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DONNA AMALIA

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Racconto di Elsa Morante

da” Lo scialle andaluso”

 

Redazione (L) Donna Amalia rappresenta lo splendore dell’arte e della vita; senza di lei si muore di malinconia, perché si differenzia dalla gente comune in quanto” non acquistava mai, verso gli aspetti (anche i più consueti) della vita, quell’abitudine da cui nascono l’indifferenza e la noia.”

 

 

Donna Amalia Cardona era una donna che si distingueva per la sua alta statura ed era una cinquantenne che non mostrava la sua età biologica: nonostante l’altezza portava tacchi alti, sicché torreggiava nei salotti e nei teatri. Aveva dei piedini che ricordavano le antiche dame cinesi e mani minuscole, che erano fatte solo per figurare “come i gerani sulle logge”; non amava il movimento e non era grassa, pur essendo “in carne” e si poteva considerare una bella donna, nonostante i suoi difettucci. Donna Amalia non ingrassava perché nel suo intimo conservava ancora quel fervore “che una donna comune può conoscere quando è bambina”, che svanisce con gli anni; ma i suoi pensieri e i suoi sentimenti erano continuamente accesi, anche quando sognava, tanto che a raccontarli, i suoi sogni “sembrerebbero le Mille e una Notte!”

Il suo segreto? Guardava ogni cosa con interesse sempre vivo, come quello di un bambino che guarda un bel balocco, e non aveva mai cambiato il suo atteggiamento di fronte alla vita col passare degli anni: il mondo per lei era “un teatro d’ Opera sempre aperto, con tutte le luci accese.”

Si entusiasmava di fronte ad ogni spettacolo naturale, come se fosse stata la prima volta che lo vedeva e ringraziava Santa Rosalia ogni volta che, svegliandosi, vedeva il sole e diceva, ogni giorno, che non aveva mai visto uno spettacolo simile. Chiamava di notte le sue cameriere se vedeva la luna calante, che era uno spettacolo che non la faceva dormire. Urlava che era uscita la luna, come non s’era vista mai! Chiamava Medina e la invitava a guardarla bene con i suoi occhi di gatto, perché vi cercasse la corona di spine e i chiodi di Nostro Signore; che vi guardasse bene, perché alcuni vi vedevano due fidanzati che si baciavano e altri una faccia che rideva! Chiedeva alle sue ancelle ciò che vedevano e, quando Antoniuccia, interrogata, le rispondeva  che le figure che vedeva non significavano nulla, Amalia si meravigliava come davanti ad una bestemmia, ma continuava ad ammirare la luna, ricordando che il conte Cagliostro l’aveva raggiunta; si arrabbiava con Medina perché conosceva Vittorina, che aveva la bisnonna che era stata comare di Battesimo del conte , ma non le aveva chiesto nulla di quel viaggio, mentre sarebbe stata la prima cosa che le doveva chiedere. Non l’interessò il fatto che Vittorina avesse raccontato che Cagliostro era un grande mago che aveva imparato il segreto per fare l’oro; ciò che la interessava era che il conte aveva potuto esplorare i misteri della luna: poteva esserci una meraviglia maggiore? Non vedeva l’ora che Medina la conducesse dall’amica per farsi raccontare tutto. La povera Medina la sconsigliava: Donna Amalia si sarebbe trovata male perché Vittorina era una persona modesta, da non sembrare una parente del Conte; non era una persona alla sua altezza: la sua casa era simile ad una casa di zingari, dove c’era una sola seggiola, appesa al soffitto, per cui ci si doveva sedere per terra. Poi… c’era cattivo odore. Donna Amalia pregò Medina di condurre quella Vittorina da lei, che l’avrebbe fatta parlare, quando si accorse di non aver chiuso occhio perché con quella luna gli era sembrato fosse giorno: voleva dormire, ma aveva il presentimento che avrebbe sognato il Conte Cagliostro.

