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Racconto di Lorena Ravanetti

 

 

Caterina si rimbocca le maniche e mette le mani in pasta. Lei che non cucina mai ha deciso di sfidare la forza di gravità che la porta lontano dai fornelli. Preparerà la torta di compleanno per la madre ma sente le sue parole rimbombare tra i pensieri. Non hai mai cucinato una torta in vita tua, perché cominci adesso che hai cinquant’anni?

Dovevi pensarci prima. Se mi avessi ascoltato quando ti dicevo “guarda e impara” adesso la sapresti preparare a occhi chiusi. Lucia, è così che si chiama la madre, quel giorno compirà settantadue anni e Caterina ha deciso che non può lasciar scivolare via anche l’ultima parte del loro tempo senza viverla.

È per questo che l’ha invitata a festeggiare il compleanno insieme. Solo loro due, come non facevano da quando lei era bambina e rimanevano sole a casa.

Si divertivano, ridevano e facevano cose che agli occhi del padre sarebbero sembrate stupide come fingere che il pavimento fosse una piscina e coricarsi per nuotarci dentro. Caterina vorrebbe cambiare rotta con la madre.

Niente più recriminazioni. Tu non sei esattamente la figlia che avrei voluto e tu non sei di certo la madre amorevole di cui avrei bisogno. Sai quell’amore incondizionato di cui una madre dovrebbe essere fornita? Lo stesso che tu non conoscerai mai visto che non hai un marito né un figlio. Già.

Caterina non ha niente di tutto questo. Le attese della madre le ha deluse tutte, una per una, dal diploma strappato coi denti, alla scelta della facoltà umanistica e non scientifica, allo stile di vita un po’ troppo “randagio”. Ma Caterina ha sempre fatto di testa sua, questo almeno dovrà ammetterlo, è stato il primo insegnamento che Lucia le ha messo in testa. Quando ancora era una bambina e quando la madre era una giovane donna, ha imparato l’essenziale da lei.

Pensare con la propria testa e non rinunciare mai alla propria creatività qualunque forma essa abbia. Anche se col tempo Lucia aveva nascosto la sua forza dentro di sé, diventando una “donna fantasma” come tutte le donne che rinunciano a loro stesse e alla loro creatività più profonda, a quei tempi, Caterina lo ricorda bene, era una ribelle.

La stessa accusa che le ha sempre mosso Lucia. Se continui così non combinerai mai niente nella vita perché come tutti i ribelli, sei più attenta a distruggere quello che hai intorno in nome di qualche ideale piuttosto che ad accontentarti e cercare di costruire qualcosa per il futuro come tutte le persone che hanno capito bene come funziona questa società.

Quando capirai che non ne puoi uscire sarà troppo tardi, ti guarderai indietro e non vedrai nulla come davanti a te, il nulla che hai creato.  Quelle erano le ultime parole che Caterina ricorda di aver sentito da sua madre.

Dopo quel giorno di molti anni prima, Lucia aveva rinunciato per sempre alla figlia che forse aveva sognato e Caterina si era detta che sua madre non l’amava ma lei non avrebbe scambiato sé stessa per questo. Si era detta che piuttosto avrebbe rinunciato ad avere una madre.

Per quasi tutta la vita Caterina ha camminato per il mondo convinta di averla persa intorno ai vent’anni, all’apice della loro distanza.

Senza voltarsi completamente le spalle una all’altra, senza smettere di parlarsi, il loro rapporto era diventato semplicemente formale. Nel tempo, senza accorgersene, erano diventate come due estranee, due donne di età diverse senza alcun briciolo d’intimità che si sentono al telefono una volta la settimana forse per non tranciare anche quell’ultimo filo che le lega, l’abitudine.

Quando il campanello di casa squilla, Caterina si guarda intorno un’ultima volta e come procedendo contro corrente ma con la consapevolezza di agire per il bene, va ad aprire la porta. Sua madre è lì.

Caterina è come se non la riconoscesse. Chi è questa donna anziana non tanto alta, con un corpo esile e il viso tondo che la osserva interrogativa cercando di sorridere?

Un sentimento di tenerezza e di lontana somiglianza la fa agire senza rendersi conto delle azioni imparate a memoria in tanti anni di solitudine da lei. La fa entrare e la osserva mentre Lucia avanza titubante e si guarda intorno. È tanto tempo che non fa visita alla figlia, nessuna delle due ricorda quanto.

– Da quella volta non sei più tornata – dice Caterina.

– Neanche tu da me – risponde Lucia.

– Sono contenta che tu sia qui.

– Lo sapevo che il compleanno era una scusa. Cosa ti passa per la testa?

– Volevo nuotare sul pavimento un po’ con te.

Il viso di Lucia per un momento si fa cupo ma subito dopo si apre in un sorriso. Caterina è felice. Adesso sa che anche sua madre ricorda quando erano un tutt’uno e che lentamente, non senza fatica, torneranno ad esserlo.

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