Racconto di Leonardo Lastilla

(Quarta pubblicazione)

 

È alto, vestito in maniera casual e con il volto che mostra una compiacente soddisfazione. Sta cercando il bagno e, come tantissimi avventori di quel locale, stranamente non lo trova. È abbastanza surreale osservare i clienti andare automaticamente verso il fondo della sala senza notare, alla loro sinistra, la porta con la scritta toilette, ben in evidenza e chiara. Nel caso di John – così si chiama il ragazzo inglese – forse la distrazione dipende dal fatto che è un po’ barcollante. Le due bottiglie di Vermentino, consumate un tantino troppo velocemente con la sua fidanzata Katie, hanno offuscato le sue capacità orientative e lo hanno reso malfermo sulle gambe.

Quando si è intenti ad assorbire tutta la felicità di un momento, a volte non si fa attenzione ai dettagli e ai contorni. Alle prese con la celebrazione di tappe credute fondamentali nella biografia delle persone, si perde il senso della realtà. In questo modo il vino ordinato per festeggiare finisce nella giostra euforica e nell’esaltazione dei sensi, dimenticando completamente l’impatto che la sua gradazione può avere sulla coscienza. Proprio questo succede mentre i due ragazzi si guardano con aria esageratamente sdolcinata, come se abbassare lo sguardo o volgerlo altrove rischiasse di far sparire la magia di quegli istanti.

L’ansia di portare il bicchiere alle labbra, tuttavia, prevale sulla conversazione, che gira intorno alla lista di cose da fare e posti da visitare in quei giorni, senza interrogarsi un secondo sul perché vorrebbero farlo. Seguono pedissequamente l’elenco perché hanno imparato che così si deve fare. Neanche sul vino hanno molto da dire, se non che è buono, laddove sarebbe stimolante riuscire a comunicare che cosa renda quel Vermentino squisito. D’altronde John ha portato Katie in quell’enoteca perché ha imparato che così si deve fare: ha imparato, cioè, che gli eventi importanti vanno solennemente formalizzati, altrimenti perdono il loro valore. Per questo ha scelto quel locale elegante, a due passi da Ponte Vecchio, con un’impeccabile vista romantica sul fiume che vi scorre sotto. Per questo ha pure preteso un tavolo all’aperto, nonostante stasera sia oggettivamente freddo, e ha ordinato un vino costoso (bianco, perché a Katie piacciono i bianchi), dato che una bottiglia più economica avrebbe potuto scalfire la credibilità della situazione.

In verità John non ama molto il vino, preferendogli di gran lunga la birra, e quando lo beve preferisce che sia rosso, trovando il bianco poco mascolino. Inoltre, è noto a chi lo conosce che tollera poco il freddo e, quando va per pub o ristoranti, predilige gli angoli più coperti e caldi. Stasera, tuttavia, ha deciso di scendere a compromessi e compiacere Katie perché ha imparato che così si deve fare. D’altronde Katie non obietta su nulla e avalla tutto ciò che John le propone, perché anche lei ha imparato che così si deve fare. Specialmente in questa circostanza. Lo segue ipnoticamente, come fa quando guarda una di quelle serie proposte sulle piattaforme di streaming.

Due ore prima della caccia al tesoro per il bagno, John era al telefono con i suoi mentre Katie lo fissava con aria estatica, come fanno con la volta celeste gli angeli in certi quadri rinascimentali. Con orgasmo emotivo, John stava raccontando ai genitori che da pochi minuti aveva fatto scoppiare la domanda. Aveva cioè chiesto a Katie di sposarlo e lei aveva immediatamente accettato, fingendo di non aspettarselo e impegnandosi per mostrare la dovuta commozione, perché ha imparato che così si deve fare. Nonostante John e Katie stiano insieme da quindici anni – il che fa della loro relazione una sorta di matrimonio – dire di sì senza mostrarsi profondamente coinvolta sarebbe stato interpretato come uno stravolgimento drammatico del copione, troppo difficile da sopportare per John. Fare l’ingenua e non dare a vedere di aver capito che quel viaggio a Firenze aveva come scopo proprio quella recita, la costringe a un inebetito sorriso che tiene incollato sul volto, fissato ai lati da due puntine di appagamento.

John ha scelto Firenze invece della cittadina del Sussex dove entrambi abitano perché rimanere in loco sarebbe potuto apparire meno sincero, mentre Firenze, o le altre mete papabili che aveva considerato, tutte città globalmente riconosciute come capitali dell’amore, davano al tutto un’aura difficilmente contestabile. Come se la preferenza per un luogo accreditato fosse direttamente proporzionale all’autenticità del suo sentimento per Katie. Funziona così nell’età dell’esibizione. D’altro canto, anche a Katie non dispiaceva l’idea di ritrovarsi straniera a camminare per vie sconosciute. Una parte di sé equiparava quell’esperienza all’adrenalina di immaginarsi come una celebrità in incognito che non viene riconosciuta dai passanti. Niente a che fare con la familiarità della quotidianità, che l’avrebbe costretta ad accettare la proposta di John nel loro posto segreto, quello dove si sono baciati per la prima volta.

