Racconto di Haruki Murakami

 

 

La incontrai al matrimonio di amici, tre anni fa, e andammo subito d’accordo. C’era una differenza di undici anni tra noi, quasi un intero zodiaco cinese, lei ne aveva venti, io trentuno. Ma questo non costituiva un problema. All‘epoca avevo tante di quel e cose di cui preoccuparmi, che onestamente non mi restava il tempo di badare a inezie del genere. D’altronde anche lei, fin dal ‘inizio, non aveva dato la minima importanza ai miei anni. Altra circostanza irrilevante, io ero sposato. Ma età, famiglia, stipendio e cose del genere sembravano essere per lei fattori puramente congeniti, come la grandezza dei piedi, il timbro del a voce o la forma del e unghie. Uno ci si poteva arrovellare sopra quanto voleva, non li poteva cambiare. E a pensarci bene, è proprio così.

Lei studiava pantomima con un certo Tal dei Tali, un maestro famoso, e per vivere faceva la modella pubblicitaria. Però trovava quel lavoro noioso e spesso rifiutava gli ingaggi che le procurava il suo agente, di conseguenza guadagnava ben poco. Tanto all‘insufficienza dei guadagni suppliva la benevolenza dei suoi numerosi innamorati. Non ne sono certo, ma è quello che tra un discorso e l’altro dedussi dalle sue parole.

Non sto però dicendo che andasse a letto con degli uomini per denaro. Forse si trattava di rapporti molto più spontanei. Tanto spontanei che probabilmente molte persone finivano col riversarle addosso in diverse forme, senza neanche rendersene conto, vaghe emozioni che tenevano sopite dentro di sé – la benevolenza per esempio, l’affetto, la rinuncia. Non riesco a spiegarmi bene, ma grosso modo si trattava di un fenomeno del genere.

Naturalmente non sono cose che possano continuare indefinitamente. Se durassero in eterno, il funzionamento stesso dell‘universo ne verrebbe rovesciato. Possono verificarsi soltanto in determinati luoghi, in determinati momenti. Come il fatto di «sbucciare i mandarini».

Parliamone un po’, di questa storia di sbucciare i mandarini.

Quando la conobbi, mi disse che studiava pantomima.

Ah, dissi. Non ero molto impressionato, le ragazze di oggi fanno un sacco di cose.

Inoltre lei non sembrava il tipo da dedicarsi seriamente a un’attività dando il meglio di sé.   Lei «sbucciava i mandarini». Alla lettera cioè, toglieva proprio la buccia ai mandarini. Alla sua sinistra era posato un vaso di vetro pieno zeppo di mandarini, alla sua destra un altro vaso dove mettere le bucce – questa era la disposizione. Ma in realtà non c’era nessuno di questi oggetti. Lei prendeva in mano un mandarino immaginario, fingeva di sbucciarlo lentamente conservando alla buccia la sua forma, metteva in bocca uno spicchio per volta, ne succhiava la polpa, quando aveva finito metteva la pellicina che restava con tutte le altre nel a buccia, al a fine chiudeva il tutto e lo depositava nel vaso al a sua destra. Ripeteva l’operazione più e più volte. A parole non sembra niente di speciale, ma a vederlo fare per dieci o venti minuti – stavamo chiacchierando seduti al banco di un bar, e lei parlando continuava quasi inconsciamente a «sbucciare i mandarini» – avevo l’impressione che a poco a poco il senso della realtà venisse risucchiato dall‘ambiente intorno a me. Una sensazione davvero strana.

All‘epoca in cui Eichmann venne processato in Israele, alcuni sostenevano che la condanna più adatta sarebbe stata chiuderlo in una cella dalla quale venisse gradualmente aspirata via tutta l’aria. In che modo sia poi morto non lo so, ma tutt’a un tratto mi venne in mente quella storia.

  • Hai proprio talento! – le dissi.
  • Figurati, è semplicissimo. Non ci vuole nessun talento. Cioè, non si tratta tanto di far finta che ci siano i mandarini, ma di dimenticare che non ci sono. Tutto lì.
  • Puro zen, insomma. Fu a quel punto che cominciò a piacermi.

Non ci incontravamo molto spesso. Più o meno una volta al mese, al massimo due. Cenavamo insieme, poi andavamo a bere qualcosa in un bar o in un locale di musica jazz, facevamo delle passeggiate notturne.

