Di Don Andrea Gallo

Tratto dal libro: DI SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE

 

Don Andrea Gallo nasce a Campo Ligure il 18 Luglio del 1928. E’ stato un presbitero, educatore e saggista italiano che amava definirsi “un prete di strada”. Fu fondatore ed educatore della Comunità di San Benedetto al Porto, a Genova.

Autore di molti testi, tra cui appunto Di sana e robusta costituzione, decise di inserire proprio al termine di questo una bellissima lettera dedicata al suo grande amico Fabrizio De André, con cui condivise la convinzione di “un nuovo mondo possibile”.

 

 

Caro Faber, canto con te e con tante ragazze e ragazzi della mia comunità.
Quanti Geordie o Miché o Marinella o Bocca di Rosa vivono accanto a me, nella mia città di mare, che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e per chi ha fame.
Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo.
Non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione, nell’emarginazione, nella carcerazione. E ho scoperto con te, camminando per la via del Campo, che dai diamanti non nasce niente. Dal letame sbocciano i fiori.
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.
Abbiamo riscoperto tutta la tua antologia dell’Amore: una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà. Ma soprattutto il tuo ricordo e le tue canzoni ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più, ma restano i migranti, gli emarginati, i pregiudizi, i diversi. Restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza…
La Comunità di San Benedetto ha aperto una porta nella città di Genova, e già nel 1971 ascoltavamo il tuo album Tutti morimmo a stento.
E in comunità bussano tanti personaggi derelitti, abbandonati, puttane, tossicomani, impiccati, aspiranti suicidi, traviati, adolescenti, bimbi impazziti per la guerra e l’esplosione atomica.
Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente, che era ed è la nostra vita quotidiana nella comunità, abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, dalla solitudine può sorgere l’amore come a ogni inverno segue una primavera. È vero, caro Faber, loro, gli esclusi, i loro occhi troppo belli, sappiano essere belli anche ai nostri occhi. A noi, alla nostra comunità, che di quel mondo siamo e ci sentiamo parte. Ti lasciamo cantando la Storia di un impiegato, e la Canzone di maggio, che ci sembra sempre tanto attuale. Ti sentiamo così vicino e così stretto a noi quando, con i tuoi versi, dici: «E se credete ora che tutto sia come prima, perché avete votato la sicurezza e la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare, verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».
Caro Faber, tu parli all’uomo amando l’uomo, perché stringi la mano al cuore e risvegli il dubbio che Dio esiste. Grazie.