Racconto di Franco Porchetti

(Seconda pubblicazione)

 

Gisella era nata bene, come si suol dire; i genitori, prima della guerra, possedevano un grande emporio al centro di Terni. Gli affari andavano bene e lei aveva potuto studiare. Rimasta sola al mondo, si era messa a leggere e scrivere lettere per coloro che non sapevano farlo. Ogni giorno metteva la sua mano e i suoi occhi al servizio delle speranze, dei sogni, del dolore, di persone semplici che si affidavano a lei non senza un po’ di vergogna, come se essere analfabeti fosse una colpa personale.

Erano quasi tutte donne: mogli, sorelle, fidanzate, madri dei soldati al fronte. Tutte anime lacerate dall’ansia, ma tenute in vita dalla speranza e dall’amore.

Tra le sue clienti più assidue c’era Maria, una giovane donna che ogni volta scendeva da Cesi in bicicletta. Sebastiano, il suo fidanzato, le scriveva regolarmente e lei voleva rispondergli subito. Le lettere di Sebastiano erano romantiche, a volte poetiche, e a Gisella piaceva molto leggerle a Maria. I suoi grandi occhi scuri si riempivano di lacrime già dopo le prime frasi e il suo bel viso roseo assumeva un’espressione di trasognata tristezza che le toccava l’anima ogni volta. Un giorno, Gisella si rese conto che non vedeva Maria da quasi un mese. Preoccupata, chiese di lei in giro; scoprì così che era morta di tifo, una malattia che stava decimando la popolazione.

Quella notte, Gisella sognò Sebastiano. Sapeva che era lui, ma non ne vedeva il volto, perché non lo conosceva. Di lui conosceva solo le parole vergate con una matita su fogli di carta rimediati, ma questo le era bastato per comprenderne l’animo.

Era la prima volta che provava l’ebrezza di conoscere così a fondo un’altra persona. La mattina dopo Gisella iniziò a scrivere a Sebastiano per comunicargli la terribile notizia della morte di Maria, ma dopo le prime parole si ritrovò a scrivergli una lettera ardente di amore. Non si fermò fino a quando non finì il foglio. Lo girò e aggiunse: Mi sono trasferita da un’amica a questo indirizzo perché casa mia è pericolante: via del Maglio, 7, Terni, c/o Gisella Feliciani. Un bacio.

Maria.

Non la rilesse neanche e corse a imbucarla. Solo quando tornò a casa si rese conto di cosa aveva fatto. Aveva mentito per amore di un uomo che non aveva mai visto.

Sebastiano tornò a Terni sei mesi dopo, all’inizio dell’estate del ’43. Lo fece solo per ritrovare la sua Maria; tutti i suoi parenti erano sfollati in posti più sicuri appena era scoppiata la guerra. Ma lui prima di tutto voleva riabbracciare la donna che con le sue lettere gli aveva dato la forza di tirare avanti nonostante tutto: il desiderio di tornare da lei gli aveva tenuta insieme l’anima.

Da quando aveva ricevuto la lettera con cui Sebastiano annunciava a Maria il suo ritorno, Gisella era entrata in agitazione. Aveva paura e al tempo stesso l’incontenibile desiderio di abbracciarlo. Non era curiosa di scoprire che faccia avesse, voleva solo dargli tutto l’amore che aveva messo da parte per lui. Ma la cosa che più la preoccupava era dovergli dire che Maria era morta sei mesi prima.

Avrebbe voluto sparire e allo stesso tempo esistere in eterno accanto a lui. Sebastiano trovò facilmente il numero 7 di via del Maglio. Stava per bussare al portone, quando una voce femminile alle sue spalle lo bloccò:

“Aspetti, devo entrare anch’io.”

Era una piccola donna di mezza età con un’espressione cordiale sul volto scavato.

“Lo sa, per un momento l’avevo scambiato per mio figlio…” gli disse sorridendo mentre apriva il portone con una grande chiave.

“Da chi deve salire?” aggiunse lasciandolo entrare nell’atrio.

“Da Gisella Feliciani.”

“Ah, chi ha al fronte?”

“Al fronte? Nessuno.”

“No, mi scusi, credevo che fosse un suo cliente.”

“Cliente?”

“Sì, va be’, insomma, credevo che la cercasse per le lettere…”

“Quali lettere?”

“Quelle che la signorina Gisella scrive e legge per chi non sa farlo, di solito sono donne che hanno qualcuno al fronte, ma anche uomini. La signorina aiuta tutti, è tanto generosa… Ho detto “clienti”, ma lei prima li aiuta e poi se hanno qualcosa da darle in cambio bene, altrimenti non fa niente.”

“Ma vive da sola?”

“Sì, ha perso tutti i suoi cari nell’incendio del negozio, prima della guerra. Ha un cane da guardia e due gatti che le fanno compagnia.”

“Non ha mai ospitato qualche sua cliente o amica in casa sua, magari per un’emergenza?”

“Non credo. Ma Lei la conosce oppure no? Sembra che non sappia niente di lei. Perché la cerca?”

Sebastiano sentì qualcosa di nero e freddo crescergli dentro.

“Perché le devo dire una cosa importante da parte di un amico” le rispose per tagliare corto.

“Terzo piano.”

Gisella andò ad aprire con il cuore che le batteva forte nel petto e nelle tempie. L’uomo era in uniforme, pallido, magro. Lo sguardo di una tristezza quasi solida.

“Maria è qui?” disse con il tono di chi già conosce la risposta.

“Sei Sebastiano?”

“Sì, sono io.”

“Entra.”

Lo guidò fino in cucina, lo fece sedere al tavolino e gli versò dell’acqua. Sebastiano capì che non c’era niente da aggiungere, niente da spiegare: era tutto scritto sul volto e nello sguardo di Gisella.

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