Quando ero solo con lei, riuscivo a rilassarmi completamente. Dimenticavo gli aspetti fastidiosi del mio lavoro, i tanti piccoli problemi per i quali non trovavo una soluzione, le cose assurde che si andavano a immaginare persone assurde. Per qualche ragione lei aveva questa capacità. Le parole che diceva non avevano quasi senso, ma quando scivolavano nel e mie orecchie riuscivano a calmarmi e a farmi sentire a mio agio, come quando si guardano del e nuvole che scorrono lontano nel cielo.

Anch’io le raccontavo tante cose, però mai nulla di importante. Non c’era nulla di cui dovessi parlarle.

Sinceramente. Non c’è nulla di cui si debba mai parlare.

Due anni fa, in primavera, suo padre mori di un disturbo cardiaco, e lei ereditò una discreta somma di denaro. Perlomeno era quel o che diceva. Con quei soldi voleva andare nel ‘Africa del Nord. Non so perché avesse quel desiderio, ma per caso conoscevo una ragazza che lavorava al ‘ambasciata algerina di Tokyo, e gliela presentai. Così lei andò in Africa. Il corso degli eventi fece sì che mi recassi a salutarla all‘aeroporto.

Aveva soltanto una vecchia sacca con dentro qualche vestito di cambio. A vederla quando passò il controllo dei bagagli, più che partire per un viaggio in Nordafrica, sembrava che rientrasse al suo paese.

  • Non è che non torni più in Giappone? – le chiesi.
  • Torno, torno, stai tranquillo, – mi rispose. Ricomparve verso la fine di marzo. Abbronzatissima, con tre chili di meno. E si portava dietro un nuovo fidanzato. Pare si fossero conosciuti in un ristorante in Algeria. Ci sono pochi giapponesi lì, così avevano fatto subito amicizia, e si erano messi insieme. Per quel che ne sapevo era il primo vero innamorato che avesse.

Lui doveva avere tra i venticinque e i trent’anni. Alto, l’atteggiamento molto corretto, si esprimeva educatamente. In certe espressioni sembrava un po’ limitato, ma si poteva definire un bel ragazzo e nel complesso faceva buona impressione. Aveva delle grandi mani, e lunghe dita.

Se posso darne questa descrizione dettagliata, è perché andai ad accogliere i due al loro arrivo. Un giorno ricevetti da Beirut un telegramma sul quale erano segnati soltanto una data e un numero di volo.

Evidentemente mi si domandava di andare all‘aeroporto. Quando l’aereo atterrò – a causa delle cattive condizioni atmosferiche arrivò con quattro ore di ritardo, ore che trascorsi alla caffetteria leggendo dei racconti di Faulkner – loro uscirono sottobraccio dalla porta. Sembravano due sposini felici e contenti. Lei mi presentò il giovanotto. Quasi per riflesso ci stringemmo la mano. Aveva una stretta ferma, come ce l’hanno spesso le persone che hanno vissuto a lungo all‘estero. Poi entrammo in un ristorante. Lei voleva assolutamente mangiare del tempura col riso, io e lui bevemmo della birra alla spina.   Mi disse che lavorava nel ‘import-export, ma non mi spiegò in cosa commerciava. Non capivo bene se non avesse voglia di parlare del proprio lavoro, o se esitasse per timore di annoiarmi. Non nutrendo grande interesse per l’import-export, neanch’io gli feci domande. Così, per mancanza di altri argomenti, discutemmo della sicurezza a Beirut, e dei rifornimenti d’acqua a Tunisi. Sembrava ben informato sul a situazione del Nordafrica e del Medio Oriente.

Lei finì di mangiare il suo tempura, poi fece un grande sbadiglio e ci annunciò che aveva sonno.

Sembrava che si dovesse addormentare da un momento all‘altro. Mi sono scordato di dire che dormire ovunque si trovasse era la sua specialità. Lui si offri di accompagnarla a casa in taxi. Io dissi che avrei preso il treno, avrei fatto prima. Non riuscivo proprio a capire cosa diavolo fossi andato a fare all‘aeroporto.

  • Mi ha fatto piacere conoscerti, – disse lui con l’aria di scusarsi.
  • Piacere mio, – risposi.

In seguito incontrai quell‘uomo parecchie volte. Ogni volta che per caso mi imbattevo in lei, al suo fianco immancabilmente c’era lui.

Quando avevo un appuntamento con lei, spesso lui l’accompagnava in macchina fino al luogo convenuto. Aveva una vettura sportiva tedesca metallizzata, lucida come uno specchio. Non capendo nulla di automobili non posso farne una descrizione dettagliata, ma avrebbe potuto benissimo figurare in un film di Federico Fellini.

