Racconto di Pietro Furlotti

 

 

Lui non portava mai il pallone. Era un compito riservato ai più scarsi. Il pallone è mio quindi gioco, si diceva. Ma lui non ne aveva bisogno, semplicemente perché era il più forte. Appoggiò la bicicletta a uno dei tigli lungo la strada. Il sentore dolciastro dei fiori mescolato a quello dell’erba appena tagliata lasciava intendere che il periodo dello studio era finito. Si giocava dalla mattina fino a quando il sole non scompariva dietro le torri dei Paolotti. Quel sabato non sarebbe stata una partita come le altre. Gli avversari erano i ragazzi del Sacro Cuore. I più temuti.  Solo le urla convulse delle madri alle finestre avrebbero sancito la fine dell’incontro. Alla strigliata per le ginocchia sbucciate e all’ordine perentorio di catapultarsi sotto la doccia avrebbero pensato dopo.

Lui non l’aveva detto a nessuno.

Non aveva avuto la forza di riferirlo nemmeno a sua madre che un signore, in giacca e cravatta, vedendolo giocare nel cortile della San Benedetto, gli aveva prospettato un futuro lontano da casa. A Milano. Per indossare quei colori che aveva sempre amato.

“Se intorno a quelle gambe metterai un poco di muscoli, ragazzo mio, di strada ne farai” aveva detto quel signore.

“Stai lontano dalle sigarette e dagli infortuni” ripeteva con fare sornione.

Lui era un gradino sopra agli altri. Avrebbe studiato in una scuola nuova, con compagni nuovi. E giocato. Giocato al pallone. Seguito da allenatori veri. Con scarpette sempre nuove, pensava.

Ma adesso non c’era tempo per pensare.

Il pallone dalle pezze scucite era al centro del campo. Mimmo in porta, Teo e Massimo in difesa, Carletto regista e lui in attacco.

La Parma scorreva mansueta a pochi passi mentre qualcuno fischiettava un celebre motivo del Quartetto Cetra.

Fu allora che lui la notò sotto i tigli. La bambina bionda col piccolo neo accanto all’occhio. La figlia della magliaia.

“Vado a Milano. Divento un calciatore famoso e ti sposo” pensò.

Lui era marcato dal più grande degli avversari; uno spilungone dai capelli rossi che frequentava la prima media.

Il primo pallone gli arrivò da destra. Un colpo d’anca per allontanare il diretto avversario. Controllo col destro e tiro fulminante col mancino. Il portiere fece in tempo solo a guardare la sfera malconcia insaccarsi nella porta costituita da due giacche afflosciate al suolo.

“Sergio vieni. La cena è in tavola. Quante volte ti ho detto di non incantarti alla finestra. Quei ragazzi col telefonino non giocheranno mai al pallone. E togliti quel maglione coi colori della tua squadra. Avrà cinquant’anni. È tutto sgualcito”.

Sua moglie tuttavia lo guardava con dolcezza. Le rughe intorno agli occhi coprivano solo in parte il piccolo neo. Una lama di luce giallognola illuminava il suo viso segnato dal tempo.

Lui si girò lentamente avviandosi verso la cucina. La sua sedia a rotelle cigolò. Nella stanza con la finestra aperta rimase solo il profumo amaro dei tigli.