Racconto “articolo” di Gordiano Lupi

 

 

Lo scrittore sfigato è un animale che pascola normalmente nel giardino delle patrie lettere, ne incontriamo a branchi un po’ ovunque, a dire il vero, di solito frequenta festival del libro di provincia dove lo scambiano per un venditore di tappeti, ma quelli sono certi editori, non vi sbagliate, ché questo mondo editoriale è pieno di venditori di tappeti. Lo scrittore sfigato io lo incontro spesso, un altro me stesso nello specchio d’un caffè quando mi sveglio la mattina, ma non parliamo di casi personali, ché non sta bene, come disse il cornuto trovando la moglie a letto col ganzo. Lo scrittore sfigato esiste, ragazzi miei, di solito non scrive mica capolavori, è un mediocre come tanti, ma spesso gli girano le balle perché vede intorno un sacco di mediocri che pubblicano merda diffusa da editori importanti. Vale anche per il cinema, chiaro. Ci sono anche registi sfigati, frustrati dal successo di gente come Sorrentino che gira un cazzo di film inguardabile, palloso come pochi, un Fellini – trash in piena regola, ma lo vende in tutto il mondo e il pubblico lo va persino a guardare. Come faranno? pensa il regista sfigato? C’avranno il tocco di Re Mida? E come mai quel che tocco io diventa merda? Badate bene, mica merda di Sorrentino – ché quella è merda d’autore – no, merda di sfigato, che non la vuole nessuno.

Lo scrittore sfigato, di solito scrive cose che nessuno chiede, ma lui dice che non scrive per il mercato, scrive solo se ispirato, se ha qualcosa da dire, cazzo, mica è Moccia lo scrittore sfigato, vendere o no, non passa tra i suoi rischi, come diceva un tale che ora pure lui non canta più, pare. Lo scrittore sfigato ha visto morire tutti i punti di riferimento, poveraccio, ha sempre meno voglia di scrivere, magari avrebbe voglia di andare a piangere sulla tomba di De André, Pasolini, Dalla, Jannacci, Tenco, Moravia, Pavese, Cabrera Infante, in ordine sparso, oppure su quella di suo padre, ché non ci va mai e un po’ si sente in colpa, anche se suo padre lo incontra ogni giorno al bar del giardino sul mare, prendono insieme il caffè, come un tempo. Lo scrittore sfigato non sono io, non vi fate illusioni, non sto qui a menarvela con l’autobiografia, la cosa peggiore per lo scrittore sfigato, una cosa da super sfigato, secondo Giulio Mozzi non si deve mai fare. Lo scrittore sfigato non è diplomatico neppure un pochino, se legge merda scrive una recensione dove dice ho letto una merda, se va al cinema e intoppa in Sorrentino, idem, che cazzo gliene frega allo scrittore sfigato di entrare nel circolo buono dei raccomandati, gli scrittori travestiti da critici che scrivono sui giornali importanti stile Tuttolibri e di solito parlano bene l’uno dell’altro? Tutto va in malora, è sempre andato in malora, leviamoci il gusto d’essere sinceri, almeno, evitiamo di leccare il culo al potente di turno, non prendiamo a calci scatole vuote, ché son buoni tutti, ma scatole piene, tronfie d’arroganza. Mi sta simpatico lo scrittore sfigato, lo sento vicino come un fratello spirituale, povero animale in via d’estinzione, scrive e nessuno lo caca, nessuno lo legge. Lo scrittore sfigato finisce quasi sempre a fare il traduttore, classico mestiere da sfigati, ché capita pure di leggere critiche tipo la prosa di questo romanzo è stupenda e non si cita nemmeno il traduttore che un po’ di fatica l’avrà fatta a rendere la prosa stupenda in un’altra lingua, non ha mica usato il traduttore di Google. Traduci oggi traduci domani, magari lo scrittore sfigato s’imbatte in un fenomeno editoriale, uno che nessuno conosceva, lo porta in Italia, lo fa conoscere al mondo, s’innamora della sua prosa, dedica buona parte della sua vita alla scoperta che ha fatto. Lo scrittore sfigato pensa d’essere importante, magari crede che il fenomeno editoriale diventato famoso in Italia grazie al suo lavoro gli sarà riconoscente, un giorno. Non è mica così semplice, caro scrittore sfigato, ché il mondo è pieno di gente non sfigata che capisce le cose al volo, toglie le castagne dal fuco allo scrittore sfigato. Finisce che il fenomeno editoriale pubblica per grandi editori, scrive per tante riviste e alla fine trova un agente che guadagna il venti per cento su tutte le cose che lo scrittore sfigato ha creato per il fenomeno editoriale. Un bel giorno lo scrittore sfigato si sente chiamare, gli dicono tu che ci fai in questo mondo, mica è un ambiente per scrittori sfigati, qui siamo nell’overground, tu sei un dilettante, torna a tradurre Padilla e Piñera che sono morti, al resto pensiamo noi, questa è una cosa da manager, mica da sfigati. Vanno così le cose allo scrittore sfigato, la sua è una storia povera, piccola e triste, ma lui si accontenta di scrivere in solitudine, si entusiasma quando s’imbatte in libro che nessuno ha tradotto, va in estasi leggendo la poesia di scrittori sconosciuti, s’incazza solo quando incontra gli stronzi, purtroppo gli capita spesso, povero scrittore sfigato. Manda affanculo il mondo, lo scrittore sfigato. Va da sé che il mondo manda affanculo lui, ma sono i casi della vita. Perde sempre lo scrittore sfigato, ma perdere ogni tanto c’ha il suo miele, diceva una canzone di mille secoli fa, e se dicono che vinco stan mentendo. E poi levatevi tutte le idee strane che vi siete fatti leggendo questa specie di racconto che Giulio Mozzi userebbe come carta igienica e Antonio Paolacci ci farebbe pisciare sopra il suo cane, tanto per citare Crozza. Non sto mica parlando di me. La prima cosa che uno scrittore (sfigato o non sfigato) non deve mai fare è raccontare i cazzi suoi, si chiama scrittura ombelicale, e ai corsi di scrittura lo dicono tutti che non va bene. Ora voi lo sapete quanto apprezzi i corsi di scrittura, c’ho scritto una trilogia dello scazzo su questa cosa del mio rapporto con le scuole di scrittura, lo so che non l’avete letta, ma procuratevela, si trova ancora e costa poco. Insomma, si diceva, che io non c’entro niente con lo scrittore sfigato, io lavoro in banca, anzi, come diceva Poldo Sbaffini nei fumetti di Braccio di Ferro scritti da quel genio di Seegar, io mi chiamo Jones, sono uno dei fratelli Jones. E in fondo dello scrittore sfigato m’importa poco, penso che un fesso debba fare una fine da fesso, ché come diceva Alberto Sordi ne Il marchese del Grillo, io so io e voi non siete un cazzo. Tutto il resto sono Moccia e Dan Brown.