  • Deve avere un sacco di soldi, il tuo fidanzato, – dissi una volta alla ragazza.
  • Si, credo di sì, – rispose lei in tono indifferente.
  • È tanto redditizio, l’import-export?
  • L’import-export?
  • È stato lui a dirmelo. Che era quel a la sua attività.
  • Già, è vero… Però è strano, non dà affatto l’impressione di lavorare. Incontra spesso della gente, telefona, ma è tutto, non mi sembra che si ammazzi di fatica.
  • Una sorta di Gatsby, insomma.
  • Una sorta di che?
  • No, niente.

Una domenica pomeriggio, in ottobre, lei mi telefonò. Ero solo, mia moglie era uscita fin dal mattino per assistere al funerale di un parente. In quel a bella giornata di sole, stavo guardando l’albero di canfora nel giardino e mangiavo una mela. Quel giorno ne mangiai sette.

  • Siamo nei paraggi di casa tua, possiamo venire a trovarti? – mi chiese.
  • Chi, possiamo?
  • Io e lui.
  • Sì, certo.
  • Allora fra una mezz’ora siamo lì, – disse, e riattaccò.

Io rimasi ancora un po’ a poltrire sul divano, poi andai nel bagno, mi feci una doccia e la barba. Mi asciugai, e pulii bene le orecchie. Ero indeciso se riordinare o no la casa, ma al a fine rinunciai. Non c’era tempo di rimettere tutto a posto, e per fare le cose a metà, tanto valeva lasciar perdere. C’erano libri, riviste, lettere, dischi, matite, maglie e roba varia disseminati per tutta la casa, ma non si aveva un’impressione di sporcizia. Avevo appena finito un lavoro e non mi andava di fare niente. Mi sedetti di nuovo sul divano e mangiai un’altra mela.

Arrivarono poco dopo le due, sentii il rumore di un’automobile sportiva che si fermava davanti a casa.

Dall‘ingresso, vidi la ben nota vettura color argento accostata sul lato della strada. La mia amica sporse la faccia dal finestrino e mi salutò agitando la mano. Gli indicai il posto-auto sul retro del giardino.

  • Eccoci qui! – disse lei sorridendo contenta. Indossava una maglietta tanto sottile che si vedeva benissimo la forma dei capezzoli, e una minigonna verde oliva.

Lui portava un doppio petto blu marin, e aveva un’aria un po’ diversa dalle volte precedenti, ma forse era a causa della barba lunga di due giorni. Il fatto di non essere rasato però non gli dava un aspetto disordinato, metteva piuttosto un’ombra più densa sul suo volto. Infilò nel taschino della giacca gli occhiali da sole che teneva in mano, e tirò leggermente su col naso, in una maniera molto distinta.

  • Scusaci, veniamo a disturbarti così, in un giorno di riposo… – disse.
  • Non fa niente. Qui è sempre giorno di riposo, si può dire. E poi da solo mi annoiavo, – risposi.
  • Abbiamo portato il pranzo! – annunciò lei prendendo dal sedile posteriore della macchina un grosso involucro bianco.
  • Il pranzo?
  • Niente di speciale, – aggiunse lui. – Sbarchiamo di domenica, all‘improvviso, abbiamo pensato che fosse meglio portare almeno qualcosa da mettere sotto i denti.
  • Be’, vi ringrazio. Anche perché da stamattina ho mangiato solo mele.

Entrammo in casa, mettemmo il pacco sul tavolo e lo aprimmo. C’era di tutto, una cosa fantastica. Del vino di buona marca, panini con il roastbeef, del ‘insalata, salmone affumicato, del gelato al mirtillo, e tutto in quantità abbondante. Nei panini non mancava nemmeno il prezzemolo. Persino il peperoncino era fresco.

Una volta travasato il cibo sui piatti e stappato il vino, sembrava una piccola festa.

  • Mi dispiace che vi siate presi tutto questo disturbo, – dissi.
  • È normale, la proposta è venuta da noi, – rispose lui.
  • Mangiamo, mangiamo, sto morendo di fame, – fece lei.

In veste di padrone di casa, riempii i bicchieri. Poi brindammo. Il vino aveva un sapore un po’ strano, ma bevendo si stemperava in bocca.

  • Posso mettere dei dischi? – chiese lei.

Era già venuta una volta a casa mia, e conosceva già tutto, non aveva bisogno di chiedere spiegazioni.

Tirò fuori dallo scaffale alcuni LP, li spolverò con la mano, e li mise sul caricatore automatico del o stereo.

  • Che nostalgia, questi stereo automatici di una volta, – disse lui riferendosi al mio vecchio Garrard.

