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LA VECCHIAIA NEGLI SCRITTORI LATINI DELLA REPUBBLICA E DEL PRIMO IMPERO.

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Di Maria Pellegrini

 

 

Confrontando la concezione greca con quella romana sul tema della vecchiaia, si può notare qualche differenza: i Greci vedevano nella adolescenza e giovinezza un progressivo sviluppo fisico e mentale; nella vecchiaia, il rapido decadere di ogni energia. I Romani invece, soprattutto nei primi tempi della Repubblica, davano molta importanza alla dignità dell’uomo maturo che con il suo esempio di saggezza, laboriosità, esperienza, dimostrava che era un errore considerare la vecchiaia un’età infelice. Nelle mani dei vecchi era concentrata ricchezza e autorità a partire dal ruolo nella famiglia. Il pater familias era un capo assoluto, con potere enorme sui membri della famiglia e ciò spiega il riconoscimento dell’importanza dei vecchi nella società. Con l’avanzare degli anni essi vedono i loro beni aumentare e vogliono tenacemente conservarli fino alla morte insieme alla loro autorità. Si capisce l’impazienza dei figli sottomessi al padre che vogliono ribellarsi a tale potere. Ciò ha generato spesso odio verso i padri e i vecchi in genere.

Nelle commedie di Plauto (254-184) trovano sfogo i risentimenti dei figli verso il padre che è caratterizzato in modi diversi: severo e autoritario ma perennemente beffato quando cerca di impedire i costosi amori dei figli adolescenti, e talvolta anche ridicolo e grottesco concorrente dei figli nella battaglia per la conquista di una donna. Le passioni senili sono messe alla berlina e il pubblico applaude. La commedia il Mercator, ad esempio, è un vivace ritratto di due generazioni a confronto. Il padre per soddisfare le sue senili passioni cerca di sottrarre al figlio le attenzioni e l’amore di un’incantevole ragazza, ma una volta scoperto è redarguito e messo alla berlina:

“Hai coraggio di parlare, larva d’uomo? Alla tua età faresti bene a porre un freno a codesti istinti. A ogni età, come a ogni stagione, si convengono determinate occupazioni. Se si lascia ai vecchi il diritto di correre la cavallina, dove andrà a finire la nostra repubblica?”

Alla fine della commedia Plauto riporta il proposito dei giovani di approvare una nuova legge conforme ai loro desideri:

“Ogni uomo di sessant’anni, sposato o anche, per tutti i diavoli, celibe, del quale si sappia che corre dietro alle ragazze, sarà perseguito e in virtù della detta legge, sarà giudicato uno scimunito”.

Sessant’anni sono dunque considerati come l’inizio della vecchiaia, i piaceri sessuali sono vietati anche in virtù del ritratto ideale tracciato dai filosofi, il vecchio deve dedicarsi soltanto ai piaceri dello spirito e a diventare saggio.

Un altro difetto attribuito da Plauto alla vecchiaia è l’avarizia, ma i giovani figli riescono a trovare espedienti per truffare l’avaro padre e spillargli denaro per i loro bisogni. I molti vecchi tratteggiati nelle commedie plautine mostrano come il problema dell’onnipotenza dei padri anziani agli inizi del II sec. a. C. fosse diventato preoccupante perché suscita risentimento. Plauto riserva loro epiteti ingiuriosi: “Pazzi”, “ostinati”, ”stupidi”, “decrepiti”, “flaccidi”, “collerici”, “rabbiosi”. Molto disprezzata è la loro concupiscenza e il teatro romano mette in scena numerosi vecchi dissoluti, coperti di ridicolo e mostrati come patetici farfalloni o in altri stereotipi negativi amplificati in chiave comico-grottesca.

