Fiaba di Melania Ferrari

 

C’era una volta un re ossessionato dal cielo. Per lui doveva essere perennemente azzurro, pulito pulito, senza nessuno straccio — bianco o grigio — di nuvole. Doveva essere esattamente come gli occhi dell’amatissima moglie Clarice, andatasene in un pomeriggio di maggio che voleva la vita e non la morte delle creature.

La salute della regina era fragilissima e, nonostante l’innamoratissimo sovrano avesse cercato di proteggerla da una natura che seguiva le sue regole cicliche incurante degli uomini, vide comunque la consorte scivolare tra le braccia della morte.

Di Clarice, però, non potevano rimanere solo ricordi chiusi nel cuore o ritratti su ogni singola parete del castello. Ci doveva essere qualcosa di più grande e meno umano per contenere quel dolore instancabile che abitava nel re: serviva… il cielo! Sì, solo quel “tetto” avrebbe reso l’immensità e la straordinarietà degli occhi dell’amata!

Ma come fare con quegli inutili ingombri chiamati cirri, cumuli, cirrocumuli, nembi… insomma, nuvole? Non potevano sporcare lo sguardo di Clarice, era inammissibile; tutti, poi, dovevano definire il cielo come “gli occhi di Clarice”! Il re aveva infatti creato anche un corpo speciale per sorvegliare il lessico dei sudditi, che avevano l’obbligo di nominare positivamente la defunta sovrana almeno venti volte al giorno.

Restava però il problema del cielo. Ma, come in ogni regno delle fiabe che si rispetti, al limitar della foresta, poco lontano dalle mura della città, vivevano una stregonessa e la sua nipotina. La vecchia non voleva essere chiamata né strega né fattucchiera, quindi si era coniata questa etichetta per sdrammatizzare. Era però una grande conoscitrice delle arti magiche, che utilizzava solo per il bene. Con lei viveva la piccola Teodora, rimasta orfana dopo la tragica scomparsa dei genitori, che osservava la nonna con il silenzio curioso di chi vuol assorbire tutto.

Un giorno, immerse nella loro amata e semplice quotidianità, sentirono dall’interno della casa un “concerto” di zoccoli di cavalli e squilli di tromba che facevano presagire l’arrivo di scocciatori. Infatti, carico di corona, scettro e mantello regale, e con gli occhi traboccanti di dolore, arrivò addirittura il sovrano che, senza tanti onori e permessi, si accomodò nella semplicissima dimora della stregonessa e di Teodora.

Le due, sconcertate, lasciarono fare (d’altronde, cos’altro avrebbero potuto fare?). Il sovrano si sedette a capotavola e volle che il codazzo di servitori rimanesse fuori da quelle umili mura. Ordinò quindi che la vecchia, seduta stante, gli preparasse un incantesimo per

mantenere il cielo come gli occhi di Clarice. Tutti dovevano pensarla e condividere la sofferenza del sovrano!

La stregonessa non ebbe problemi a inventare in una lingua sconosciuta la formula per accontentare il re che, felice, tornò così a palazzo. Ventiquattr’ore su ventiquattro il cielo fu azzurro, azzurro, azzurro… e senza nessuna nuvola!

Una settimana dopo che la bizzarra richiesta del sovrano era stata esaudita, a palazzo giunse Teodora, pretendendo di parlare immediatamente con il re. Il sovrano non poté rifiutare il colloquio alla bambina, visto ciò che aveva compiuto sua nonna.

 

Così Teodora cominciò il suo discorso: — Caro re, capisco il tuo dolore perché anch’io ne ho due di grandi, ma i nostri dolori sono dei compiti personali. Non puoi imporre il tuo agli altri! Non è che il tuo valga più di quello dei tuoi sudditi, e non è giusto che tu li obblighi a soffrire per un dolore che solo il cuore tuo conosce bene! Inoltre, permetti alle nuvole di tornare! Ti confido una cosa: quando ne vedo una, immagino di agganciare a essa un po’ del mio dispiacere, così lei, muovendosi, se lo porta via e io sto meglio. Provaci anche tu! Le nuvole sanno spostare i pesi senza lamentarsi.

E se ne andò.

Il sovrano capì, chiese l’annullamento del sortilegio e aspettò le nuvole per affidare loro un po’ di sofferenza, proprio come gli aveva insegnato Teodora. Così imparò a vivere senza essere infelice e scontento.

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