Era vero che si trattava di un apparecchio piuttosto antiquato, per procurarmelo avevo fatto una fatica tremenda, ed ero contento di vedere che qualcuno lo apprezzava. Per un po’ parlammo di audio e di hi-fi. A lei piacevano i vecchi cantanti jazz, e mise dei dischi di Fred Astaire e Bing Crosby. In mezzo c’era anche una serenata di Cajkovskij. Poi di nuovo Nat King Cole.

Mangiavamo senza fretta un panino, un po’ d’insalata, una fetta di salmone. Quando la bottiglia di vino finì, tirai fuori dal frigo del e lattine di birra. Nel frigorifero di casa mia la birra non manca mai, ho un amico che ha una piccola ditta e mi cede a basso prezzo tutta quel a che avanza dalle scorte per i regali ai clienti.

Lui poteva bere quanto voleva, non si ubriacava. Anch’io posso mandare giù parecchia birra. Quanto a lei, per tenerci compagnia ne bevve più di una. Insomma in meno di un’ora sul tavolo c’erano ventiquattro lattine vuote. Niente male. Quando i dischi finirono, lei scelse altri cinque LP. Il primo pezzo era Airegin, di Miles Davis.

  • Ho dell‘erba, – disse lui, – vuoi fare due tiri?

Esitai un po’, avevo smesso di fumare da un mese e non era il momento adatto, non sapevo che effetto poteva farmi la marijuana in quel momento. Alla fine però accettai. Lui tirò fuori un pacchetto di carta di alluminio da una busta bianca, mise l’erba su una cartina, arrotolò il tutto e leccò il bordo da incollare. Portò la fiamma del ‘accendino al ‘estremità dello spinello e tirò alcune boccate perché prendesse bene, poi me lo passò. Era marijuana di prima qualità. Per un po’ tutti e tre fumammo in silenzio, una boccata per uno a turno.

Quando Miles Davis fini, fu la volta di un album di valzer di Strauss.

Finito il primo spinello, lei disse che aveva sonno. Non aveva dormito a sufficienza di recente, e poi c’erano le tre birre e il fumo. Ripeto, si addormentava facilmente. L’accompagnai al piano di sopra, e la feci stendere sul letto. Mi chiese di prestarle una maglietta. Quando gliene porsi una, lei si tolse con disinvoltura i vestiti e rimase in mutandine, si infilò la maglietta dalla testa, si raggomitolò nel letto e dopo cinque secondi era già addormentata. Scossi la testa e scesi al piano di sotto.

Nel salotto il suo fidanzato stava arrotolando un altro spinello. Era un duro. A dir la verità, io avrei preferito infilarmi nel letto di fianco a lei e farmi anch’io una bella dormita, ma non era possibile. Fumammo il secondo spinello. I valzer di Strauss non erano ancora finiti. Non so perché, mi venne in mente di quando avevo interpretato la parte di un vecchio guantaio in una recita scolastica, alla scuola elementare. Un vecchio guantaio dal quale un cucciolo di volpe va a comprare un paio di guanti. Ma i soldi che il cucciolo ha portato non sono sufficienti.

«Con quei soldi non puoi comprare dei guanti», dicevo io.

«Però mia mamma ha terribilmente freddo. È piena di geloni».

«No, non posso. Torna quando avrai messo insieme il denaro necessario. Allora…»  – Sai, ogni tanto do fuoco a dei granai, – disse a quel punto lui.

  • Scusa? – chiesi. Ero soprappensiero, e credetti di aver sentito male.
  • Ogni tanto do fuoco a dei granai, – ripeté lui.

Lo guardai. Con le unghie stava tracciando dei motivi sull‘accendino. Poi aspirò una lunga boccata di fumo, la tenne per alcuni secondi in fondo ai polmoni, e la ributtò fuori lentamente. Il fumo uscendo dal a sua bocca stagnò nel ‘aria come un ectoplasma. Mi passò lo spinello. – È roba buona, questa, vero? – disse.

Annuì.

  • L’ho portata dal ‘India. Ho scelto la migliore. Quando la fumi, ti vengono in mente un sacco di cose strane. Luci, e odori, cose del genere. La qualità dei ricordi… – a quel punto si interruppe e fece schioccare parecchie volte le dita, – cambia. Non pensi?

Dissi che ero d’accordo. Io stesso stavo rivivendo l’emozione del palcoscenico durante la recita scolastica, risentivo l’odore del o scenario di cartapesta dipinta al e mie spal e.

  • Raccontami un po’ questa storia dei granai, – feci.

Lui mi guardò. Sul suo viso come al solito non c’era traccia di espressione.

