Racconto di Francesco Turner
(Prima pubblicazione)
Marco russa e le tende ondeggiano leggere nella brezza. Stanotte la bimba si è addormentata senza bisogno di troppe attenzioni. Vorrebbe poggiare la mano sulla sua spalla, pigiare quel poco che basterebbe per farlo smettere, ma non si toccano da troppo tempo.
Prima che nascesse la bimba, in fresche notti di primavera come questa, non avrebbero saputo resistere alla tentazione di accarezzarsi, e con ogni carezza sarebbe accresciuto il desiderio di esplorare le sinuosità del corpo altrui fino a dissolvere il confine tra un corpo e l’altro. Il ricordo di quelle notti appare distante, quasi appartenesse alla vita di qualcun’altra. Da quando c’è lei in casa, si respira un’aria stanca. Colazione, lavoro, pranzo, spesa, cena, sonno, sveglia. Nient’altro.
In ufficio lui se la spassa: caffè, risate, gli sguardi ambigui e maliziosi delle colleghe.
Alla maglieria, invece, non si ride, non si scherza e quei deficienti dei colleghi sono dei maiali che se non fosse per il supervisore ti sbavazzerebbero sul collo. Dopo aver timbrato il cartellino, vado dai nonni, che mi chiedono perché la piccola è così irritabile. Mi dicono che oggi non ha voluto la pappa né il riposino, che li ha fatti tribolare tanto.
In auto tutti strillano, starnazzano, strombazzano, tagliano la strada e vorrei schiantarmi con la macchina e ammazzarli tutti ma il semaforo si fa verde e vado. Arrivo al supermercato e il parcheggio non è semplice e qualcuno ha comprato l’ultima confezione di latte in polvere e la cassiera è rimbambita e non si sforza nemmeno di fingere un sorriso…
Torno in strada e la gente strilla, starnazza e strombazza così forte che la bimba piange ed io vorrei urlare e quando arrivo a casa con la bimba in un braccio e i sacchetti nell’altro che quasi cadono e il loro peso che mi spezza la schiena, tu sei lì sul divano inebetito a guardare la televisione e non muovi un dito e mi chiedi cosa c’è per cena.
Basta!
Basta.
Basta…
Marco ha smesso di russare, le tende sono immobili. Vede riflessi nello specchio di fronte al letto, bagnati dal chiaro di luna, sé stessa e Marco sprofondare. Fissa la sua immagine annegare finché liberatasi dalle lenzuola, ansima seduta sul bordo del letto. Marco dorme ancora. Sembra morto. Si alza e percorre il corridoio al buio. In salotto si arresta davanti alla porta-finestra. Un inudibile comando le impone di aprirla. Le piastrelle del balcone sono fresche sotto le piante dei suoi piedi nudi. Si accosta al parapetto. Cerca di scorgere un barlume nelle finestre del palazzo dirimpetto o qualcuno, come lei, solo al balcone.
Nessuno.
Un balzo e sarà tutto silenzio.
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