Fiaba di Silvio Fazio

Illustrazioni di BDB e Silvio Fazio

 

 

Qualcuno è entrato nello stanzino e per fortuna, quando è uscito, ha lasciato la serranda della finestra un po’ alzata. Il buio è finito finalmente.

È notte, dalle fessure ora passa la lieve luce del lampione della strada e ogni tanto i fari delle auto illuminano a strisce veloci quello che mi sta intorno. Sono sveglio e sono vivo.

Mi guardo in giro e cerco di riconoscere ciò che mi circonda. Lo stanzino è pieno zeppo di giocattoli, di giocattoli antichi, vecchi. Forse il proprietario doveva essere un collezionista o qualcuno pieno di nostalgia.

Tra un lampo di luce e l’altro, faccio un piccolo inventario: scatole di trenini, giochi di latta, teatrini, giostre. Io sono l’unico cavallo a dondolo tra i tanti altri cavallucci di tutti i tipi.

Una bambola è seduta sul bracciolo di una poltrona: ha un vestitino di raso rosso un po’ malmesso, i capelli castani; il viso di porcellana con due gote rosate è ancora perfetto, gli occhi sono chiusi. Il volto di quella bambola io ricordo di averlo già visto. Com’è bella!

Cerco di avvicinarmi muovendomi sul dondolo, strisciando e spostandomi in avanti. Prima piano piano, per controllare di non avere qualcosa di rotto, poi sempre più sicuro. Riesco a vedere i miei finimenti rossi e anche il decoro fatto sul legno con disegni un po’ sbiaditi su un fondo verdino.

Dondolando mi avvicino sempre di più, nessun cenno dalla bambola, ma quando io riesco a posare la mia fronte sulla sua gota, i suoi occhi blu si aprono e mi guardano sorpresi, incuriositi.

“Ciao” le dico “sei viva? Forse siamo gli unici qui dentro, vuoi stare un po’ con me anche solo per parlare?” Non mi risponde, ma non scosta la sua testa dalla mia.

“Solo parlare” insisto “possiamo scambiarci pensieri e ricordi. Possiamo raccontarci le storie che abbiamo ascoltato o vissuto, possiamo stare bene insieme”. La bambola mi dà un colpetto con la testa e mi dice: “Raccontami una storia”. Ed io una storia da raccontare ce l’ho perché ora un ricordo invade la mia mente. Così, mentre fuori la luna piena disegna le fessure della finestra e la notte segna l’ora della magia dei sogni che si avverano, sciolgo per lei il filo del mio racconto.

“Correvo per le praterie della Mongolia. Chi mi cavalcava era una bambina come te, con un vestito rosso e gli occhi blu. Galoppavo a volte dove il verde era lussureggiante, chiaro e lucente, altre volte dove l’erba era più scura per la carenza d’acqua. Correvamo per le steppe aride, che assumevano il colore del deserto. Galoppavo veloce con la criniera al vento nei profumi dell’astro alpino, dell’efedra e del rabarbaro. Intorno a noi le montagne, dove vivevano i popoli delle aquile, erano maestose, i cieli infiniti, ghiacciai e pascoli a perdita d’occhio. Ero adornato con selle fatte con raffinati tappeti, decorati con i draghi, la fenice, il pipistrello, scacchi, libri, fiori e uccelli. La sera, intorno ai fuochi, ascoltavamo i racconti, le leggende e le fiabe mongole, ricche d’amore per la loro terra, per il cielo, la natura, gli sciamani, le imprese di Gengis Khan, accompagnati dal suono del Morin-khnur e del Tovshnur, la loro antica chitarra e il loro antico liuto. La notte era piena di stelle e tu eri con me. Non so se è un sogno o un ricordo, ma so che devo tornare dove sono stato felice”.

Quindi tacqui, la commozione mi aveva rotto la voce, anche perché a mano a mano che il mio racconto procedeva, avevo sentito la testa della bambola premere dolcemente sempre più sulla mia fronte.

Poi la sua voce, come un canto, ruppe il silenzio e le sentii dire: “Portami con te”.

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