  • Davvero posso parlarne?
  • È una cosa semplicissima. Si cosparge tutto di benzina, e si butta un fiammifero acceso. Così, senza pensarci due volte, ed è fatta. A bruciare mettono meno di un quarto d’ora.
  • Ma senti… – dissi, poi strinsi le labbra, non riuscendo a trovare le parole adatte. – Perché lo fai?
  • Ti sembra strano?
  • Non lo so. Tu incendi i granai, io no. Tra le due cose c’è una netta differenza, e prima di dire quale delle due è strana, vorrei valutare con precisione questa differenza. Sia per te che per me. E poi sei tu che hai tirato fuori questa storia.
  • Sì, hai ragione. È giusto. Tra parentesi, hai dei dischi di Ravi Shankar?

No, non ne avevo.

Lui rimase per un po’ soprappensiero.

  • Ne incendio circa uno al mese, – disse, poi fece di nuovo schioccare le dita. – Mi sembra il ritmo giusto. Evidentemente per quel che mi riguarda.

Annui in maniera vaga. Di quale ritmo parlava?

  • Senti, ma i granai che incendi, sono tuoi? – chiesi.

Lui mi guardò con l’aria di non capire.

  • Perché dovrei dar fuoco a dei granai che mi appartengono? E perché pensi che io abbia tutti questi granai?
  • Il che significa che dai fuoco ai granai di altre persone, – ne conclusi.
  • È ovvio. Quindi in una parola è un crimine. Come il fatto di stare qui con te adesso a fumare marijuana. Decisamente un’azione criminale.

Io non dissi niente, rimasi col gomito appoggiato al bracciolo della sedia.   – Metto fuoco senza autorizzazione ai granai di altre persone. Naturalmente scelgo dei posti dove non rischio di causare grossi incendi. Infatti non è questo il mio obiettivo, voglio solo veder bruciare dei granai.

Annuì. Spensi lo spinello che era diventato troppo corto.

  • Se ti beccano, però, non la passi liscia. Bene o male è incendio doloso, puoi anche finire in galera.
  • Non mi beccano, non mi beccano, – fece lui con noncuranza. – Spargo la benzina, butto il fiammifero, e scappo. Poi da lontano mi godo lo spettacolo col binocolo. Stai tranquillo che non mi faccio scoprire. Tanto per cominciare la polizia non si muove per un misero granaio che va a fuoco.
  • E poi chi andrebbe mai a pensare che un giovanotto elegante con una macchina straniera vada in giro a incendiare granai.

Lui ridacchiò.

  • Proprio così, – disse.
  • E lei è al corrente, di questa cosa?
  • Lei non sa nulla. Non l’ho mai raccontato a nessuno.
  • E perché lo racconti a me?

L’uomo distese le dita del a mano destra e si strofinò la guancia, facendo scricchiolare la barba lunga.

  • Perché sei uno scrittore, e mi sono detto che probabilmente conosci bene gli schemi mentali secondo cui agiscono le persone. Inoltre credo che uno scrittore sia qualcuno che prima di trinciare giudizi, le cose le apprezza per quello che sono. E per questo che ti ho raccontato tutto.

Riflettei un poco su quanto mi aveva appena detto. Per essere logico, lo era.         – Temo che tu stia parlando di grandi scrittori, – dissi.

Lui rise divertito.

  • Forse è un modo strano di vedere le cose, – ribatté allargando le mani davanti al viso e battendole poi insieme, – ma al mondo ci sono innumerevoli granai, che mi danno tutti l’impressione di stare solo ad aspettare di essere incendiati da me. Granai che stanno al di là del mare, o in mezzo ai campi di riso… insomma, granai di tutti i generi. In un quarto d’ora si riducono in cenere. Come se non fossero mai esistiti.

Nessuno se ne rattrista. Spariscono, così.

  • Però sei tu che li giudichi inutili.
  • Io non giudico nulla. Osservo solo. Come la pioggia. La pioggia cade. I fiumi scorrono. Trasportano cose. Forse che la pioggia giudica qualcosa? Senti, io credo nella moralità. Senza moralità la gente non potrebbe esistere. E penso che essere morali significhi esistere simultaneamente.
  • Esistere simultaneamente?
  • Cioè io sono qui, e sono anche lì. Sono a Tokyo, e al tempo stesso sono a Tunisi.

Sono il colpevole, e sono quello che perdona. Oltre a questo, cos’altro c’è?

Uno schiocco di dita.

  • Mi sembra un’opinione un poco estrema, – dissi. – Insomma si regge solo su un’ipotesi. Per la precisione, anche adottare il concetto di simultaneità è qualcosa di discutibile.
  • Questo lo so. Ho solo espresso le mie sensazioni in quanto tali. Adesso però smettiamola. Forse quando fumo parlo troppo, dico anche quello che di solito mi tengo per me.
  • Un’altra birra?.
  • Grazie, volentieri.