Donna Amalia aveva girato il mondo, ma ogni cosa la entusiasmava a tal punto da sembrare una persona che non aveva visto nulla; possedeva ori e argenti ma di fronte ad un gioiello falso che brillava, veniva attratta come una barbara dei deserti e le cianfrusaglie di un venditore ambulante potevano piacerle quanto il tesoro del Gran Visir: si fermava davanti al banchetto di una Fiera come davanti alla più bella vetrina di Parigi e ad ogni fiera, faceva fermare l’automobile per girare tra le baracche: le si accendevano gli occhi e comprava tante cose senza valore, tanto che non bastavano due camerieri per portar via tutti gli acquisti. A casa, se li riguardava, ridendo di piacere e, nella sua ignoranza, poteva presentarsi alle serate con cose di poco conto, che lei preferiva a brillanti e a gemme. Era tanto il suo prestigio, però, che le altre dame la copiavano, senza fare la sua stessa figura. Donna Amalia aveva conservato un cuore infantile, per cui si tormentava se non poteva possedere una cosa che desiderava e non sopportava l’idea di non poter passeggiare, da viva, “in quei bei giardini dell’Alhambra o adornarsi dei braccialetti fantastici dell’antica sovrana cinese.” Per questo vagheggiava di vedere don Vincente, “in testa ad un manipolo di prodi, alla conquista dell’Alhambra” o di insinuarsi personalmente nella sala del Tesoro, a Pechino, per rubare i gioielli sacrificati dentro teche: li avrebbe nascosti in seno, per fuggire oltre la Grande Muraglia.

La sua gioia di vivere; l’entusiasmo che provava di fronte al più modesto oggetto erano unici; ed erano stati rari i momenti di malinconia che quella stravagante donna aveva avuto, ed erano stati la sola croce di don Vincente, suo marito perché lo scopo di quell’hidalgo era stato quello di favorire le felicità infantili della sua donna che desiderava coltivare come una pianta di rose, accarezzandola come “un’oziosa, appassionata gatta di Persia.” Le offriva tutto ciò che un re dona ad un altro re, quand’è suo ospite. E la venerava come una santa. Lei, moglie innamorata, sussultava ad ogni dono come aveva sussultato al primo, che era stato l’anello di fidanzamento: era stato il primo anello d’oro che aveva ricevuto nella vita, essendo stata, prima, così povera da non poter comprarsi neppure un anellino d’ottone alla festa di Santa Rosalia. Don Vincente scrutava con attenzione ogni più piccolo desiderio, pronto a soddisfarlo e la sua amarezza sarebbe stata quella di vederla scontenta; lei, però, per non amareggiarlo, “se fosse stata assalita da una voglia senza speranza,” le avrebbe nascosto le proprie pene, per cui nessun marito avrebbe potuto dirsi fortunato quanto lo era don Vincente.

Donna Amalia non era una donna comune che, abituandosi presto alla ricchezza, finisce per stancarsi di tutto e di non apprezzare più nulla: vivere con lei era un divertimento, un’emozione, “una perpetua celebrazione”. Don Vincente, giunto per caso a Palermo, aveva conosciuto Amalia, che era  una quindicenne povera, e, pazzo di felicità, l’aveva sposata nella chiesa di Martorana con una festa nuziale leggendaria. Era arrivato a Palermo con un amico, don Mighel, che era marchese, mentre don Vincente soltanto Cavaliere: i due amici insieme se ne innamorarono ed Amalia non sapeva quale di loro due scegliere; non faceva che piangere, tanto da desiderare di rinchiudersi per sempre in un convento di sepolte vive. Per evitare un simile epilogo, i due innamorati risolsero la questione con un duello: la sorte volle che fosse don Vincente a sposare Amalia sicché don Mighel si ritirò in uno dei suoi castelli in Catalogna, morendo di malinconia: “dopo aver conosciuto Amalia, tutte le ricchezze gli parevano sabbia del deserto, se non poteva goderle assieme a lei.”

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