Racconto di Mike Papa

(Undicesima pubblicazione)

 

No, Gianni non era affatto soddisfatto dell’andamento della serata.

Già dopo il primo piatto, una a dir poco fantastica lasagna preparata da sua moglie, si era pentito di aver invitato a cena il Capo e la sua amante del momento.

Non stava facendo per niente una bella figura.

Sapeva che il Capo era una buona forchetta, ma sperava che a tavola fosse appena un filo meno esigente di come lo era sul lavoro e aveva puntato tutto sulle ottime doti di cuoca di Irma. Infatti, da quel punto di vista non stava andando per niente male, però non aveva fatto i conti con Berinike, la fräulein poco più che ventenne che il Capo sfoggiava da qualche mese.

Algida ma sfacciata, con un manico di scopa infilato su per il culo.

Intenditrice di vini, per di più.

Proprio sul vino Gianni stava avendo la peggio.

Per gli accostamenti aveva contato su Google, come faceva per molte altre cose.

Alla lasagna aveva abbinato un classico Lambrusco, fidandosi di un sito specializzato.

Birke, come la chiamava il Capo, aveva scosso la testa e col suo odioso accento aveva pontificato: «La pasta è buonissima, ma l’abbinazione col Lambrusco non va bene, era meglio un Torgiano. Viel besser. Molto meglio.»

«Ahi ahiahi, Tiberi, è stato preso in castagna», aveva sentenziato il Capo, invece di riprendere la sua cocca per quel sostantivo sbagliato.

Lui aveva alzato le mani in segno di resa.

«Touché! Ma la prego, mi chiami Gianni», aveva risposto mentre cominciava a odiare quella tedesca saccente.

Più o meno la stessa scena si era ripetuta con il sublime arrosto, abbinato a un Aglianico del Vulture.

«Che ne pensi del vino, meine liebe Birke?» aveva chiesto il Capo a quella che ormai era diventata la sua sommelier personale.

«Nein

”Di nuovo?”

«Un Cabernet Sauvignon era molto più indicato, sia per il suo…»

Si era lanciata in un’analisi del vino, ma Gianni non l’ascoltava più. Guardava il Capo pendere da quelle labbra che chissà quante volte avevano ciucciato il suo affarino moscio.

”Brutta troia!”

«… promozione, Gianni.»

Il Capo si stava rivolgendo a lui.

«Scusi?»

«Dicevo: se non sa abbinare il vino, non penso sia pronto per una promozione.»

Lui sorrise: non capiva quanto quell’imbecille stesse scherzando e quanto dicesse sul serio. La sua faccia tonda e paonazza era quella di un giocatore di poker, impassibile.

La buttò sul faceto: «E chi ha mai parlato di promozione?»

Invece era proprio quello a cui aspirava.

L’unica ragione per cui si era imbarcato in quella cena.

E ora quella mangiacrauti del cazzo stava vanificando tutto.

«Vado a prendere il dolce», disse la moglie, a quanto pareva del tutto indifferente a quelle schermaglie.

”Certo, tu hai ricevuto solo dieci e lode. Non capisci che qui mi sto giocando tutto, non capisci…”

«Ti aiuto», improvvisò, alzandosi furente.

Irma tornò a tavola con un tiramisù da Oscar. Lui, dopo un po’, con una bottiglia di Moscato d’Asti.

”Vediamo se hai da ridire anche adesso, puttana.”

Senza sedersi versò un generoso flûte alla ragazza.

«Che ne pensa di questo, signorina?»

Lei lo guardò con occhi freddi per natura ma concilianti: «Puoi chiamarmi Berinike, ormai siamo freunde… Amici.»

”Amici? Ma se mi stai rovinando la vita.”

La giovane fece un lungo sorso.

«Ja, questo è perf…»

Non riuscì a finire la frase: con uno spruzzo di vomito imbrattò l’elegante camicia del Capo, dopodiché si accasciò con la testa nel piattino di fine porcellana, sciupando una generosa porzione di tiramisù.

La Scientifica non ci mise molto a rilevare il veleno per topi che Gianni aveva sciolto nel Moscato.

Quando gli chiesero perché l’avesse fatto rispose: «Vino e veleno, un’abbinazione perfetta.»

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