Andai in cucina, presi sei lattine di birra e del camembert. Bevemmo tre birre ciascuno, e mangiammo il formaggio.

  • Quand’è stato l’ultimo granaio che hai incendiato?
  • Vediamo un po’… – fece lui riflettendo, con la lattina vuota in mano, – in estate, alla fine di agosto.
  • E quando sarà la prossima volta?
  • Questo non lo so. Non è che mi faccia un programma, che me lo segni sul calendario e aspetti il giorno stabilito. Quando me ne viene voglia vado e appicco il fuoco. – Sì, ma non è che ogni volta che ti salta il ticchio ci sia un granaio bel ‘e pronto a portata di mano.
  • È vero, – ammise lui a bassa voce. – Per questo cerco in anticipo quelli adatti.
  • Insomma ti fai una scorta.
  • Si può dire così.
  • Posso chiederti ancora una cosa sola?

– Prego.

  • Hai già deciso quale sarà il prossimo?

Tra i suoi occhi apparve una ruga. Poi aspirò rumorosamente l’aria col naso.

  • Sì, l’ho già deciso.

Non dissi nulla, sorseggiai quel che restava della mia birra.

  • È un ottimo granaio. Il primo che valga davvero la pena di incendiare da tanto tempo. A dir la verità, oggi sono venuto a verificare.
  • Il che significa che è qui vicino.

Detto ciò, non parlammo più dell‘argomento.

Alle cinque lui svegliò la sua ragazza, e si scusò per l’irruzione in casa mia. Aveva bevuto qualcosa come venticinque birre, ma era del tutto sobrio. Tirò fuori la macchina sportiva dal posto-auto nel giardino.

  • Vacci piano, con i granai, – gli dissi quando ci separammo.
  • Stai tranquillo. In ogni caso, è proprio qui vicino.
  • Cos’è, questa storia dei granai? – chiese la ragazza.
  • Una cosa fra uomini, – disse lui.
  • Figuriamoci! – fece lei.

Poi se ne andarono.

Io tornai in salotto, e mi sdraiai sul divano. Il tavolo era cosparso di ogni sorta di cose. Presi il mio montgomery che era caduto per terra, me lo infilai, e sprofondai nel sonno. Quando mi svegliai, la stanza era buia.

Le sette.

Un’oscurità bluastra, stranamente ineguale, e un forte odore di marijuana riempivano la stanza. Senza alzarmi dal divano, provai a ricordarmi il seguito di quella recita scolastica, ma invano. Era poi riuscito il cucciolo di volpe a comprare quei guanti?   Mi tirai su, apri la finestra per cambiare l’aria nel a stanza, poi andai in cucina e mi feci un caffè.

Il giorno seguente mi recai in libreria e comprai una mappa della zona in cui abitavo, in scala 1:20000, su cui erano segnate anche le stradine più piccole. Con la mappa in mano feci il giro del quartiere intorno al a mia casa e segnai a matita con una X tutte le proprietà dove c’era un granaio. In tre giorni percorsi tre chilometri in tutte le direzioni. Poiché abito fuori città, nella zona ci sono ancora parecchie fattorie, e di conseguenza parecchi granai. In tutto ne contai sedici.

Il granaio che lui voleva incendiare era probabilmente fra questi. Da quanto aveva detto, vicinissimo, non doveva trovarsi a distanza maggiore dalla mia casa.

Andai a fare uno scrupoloso controllo dei sedici granai, uno per uno. Prima di tutto esclusi quelli che si trovavano troppo vicini alle case di abitazione, o di fianco a del e serre. Poi eliminai anche quelli ancora in uso, dov’erano riposti attrezzi agricoli o fertilizzanti, difficile che lui avesse intenzione di bruciare quella roba. Ne restarono cinque. Cinque granai che andavano incendiati. O piuttosto che si potevano incendiare senza dare fastidio a nessuno. Sarebbero bruciati in un quarto d’ora, e una volta ridotti in cenere, forse nessuno se ne sarebbe rammaricato. Non riuscivo a immaginare a quale lui avesse deciso di dare fuoco, a quel punto la cosa dipendeva solo dal suo capriccio, però morivo dalla voglia di saperlo.

