Racconto di Rosemary Randi
(Seconda pubblicazione)
Interrompi. Ritarda. Interrompi sul serio.
“Siri, ti odio.”
“Quello che hai detto non è molto gentile.”
Lo so, tu non c’entri con la sveglia. Ma chissenefrega. Ti odio lo stesso.
…
Stanotte ho fatto questo sogno. Qualcuno che era Giulio senza essere Giulio, perché aveva una faccia sconosciuta, mi inseguiva. Zoppicava. Vicoli bui, bettole chiuse. Case con le finestre sgangherate, una pennellata blu qua e là. Toc. Toc. Toc. Il suo bastone a due passi. Oh Dio, Dio, fammi volare! IO NON MI ARRENDO. NO. NON MI ARRENDO.
…
Brava. Perché poi nella vita reale, in quella sì, che ti arrendi.
Se ne è andato da un mese e hai ancora questa faccia da tragedia. L’hai persino bloccato sulla porta. Hai cercato di strappargli il borsone di mano. Gli hai detto piangendo dovevamo invecchiare insieme, e ti sei presa una gomitata al seno che ti ha spezzato il respiro. Ben ti sta.
Dai, prova invece ad aprire la finestra e grida alla magnolia, ai sassi, ai piccioni, che non ti dirà più cosa me ne faccio di te, che non ti farà più sentire inutile. Che sei tornata in pista.
Per riprenderti cosa? Tutto. Tutto. Tutto.
Ma come faccio? Non sono una di quelle donne che si tengono stretto tutto, marito, carriera, giovinezza, amiche, figli. Io non ho niente di questo. Niente. Niente. Niente.
…
Ci si mette anche il cellulare. “Volevo solo sapere come stai, e se hai bisogno di qualcosa…” fa la voce di Flavia dall’inferno.
Rispondi, cazzo, a quel pezzo di merda. Ripigliati. Non dici niente? Ma mandala affanculo, cosa aspetti?
“No, grazie. Ho il freezer pieno di Kinder Bueno al cioccolato. Sono i cornetti più buoni del mondo. Uno a pranzo. Uno a cena.”
Uno, anche due, quando voglio, per dimenticare cosa mi avete fatto. Un gelato al giorno leva lo psicologo di torno. Ma tre è meglio. Quattro ancora di più. Voilà.
“Sai che mi ha detto sei una cicciona di merda? Chissà quanto ridete di me…”
“Ma no. Non lo pensava. Questo no. Poi tu non sei grassa…”
Riattacco.
Bugiarda. Bugiarda. Bugiarda. Da sempre.
…
Siamo in spiaggia sulla passerella. Tu le curve giuste sotto la pelle dorata. Io tutta a chiazze rosse per l’eritema, i cuscinetti di grasso che spuntano dal bikini. Rosso a margherite gialle.
…
“Ti dona questo” avevi fatto il giorno prima al mercato. “Io prenderò il verde.”
Eppure verde piaceva anche a me. Per che cazzo mi sono lasciata convincere a prendere l’altro?
…
Hanno tutti occhi soltanto per te. Il ragazzo sdraiato sotto l’ombrellone vicino al nostro è Giulio, ma non lo abbiamo ancora conosciuto, è la prima volta che lo vediamo. Gli passiamo davanti ed è te che guarda per prima. Bionda, magra e bella batte rossa, grassa e brutta 10 a 0.
…
Prima di andartene, hai detto “Il cane è mio.”
“Perché?” ho chiesto, e tu hai alzato le spalle. “Il pesce però lo puoi tenere tu”, poi hai ricominciato a svuotare i cassetti delle tue cose.
Non che mi stia antipatico il pesce, questo no, ma quando lo guardo vedo me.
È diventato grigio, tra l’altro. E adesso è un cefalo, o un branzino, un tonno, una balena, che ne so, da piccolo e rosso che era.
Vive per mangiare. Mangiare. Mangiare. Mangiare. Un giorno aprirà la bocca e mi ingoierà. Chissà se dentro la sua pancia troverò un tavolo e una candela. Chissà se ci sarà Geppetto e se potrò fare due chiacchiere con lui, che di bugie se ne intende.
…
Bugie. Bugie. Bugie. Sempre bugie.
Quando sono cominciate le tue? La seconda, o la terza, o addirittura la prima delle nostre vacanze con Flavia?
All’inizio eri scocciato, irritato, perfino. “Ma non ha uno straccio di moroso? Cosa ci prova a reggere il moccolo a due che si sono sposati da poco?”
E io ridevo. “Se è per questo, ne potrebbe avere più di uno, ma non le va. E le vacanze lei e io le abbiamo sempre fatte insieme.”
Come facevamo a dirle che ci sarebbe piaciuto starcene un po’ da soli? Io non ne sono stata capace. E tu nemmeno.
…
Rodi. Gradinate di casette bianche disposte a caso. Spiagge candide, rocce dorate, onde trasparenti, ulivi d’argento, e se guardavi in alto un cielo turchese e trasparente come il mare. Dietro di noi la baia tutta intrisa di quell’azzurro fuori dal comune.
E una sera, prima di dormire, ti sei girato dalla mia parte e hai detto
“S’agapò per sempre.”
E abbiamo riso tutti e due, e ancora non so perché.
…
“La gente cambia. Sono le promesse a essere sbagliate. Non c’è niente per sempre”. Così hai detto, e te ne sei andato via. Via da me. E ora abiti con lei.
…
L’appartamento di Flavia è piccolo, al quarto piano di un edificio popolare. Però curato, parquet color miele, mobili di design, un grande quadro a terra, appoggiato a una parete. Una bella vista dal terrazzino. E ti piace, mi hai detto una volta. Dovrei dirvi buona vita o qualcosa del genere?
Ho buttato la fede nella spazzatura. Nel contenitore plastica e lattine. Spero almeno di avere riciclato bene.
…
Uno squillo. Ancora Flavia. Anche oggi pomeriggio.
“Ascolta… Tu sei la mia migliore amica. La più cara.”
“Ma dai” faccio.
“Era da tanto che tra voi non funzionava più. Lo sai anche tu.”
“No che non lo sapevo! Stronza”. E riattacco.
…
Lo trovo rovistando nel cassettone giù in garage. Lo guardo e lo rigiro tra le mani. Forse rosso non era così male. Chissà.
…
Mi aiuti a chiudere l’ombrellone perché si è alzato il vento.
Flavia è andata al bar a guardare la TV perché ha freddo. Forse sta per piovere. Il cielo è aranciato e anche il mare. Mi chiedi del libro che sto leggendo. Mi parli di musica. Ti racconto un film e mi ascolti rapito.
“Facciamo il bagno?”
Annuisco e mi prendi per mano. Corriamo e mi sento leggera. Sono in una nuvola. Sono una ragazza della pubblicità.
“Mi piace parlare con te” fai, e mi accarezzi i capelli. “Sei così bella.”
La nostra storia è cominciata qui, l’attimo prima del tuo primo bacio, quando hai girato la testa e hai trovato ad aspettarti il mio sorriso, che già ti diceva di sì.
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