La frenesia con cui John ha sentito il bisogno di chiamare i suoi, solo pochi minuti dopo la proposta, potrebbe essere considerata fuori luogo, ma lui ha imparato che così si deve fare. Sebbene non sia più un ragazzino, John desidera sia l’approvazione genitoriale, sia la possibilità di farsi bello agli occhi di Katie, assaporando l’eccitazione di chi è gasato per aver compiuto qualcosa di straordinariamente titanico. Almeno così gli sembra, anche se mettersi in ginocchio davanti a lei nel giardino del Cavaliere a Boboli, tirare fuori l’anello e porre la domanda fatidica sono gesti compiuti solamente perché ha imparato che così si deve fare.

Una volta deciso di compiere questo passo, John non ha avuto alcun dubbio su come tutto si sarebbe svolto. L’aveva visto proiettato migliaia di volte nella sua mente e non ha cercato un’attuazione originale e personalizzata. Esistono situazioni e comportamenti che fanno ormai parte di una sceneggiatura transnazionale, continuamente rinforzata da film, libri e narrazioni che finiscono per trapiantarsi nei meccanismi psicologici degli individui. È così che i sistemi sociali si creano e si autoalimentano, conservando la loro autonomia e diventando impermeabili a ogni tentativo di essere scalfiti. La chiamano educazione, ma è davvero tale o è solo un modo per proteggere la propria presunta infallibilità? Dovrebbe chiamarsi, piuttosto, autogratificazione.

Mentre s’inginocchiava, un po’ di tremarella ha effettivamente attraversato il corpo di John, ma lui stesso non avrebbe saputo dire se ciò dipendesse dal reale sentimento per Katie o dall’imbarazzo di fare quel gesto circondato da decine di sconosciuti. Nel caso della seconda ipotesi, John avrebbe potuto benissimo fare a meno di partecipare alla perversa esposizione di sé che flagella questi tempi, ma se non l’ha fatto è perché ha imparato che ormai è così che si deve fare. Sapendo benissimo che Katie sarebbe stata una complice perfetta, perché anche lei ha abbracciato questo nuovo schema. L’imbarazzo autoindotto e manipolato ha preso il sopravvento su quello autentico, specialmente con decine di telefonini pronti a immortalarlo. Sulla scena bisogna essere sempre pronti a recitare le battute corrette senza l’ausilio di suggeritori, anche perché il testo è già il frutto di una didascalia decisa da altri. In altre parole, ogni performance sociale è in sé il frutto di un suggerimento talmente diffuso da essere diventato standardizzato.

Dell’Italia e dell’italiano poco sanno John e Katie. D’altronde, essere lì, a Parigi o a Vienna non fa alcuna differenza: per lo scopo di questo viaggio, una città vale l’altra. In ogni caso, i due si sono accorti subito dopo il loro arrivo che non è necessario conoscere la lingua locale. A Firenze l’inglese è diventato la madrelingua, esiliando per l’eternità l’italiano, esattamente come i fiorentini avevano fatto secoli prima con il padre della stessa, nato tra quelle vie. Tutto si tiene. E se Dante fosse vivo ora, difficilmente vorrebbe tornare nella sua amata città. John e Katie si sentono come a casa e trovano profondo godimento nell’essere serviti e riveriti dai tanti indigeni in giro per il centro, i quali aspirano non solo alla mancia, ma anche ad assottigliare il conto in banca dei tanti ignari turisti.

Dopo essere usciti dall’enoteca per ritornare nel loro Airbnb, abbracciati l’uno all’altra, John e Katie dicono di amarsi e di essere felici perché entrambi hanno imparato che è così che si deve fare. Tornano piano verso l’appartamento, sicuramente sottratto a qualche studente o a qualche anziano che non ha più i mezzi per permetterselo, ma loro non se ne preoccupano né, forse, lo sanno. Perché dovrebbero? Continuano a guardarsi come a voler, reciprocamente, confermarsi di stare facendo la cosa giusta. Come due complici che, avendo appena rapinato una banca, si scambiano un cenno di assenso perché il piano è andato esattamente come doveva andare, senza intoppi.

Entrano nell’appartamento dove ad aspettarli ci sono altre bottiglie di vino, comprate nel pomeriggio. Vini di modesto pregio, perché tra quelle quattro mura la vetrinizzazione non va in onda. Sono entrambi stanchi e intontiti e non ne hanno veramente il desiderio, ma sarebbe insensatamente peccaminoso non finire una giornata talmente memorabile con un amplesso, seppure svogliato e frettoloso, perché hanno imparato che così si deve fare.

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