Dispiegai la mappa, e cancellai tutte le X, tranne quelle che indicavano quei cinque granai. Mi procurai una regola curva, una squadra, un compasso, usci e cercai di stabilire qual era il percorso più breve da un granaio al ‘altro, partendo da casa mia e facendovi ritorno. Cosa piuttosto laboriosa, considerato che le strade disegnavano parecchie curve seguendo i corsi d’acqua e le alture. In conclusione il percorso era lungo sette chilometri e duecento metri, lo misurai diverse volte senza notare grandi differenze.

Il mattino seguente alle sei, in tuta e scarpe da jogging, feci quel a strada di corsa. Ero abituato a correre per sei chilometri ogni mattina e ogni sera, uno in più non era una gran fatica. Inoltre il paesaggio era bello, e i due passaggi a livello sul percorso erano raramente chiusi.

Prima di tutto feci il giro del campus universitario vicino a casa mia, poi percorsi tre chilometri di strada sterrata lungo il fiume, dove non incontrai anima viva. Più o meno a metà tragitto si trovava il primo granaio. Quindi passai di fianco a un bosco. Una leggera salita. Un altro granaio. Un po’ più avanti c’era una stalla per dei cavalli da corsa, vedendo il fuoco poteva darsi che si agitassero.

Il terzo e il quarto granaio si assomigliavano come due anziani e brutti gemelli. Erano a neanche duecento metri di distanza tra loro, tutti e due vecchi, sporchi. Se bisognava bruciarli, meglio bruciarli insieme.

L’ultimo granaio si trovava di fronte a un passaggio a livello. Più o meno al sesto chilometro.

Sembrava del tutto abbandonato, e ci avevano attaccato sopra un’insegna pubblicitaria della Pepsi-Cola. Il fabbricato – ma si poteva davvero chiamarlo così? – era quasi in rovina. Come aveva detto il fidanzato del a mia amica, sembrava proprio aspettare che qualcuno gli desse fuoco. Mi fermai qualche secondo lì davanti, respirai a fondo alcune volte, poi attraversai il passaggio a livello e tornai a casa. Trentun minuti e trenta secondi in tutto. Bisognava migliorare il tempo. Feci una doccia, la colazione, e prima di mettermi al lavoro ascoltai un disco guardando l’albero di canfora.

Per un mese feci la stessa strada di corsa ogni mattina. Nessun granaio bruciò. Mi capitò perfino di pensare che lui avesse cercato di indurre me ad appiccare il fuoco. Quell‘immagine, un granaio incendiato, si era infatti introdotta nella mia mente, e a poco a poco si gonfiava come quando si pompa aria nelle gomme di una bicicletta. Tanto che a volte mi dicevo che per stare ad aspettare che lui si decidesse, tanto valeva che strofinassi io un fiammifero, facevo prima. In fin dei conti si trattava soltanto di un vecchio granaio diroccato.

Ma era solo la mia fantasia che correva troppo, in realtà io non sono il genere di persona che va in giro ad appiccare il fuoco. Quello era lui. Che avesse cambiato idea, che avesse deciso di incendiare un altro granaio? Poteva anche darsi che fosse troppo occupato e non trovasse il tempo di attuare il suo progetto. La mia amica non si faceva più sentire.   Arrivò dicembre, l’autunno finì, l’aria del mattino divenne fredda da far venire la pelle d’oca. La situazione-granai era stabile, sopra il loro tetto passavano bianche nuvole, gli uccelli invernali fra i rami gelati degli alberi sbattevano rumorosamente le ali. Il mondo continuava ad andare avanti senza mutamenti.

Fu verso la metà di dicembre che lo incontrai di nuovo, dopo quella volta. Poco prima di Natale.

Dovunque si andasse si sentivano solo canzoni natalizie. Ero in giro per acquisti, regali per varie persone.

Avevo comprato una maglia di alpaca grigia per mia moglie, una cassetta di canzoni di Natale cantate da Willy Nelson per mio cugino, dei libri illustrati per i bambini di mia sorella, per la mia amica del cuore una gomma a forma di cerbiatto, e una camicia verde per me. Stavo camminando dalle parti di Nogizaka, la borsa contenente gli acquisti nella mano destra, la sinistra nella tasca del montgomery, quando vidi la sua macchina. Non potevo sbagliarmi, si trattava proprio di quell‘automobile sportiva metallizzata. La targa era di Shinagawa, e la carrozzeria aveva un leggero graffio vicino al fanale anteriore sinistro. Era ferma nel parcheggio di un caffè. Vi entrai anch’io senza esitare.

L’interno del locale era poco illuminato, c’era un forte odore di caffè. Non si udivano voci di gente che parlava, solo musica barocca a basso volume. Facendo finta di scegliermi un posto, cercai lui con lo sguardo.

