quella invidiabile posizione.

La prossima mossa era orizzontarsi nella foresta.

Non pensava che l’avessero trasportato molto lontano dal villaggio, infatti una volta salito su una sgrovia millenaria individuò subito i fili di fumo che uscivano dai camini delle misere case.

Scese dall’albero, raccolse qualche bacca stagionata di salmistro e si avviò.

Stavolta annunciò la sua entrata nel locale con un lancio di bacche.

Le detonazioni e il fumo acre annullarono qualsiasi reazione gli avventori potessero avere.

Ancora sulla porta richiamò Kior.

Il coltello si liberò dello straccio che lo avvolgeva e del corsetto della locandiera, arrivando velocissimo nella sua chela.

Ciao, Fratello.

Avanzando nel fumo senza risentirne l’effetto raggiunse il banco. Se il giorno prima l’ostessa mostrava il solco tra i seni, ora la parte superiore del corpo era completamente nuda, il vestito scendeva sui fianchi, ridotto a brandelli dalla potenza del coltello.

Intanto che il fumo si diradava, Bank’ si concesse un momento di lascivia: anche se non sorrette più dal corpetto, le mammelle sembravano non risentire della forza di gravità e svettavano ancora, sfacciate e invitanti.

Poi tornò a concentrarsi sul lavoro.

«Ok, bifolchi. Urgono spiegazioni.»

Rispose la taverniera, mentre cercava di ricoprirsi senza successo: «Che vuoi sapere, straniero? Ho cercato di renderti inoffensivo perché sentivo che portavi solo guai, ma non è servito, i guai viaggiano molto più veloci di qualsiasi sonnifero. Quando sei svenuto potevamo ucciderti ma non l’abbiamo fatto: siamo povera gente, non assassini. Speravamo che ci avrebbe pensato il serpente Moor, ma vedo che non c’è riuscito. Quindi eccoci qui. Ci farai fuori tutti, adesso? Con quel mirabile coltello che ho gelosamente custodito qui, sul mio petto, vicino al cuore?».

«Se fossi morto non ti sarebbe servito a molto, avrebbe annullato la sua essenza insieme alla mia.

A ogni modo sto sempre cercando il Blu. Non mi importa niente di tutti voi. Siete solo bifolchi che non hanno il coraggio di eliminare neanche coloro che ritengono nemici. Vigliacchi senza attributi. Puah!»

Prese voce lo stesso vecchio che il giorno prima aveva negato di conoscere Uskris: «E tu non sei altro che un cacciataglie accecato dalla brama di bökki. Mi dispiace per te, ma devo dirti che l’avevi a portata di chela, la preda. L’hai ammazzata, senza pensarci due volte. Abbiamo seppellito il suo corpo e neanche sotto tortura ti diremo dove. Era un bravo ragazzo, l’unica sua colpa è stata di innamorarsi di Estreja, la moglie dell’Incelato. Ricambiato, per di più. E quel despota non poteva accettare tale situazione, ne convieni? È per lui che lavori, scommetto. Adesso prendete il vostro arrogante potere, tu e quel vomito di iena, e ficcatevelo su per il culo! Avete ucciso un amore, e questo è il peccato più grande, che vi farà stare ben lontani dall’Aldilà Consacrato, maledetti. Ora da’ il via alla tua arma e finiscici, prezzolato di merda».

Bank’ assimilò tutto. Le parole indignate e accorate del vecchio gli facevano provare una compassione mai sentita e pulsare nel petto una nuova, malinconica linfa. Si rivolse alla femmina. Vide che due rivoli di lacrime le striavano le guance.

Le offrì uno straccio di pergamena per asciugarle, poi il feroce assassino parlò con voce nuova,  stranamente dolce e rotta dall’emozione: «Hai ancora della birra? Magari stavolta non drogata, che ne dici?».

«Morto? Per Din’cĭ, mi sono affidato a te, il miglior cacciataglie della Contea, e tu… Tu mi avevi assicurato che…»

L’Incelato, dall’alto del suo scranno, spargeva vapore pieno d’ira dalle froge. Seduta al suo fianco, Estreja faceva fatica a restare composta in silenzio, ma il suo petto sussultava al ritmo dei singhiozzi repressi.

«Lo volevo qui, sotto il mio tacco, quel lurido zotico, per fagli pagare con mia mano le sue colpe, invece… No, no, no.»

Cominciò a battere gli zoccoli sul pavimento di marmo, come un fanciullo capriccioso a cui si nega un balocco desiderato.

Bank’ non si lasciò impressionare: «Da quando l’amore è una colpa?».

L’Incelato indurì la cresta, livido di furore: «Come… come osi, lurido topo di fogna? Guardie!».

Una mezza dozzina di armigeri si avvicinarono a Bank’ im’ lör, il cacciataglie senza pietà che aveva scoperto di avere un cuore in una bettola di un villaggio di cui neanche sapeva il nome.

Guardò Estreja.

Perdonami, se puoi.

Gli parve, o forse solo si illuse, che lei gli facesse un cenno d’assenso.

Lanciò Kior. Il coltello fece un giro velocissimo a lacerare il collo delle guardie per poi finire la sua corsa sulla fronte dell’Incelato, proprio in mezzo alle tozze corna.

Bank’ lo lasciò lì a nutrirsi delle cervella e si avvicinò a Estreja, dando voce al pensiero di poco prima: «Perdonami, se puoi».

Da quel giorno non si hanno più notizie certe di Bank’ im’ lör, il cacciataglie più temuto della Contea.

Leggenda vuole che si sia trasferito in un villaggio senza nome in mezzo alla foresta di Tenesterno e che viva spillando birra di radici in una bettola di quarta categoria.

Ai Pruriginosi piace sottolineare che divida il letto con una femmina dal seno superbo, che lui non smetterebbe mai di accarezzare con infinito trasporto, con le chele che non grondano più sangue come in passato.

Sangue per lo più innocente, come ha capito troppo tardi.

I Mistici si soffermano su quello che chiamava “Fratello Kior”, un coltello dalla pregevole fattura e dalle doti magiche, che secondo loro veglia all’entrata del villaggio, rendendolo inaccessibile a chiunque non sia armato solo di buone intenzioni.

Ma la fandonia più grossa che si possa ascoltare la raccontano gli Spiritosi, tra uno sghignazzo e l’altro: dichiarano che Estreja, vedova dell’Incelato della Contea, abbia rinunciato a tutti i suoi immensi averi per trasferirsi anche lei in quella landa dimenticata da Din’cĭ, in totale povertà, e che passi i giorni a piangere davanti a una rigogliosa macchia di uskridi blu, sotto la quale si dice sia sepolto un giovane che ha pagato con la vita il proprio amore.

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