Terenzio, (190-159 a.C.) presenta la vecchiaia in altro modo. Scrive commedie piene di sentimento e moralistiche: i padri sono più indulgenti, i giovani più rispettosi, i metodi educativi dei padri sono improntati a dolcezza, arrendevolezza. Gradualmente i tempi cambiano, ma il potere dei vecchi rimane sempre lo stesso. La storia della repubblica romana mostra, infatti, che nelle circostanze gravi non si esita ad affidare importanti poteri a persone di età matura e le loro carriere sono state talvolta molto lunghe. L’esempio più illustre è Catone il Vecchio che restò un attivo politico fino alla fine della sua vita(morì nel 149, a 85 anni). Catone pensava che “il servizio reso allo stato era l’occupazione più onorevole per la vecchiaia”

Anche Cicerone difende la posizione dei vecchi nella partecipazione alla vita politica:

“I vecchi non compiono i lavori dei giovani, ne fanno altri molto più seri e più importanti. Le grandi cose non si ottengono con la forza o con la velocità o con l’agilità del corpo, ma con la saggezza, con l’autorità, con il prestigio, virtù delle quali la vecchiaia di solito non solo non è priva ma anzi ne è ricca”.

Nel 44 a.C., all’età di 62 anni, Cicerone compone un trattato Sulla “vecchiaia” sotto forma di dialogo fra Catone e altri due importanti personaggi. Le quattro maggiori accuse alla vecchiaia rivolte a Catone dai suoi interlocutori sono: distoglie l’uomo dalle occupazioni, lo priva di forze e dei piaceri, è l’anticamera della morte. Catone impersona il modello dell’uomo politico che fino in fondo partecipa attivamente alla gestione del potere con la sua esperienza e saggezza doti che si acquisiscono in tarda età e sono indispensabili nell’esercizio del potere. Cicerone parla per interposta persona, servendosi per l’appunto del vecchio Catone, per difendere le virtù della vecchiaia, cercando di confutare i luoghi comuni negativi, principalmente l’errata convinzione che una certa età sia incompatibile con una vita attiva.

Nella società tardo repubblicana i conflitti generazionali, stando alle fonti letterarie diventano più aspri. Gli anziani accusano i giovani per la cattiva politica romana; anche Cicerone, non spende giudizi favorevoli sulle nuove generazioni, specie per quel che concerne la gestione della politica.

Nel I secolo a. C. assistiamo al declino del potere dei vecchi che non dominano più il mondo romano, ma ad essi non si risponde con un’aperta critica, leggiamo invece molte considerazioni sul tempo che passa e porta a ciascuno la triste vecchiaia. Il tema si svilupperà al tempo di Augusto nei poeti elegiaci.

In Orazio, fra tanti suoi elogi della vita semplice e appartata, e del piacere amoroso e conviviale, centrale è il tema della vecchiaia, in lui c’è un’ossessione costante per il trascorrere veloce e inarrestabile del tempo (“fugge l’invido tempo”). La presenza dei malanni fisici preannuncio del disfacimento finale e della morte domina i suoi carmi più belli ed emblematici:

“Ahimè, fugaci, Postumo, Postumo, / trascorrono gli anni, né un animo/ devoto potrà ritardare l’incalzante /vecchiaia, le rughe, l’inesorabile morte.”

“Afferra l’oggi, credi al domani quanto meno puoi”

“Presto o tardi / uscirà dall’urna il tuo turno di morte”.

Anche per lui l’amore non si addice all’età della vecchiaia, come non si addice annegare il dispiacere nel vino. Così il poeta ammonisce una vedova che vuole folleggiare:

“Tua figlia è giusto che espugni le case dei giovani/…./a te si conviene filare la lana …/ non, vecchia qual sei, svuotare l’orcio fino in fondo”.

Per Orazio, tuttavia, la morte dell’uomo, non è la morte del poeta: “non morirò del tutto”, dirà orgogliosamente. La poesia salva dalla morte e affida all’eternità la memoria del poeta e delle cose e persone che ha cantato.

