Racconto di Lauren Bright
(Prima pubblicazione)
Al confine tra Gorgonzola e Bussero, due paesi bucolici in provincia di Milano, circondata da un muro ricoperto di edera, la Cascina Gogna dominava la campagna in solitudine. Il cortile, lungo il perimetro, era delimitato da una serie di portici e le stagioni ne coprivano la superficie con quello che avevano da offrire. In una nitida giornata primaverile un tripudio di fiori di pesco, di albicocco, di susino, un’espansione di delicate nuvole di petali che, rosa e bianchi, vi si staccavano e si adagiavano a terra. I colombi e le rondini avevano nidificato sotto la grondaia e l’aria era un costante spostamento alato. Nel mezzo del cortile, con passo lento ma sicuro, camminava una donna; se i colombi e le rondini l’avessero osservata dalle loro alte dimore, avrebbero visto avanzare una macchietta nera, sul candido tappeto floreale.
La Togna era una donna dalle fattezze minute, sempre vestita di nero. L’accentuata curvatura della schiena ne giustificava il nomignolo di “Göbet”.[1]. Mentre si avvicinava all’ingresso della corte, si concentrava su un pensiero e quel pensiero ne accentuava le rughe del volto. A questa singolare figura era affidato il compito di “morosera”[2]: avrebbe determinato il destino coniugale di tanti giovani. Non si era mai maritata e non se ne domandava il motivo ma pareva possedere un intuito speciale nel combinare coppie ben riuscite. Le donne la tenevano informata sulle famiglie che avevano figli da sistemare. Lei, allora, si dava da fare per valutare la rispettiva condizione economica dei potenziali futuri sposi, gli eventuali rapporti che intercorrevano tra i loro parenti e, in ultimo, l’indole e l’aspetto esteriore dei due giovani. Non riceveva compenso in denaro per quel compito che svolgeva tanto scrupolosamente ma, spesso, se l’incontro stabilito avesse avuto un seguito, avrebbe ricevuto doni in forma per lo più di beni alimentari.
Quel giorno, mentre il vento tiepido accarezzava la verde distesa d’erba, la Göbet accompagnò la giovane Angioletta, che lavorava con lei in filanda, sul ponticello di terra battuta che collegava Bussero a Gorgonzola, poco distante da Cascina Gogna, e rimase a presenziare per tutto il tempo dell’incontro. Berto, il giovane che la attendeva, non mostrò segni di imbarazzo, affrontò la cosa come si confaceva ad un uomo serio e gran lavoratore, che aveva intenzione di metter su famiglia.
Era un contadino della zona, aveva rafforzato la sua abilità nelle attività della campagna e aveva la certezza che fosse questo l’unico lavoro a lui congeniale. Per un breve periodo aveva lavorato come fabbro in paese ma lo stare rinchiuso tutto il giorno in una bottega lo snervava: lo soffocavano il calore del fuoco e le quattro mura che lo circondavano, e in quelle ore interminabili rimpiangeva il calore del sole che si spandeva libero nei campi. Si sentiva come il ferro, scaldato, battuto e modellato a piacimento da qualche mano superiore, si sentiva stringere tra l’incudine e il martello. Così era tornato alla sua prima occupazione e aveva deciso di prendere moglie. La ragazza, appena ventenne, era bella: il volto luminoso, il naso leggermente aquilino e i lunghi capelli castani raccolti sulla nuca. Si mostrò allegra e loquace, non intimidita come lo sarebbero state molte altre giovani in quel frangente. Quel temperamento lo affascinò e presto iniziò a frequentare la sua famiglia, che viveva a Bussero alla Cascina Faustina. Andava a trovarla ogni giovedì sera e la domenica pomeriggio (i giorni prestabiliti per le visite dei fidanzati) ed era ormai certo che fosse quella la donna con cui avrebbe costruito il proprio futuro. In giro correva voce che Berto fosse benestante, poiché proprietario di vari appezzamenti di terra; in realtà la sua famiglia, per acquistare quei possedimenti aveva contratto dei debiti con alcuni parenti di Milano. Sapeva che col tempo e il costante lavoro quel debito sarebbe stato estinto. Ora, però, che sia suo padre sia suo nonno erano venuti a mancare, era consapevole che la questione economica famigliare gravava su di lui e sul fratello Angelo. Berto volle essere sincero e ne parlò con la fidanzata, avvertendola che, nonostante le chiacchiere della gente, egli non era un “sciur”[3]. La trasparenza e la schiettezza del giovane ne comprovarono il valore e Angioletta fu lieta di diventare sua moglie. L’anno successivo, il 2 maggio del 1936, si sposarono.
Berto propose alla sua sposa di scegliere come sfruttare la disponibilità economica destinata a celebrare l’evento: organizzare un banchetto con parenti e amici, che si sarebbe svolto nella cascina di Berto, a Gorgonzola, dove avrebbero vissuto, o fare un viaggio a Roma. Angioletta scelse la prima opzione. Fecero una grande festa, un cuoco fu incaricato della preparazione del banchetto a base di risotto allo zafferano e carni; un fotografo professionista scattò una foto di gruppo che rappresentò un evento singolare per tutti gli invitati. Immortalò più di un centinaio di ospiti nella posa tipica di chi non era avvezzo a farsi ritrarre: piuttosto rigidi nel portamento e con un sorriso appena accennato. La festa si protrasse anche il giorno seguente, quando gli invitati si sedettero nuovamente a tavola per il “ribatìn”[4]: consumare quanto era rimasto il giorno precedente. A distanza di anni, dopo il lavoro nei campi, tre figlie, cinque nipoti e tre pronipoti, Angioletta, che non aveva perduto nel tempo la sua energia e la sua naturale schiettezza, rievocando la singolare figura della Göbet pensò che, se lei avesse potuto vedere il risultato del suo fruttuoso intervento, ne sarebbe certamente rimasta soddisfatta. Si chiese anche, non senza un po’ di rimpianto, se per le nozze non sarebbe stata una scelta più saggia recarsi nella città eterna e intraprendere un viaggio che mai si sarebbe ripresentato nel corso della sua vita.
[1]Göbet: gobbetta
[2]Morosera: da “morosa”: fidanzata
[3]Sciur: signore
[4]Ribatìn: fare il “ribattino”, mangiare ciò che è avanzato
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