Lo vidi subito. Era seduto da solo vicino alla finestra, e beveva un caffelatte. Non si era tolto il cappotto di cachemire nero, e neanche la sciarpa, benché nel locale facesse un caldo soffocante, tanto che gli occhiali mi si erano subito appannati.

Esitai qualche secondo, poi decisi di andargli a parlare. Non gli dissi però che avevo visto la sua macchina nel parcheggio, finsi di essere entrato nel caffè per caso, e di averlo visto lì.

  • Ti spiace se mi siedo? – gli chiesi          – No, figurati! Prego, – mi rispose lui.

Ci mettemmo a discorrere di varie cose, senza entrare in nessun argomento. Fin dall‘inizio non avevamo interessi in comune, e in più lui pareva avere la testa da tutt’altra parte. Non per questo però la mia compagnia sembrava dargli fastidio. Mi parlò di un porto in Tunisia. E dei gamberi che si pescavano da quelle parti. Non lo faceva per buona creanza, mi illustrava seriamente la situazione. Ma lasciò il discorso a metà, e non andò più avanti. Alzò un braccio per ordinare un secondo caffelatte.

  • A proposito, com’è poi andata a finire, quella faccenda del granaio? – gli chiesi di punto in bianco.

Lui sorrise appena a fior di labbra.

  • Il granaio? L’ho incendiato, naturalmente. È bruciato tutto. Come ti avevo detto.
  • Vicino a casa mia?
  • Sì, vicinissimo.
  • Quando?
  • Dieci giorni dopo essere venuto da te, quella volta.

Gli dissi che mi ero segnato su una mappa la posizione di tutti i granai e che ogni giorno ci ero passato davanti facendo jogging.

  • Quindi non è possibile che non me ne sia accorto, conclusi.
  • Molto meticoloso! – commentò lui con aria divertita. Meticoloso e logico. Eppure quel granaio lì non l’hai notato, non c’è altra spiegazione. Succede. Di non accorgersi di ciò che è troppo vicino.
  • Non capisco.

Lui si aggiustò il nodo della cravatta, e gettò un’occhiata all‘orologio.

  • Troppo vicino, – ripetè. – Adesso però devo andare. Ti spiace se ne parliamo un’altra volta con calma, di questa storia? Scusami, ma c’è gente che mi aspetta.

Non avevo motivo di trattenerlo. Lui si alzò, mise le sigarette e l’accendino in tasca.

  • A proposito, l’hai ancora vista, lei, da quella volta? – aggiunse.
  • No, non l’ho più vista. E tu?
  • Neanch’io. Non so dove trovarla, a casa non c’è, non risponde al telefono, e alla scuola di pantomima non ci va più.
  • Sarà partita, così, per un colpo di testa. L’ha già fatto un sacco di volte.

In piedi, le mani nel e tasche del cappotto, lui rimase a lungo a fissare il tavolino. – Senza un soldo, per un mese e mezzo? E poi siamo in dicembre.

Dissi che non sapevo cosa pensare.

Lui fece schioccare le dita alcune volte, senza togliere le mani di tasca.

  • Io la conosco bene, non ha un soldo, alla lettera. E nemmeno amici. La sua agenda è piena di nomi, ma di amici non ne ha. Anzi no, in te ha fiducia. Non te lo dico per educazione -. Guardò di nuovo l’orologio.
  • Devo andare. Vediamoci di nuovo, uno di questi giorni.
  • Arrivederci, – dissi. –

Dopo quell‘incontro, cercai di telefonare alla mia amica parecchie volte, ma la linea era stata staccata dalla Società dei telefoni. Preoccupato, andai fino al suo appartamento. Era chiuso. Il portiere non si vedeva, quindi non riuscì a sapere se lei abitasse ancora li o no. Strappai una pagina della mia agenda, ci scrissi sopra «fatti viva», il mio nome, e la infilai nella cassetta delle lettere. Ma lei non si fece sentire.

La volta seguente che andai all‘appartamento, sulla targhetta di fianco alla porta c’era il nome di un’altra persona. Provai a bussare, ma non venne ad aprire nessuno. Di nuovo non riuscii a trovare il portiere. Così rinunciai. Questo succedeva quasi un anno fa.

Lei è scomparsa.

Ogni mattina, passo ancora correndo davanti ai cinque granai. Di quelli intorno a casa mia non ne è bruciato nemmeno uno. Né ho sentito parlare di qualche granaio incendiato da qualche altra parte. È di nuovo arrivato dicembre, gli uccelli invernali passano sopra la mia testa. E io vado avanzando negli anni.

Nell‘oscurità della notte, qualche volta penso a un granaio che crolla in fiamme.