Anche il giovane Tibullo, morto prematuramente a 35 anni, è assillato “dall’età fatale della vecchiaia senza vigore”. Quasi presagendo che non vi arriverà mai, scrive in una sua elegia dedicata alla sua donna:

“Nel frattempo, finché il destino ce lo concede, uniamo il nostro amore:/ tra poco sarà qui la Morte, col capo velato di tenebre, / presto s’insinuerà di soppiatto l’età inerte, non sarà più conveniente amare / o sussurrarci dolci parole con il capelli bianchi”.

Ovidio non conoscerà neanche lui la tarda vecchiaia, morirà a sessant’anni in esilio, da dove profondamente triste vedendo i segni dell’incipiente canizie scrive in una elegia dall’esilio:

“Una nave appena costruita resiste bene alle impetuose tempeste, / una vecchia si sfascia a qualsiasi minimo rovescio. /Anch’io i mali che soffro li sopportavo più pazientemente prima:/ Credetemi sono sfinito, e, per quanto posso arguire dal mio stato/ fisico, mi rimane poco tempo da soffrire./ Infatti non ho le forze né il solito colorito: ho appena /un po’ di pelle sottile che mi copre le ossa. / ma la mia mente è più malata del corpo malato, ed è fissa/ nella contemplazione del suo male senza fine.”

Tra le più alte riflessioni sulla vecchiaia si deve ricordare quelle di Seneca, che non ravvisa il problema nella vecchiaia in sé ma nel come la si vive e nel come la si raggiunge. La filosofia quindi, come per Cicerone, insegna che l’ultima età della vita è naturale come le precedenti e quindi anche la morte deve essere attesa con l’animo sereno, perché rientra nelle leggi di natura. In qualsiasi condizione di salute, l’uomo per quanto fiaccato nel corpo, deve imparare a non esserlo nello spirito.

Durante tutto l’impero c’è una retrocessione della condizione del vecchio che perde l’autorità familiare e politica. La letteratura ne dà un ritratto impietoso. Giovenale all’inizio del II secolo d. C in una satira ci offre un quadro della vecchiaia terribilmente squallido e tetro:

“La faccia dei vecchi è sempre la stessa. Trema la voce, tremano le membra, la testa non ha più capelli, il naso goccia come quello dei bambini; l’infelice, senza più denti, deve masticare il pane con le gengive, è di peso alla moglie, ai figli, a se stesso.[…] l’amore non è che un antico ricordo, se anche ci provi giace flaccido e piccolo il membro; palpato tutta una notte, resterà tale.”

Dopo aver elencato tutti i malanni del corpo prosegue ancora più graffiante:

“Ma peggiore di ogni guasto fisico è l’imbecillimento senile, per cui il vecchio non ricorda più il nome dei suoi servi né più riconosce il volto dell’amico con cui ha cenato la sera prima, né quello dei figli che ha messo al mondo e ha allevati. Sarebbe meglio augurarsi una vita breve che il lungo straziante supplizio che è la vecchiaia”.

Marziale (38/41d.C.-104 d.C.) ridicolizza nei suoi epigrammi il vecchio che si atteggia a giovane, ma è nell’immagine della decadenza fisica femminile che si mostra feroce e malevolo perché un corpo femminile invecchiato nessuno lo vuole guardare o avere vicino, non ha niente di desiderabile, come la povera Vetustilla che egli schernisce così:

“Hai visto trecento consoli, Vetustilla,/ hai tre capelli e quattro denti, il seno di una cicala,/ le gambe e il colorito di una formica; /la tua fronte ha più pieghe di un mantello”, le tue mammelle sono simili a tele di ragni” ….e su questo tono prosegue la descrizione del corpo della donna.

Da questi versi e da molti altri passi nella letteratura latina e greca che raffigurano in modo ripugnante il corpo femminile invecchiato, si deduce che la donna era apprezzata solo come oggetto erotico.

 

Da http://www.umbrialeft.it/

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