Racconto di Virginia Tedeschi Treves (Cordelia)

 

In generale, quando il dottor de Roberti invitava a pranzo i suoi colleghi, dimenticava le noie della professione: era allegro, vivace, spiritoso, parlava di cose frivole e gli pareva d’essere ritornato ai bei tempi in cui era studente.

Egli sedeva a tavola come al solito, con gli amici, ma quella sera non parlava, rispondeva a monosillabi e pareva assorto in un pensiero tormentoso.

«A che cosa pensi? Dov’è scappato il tuo buon umore? Hai qualche pensiero che ti preoccupa?» gli chiesero i compagni.

«Nulla,» rispose il dottore, «penso a un caso strano che mi è accaduto in passato, e che oggi un avvenimento nuovo ha ridestato nella mia memoria.»

«Potresti bene raccontarcelo, piuttosto che startene pensieroso a ruminarlo nella tua mente,» disse il suo vicino di tavola.

«Quando il cervello è carico di pensieri, il solo mezzo per sollevarlo è dar la stura al discorso: la parola è la valvola di sicurezza dei pensieri che ci opprimono,» sentenziò un altro.

«Sentiamo questo caso strano,» dissero in coro tutti gli amici; e soggiunsero vedendolo titubante: «Fuori infuria la bufera e in questo tepore, raccolti intorno alla tavola con una tazza di moka davanti e una sigaretta in mano, sarà un vero godimento ascoltare una storia curiosa, narrata nel modo squisito ed elegante come tu solo sai fare.»

«Non ho bisogno di queste lusinghe,» disse de Roberti, «ma sarò compiacente e vi racconterò la mia storia che forse potrà interessarvi. In ogni caso, mi farà bene vuotare il sacco e resterò più leggero; solo mi permetterete di non dirvi il nome dei miei personaggi per non tradire il segreto professionale.»

Rimase qualche istante assorto come per raccogliere le idee e incominciò:

«Era un pomeriggio di primavera, una di quelle giornate tepide, piene di profumi e d’incanti, che invitano a correre all’aperto a prendere un bagno d’aria e di sole, rendendo un immenso sacrificio il doversene stare rinchiusi fra quattro mura a udire il racconto di tanti mali che tormentano l’umanità.

Erano sfilati davanti a me un bel numero di pazienti e altri attendevano nella sala d’aspetto, ma mi sentivo stanco, provavo un desiderio prepotente di andare a passeggio e avevo deciso di non ricevere più nessuno, quando il mio cameriere mi disse che una signora insisteva per essere ricevuta.

“Ritorni domani,” dissi io.

“Non vuole andarsene,” rispose il cameriere, “ha detto che si sbrigherà presto; e poi è tanto carina,” soggiunse.

Pensai che forse gli avesse dato una grossa mancia; non mi sentivo più la forza di oppormi e dissi: “Falla entrare.” Tanto è vero che qualche volta, quando si è stanchi, ci si lascia suggestionare anche dal cameriere.

Era una signora giovane, elegantissima, ben proporzionata nella persona, con gli occhi neri e profondi e la bocca piccola, sorridente; ma in fondo a quello sguardo acuto e a quel sorriso c’era qualcosa di così triste che ispirava al tempo stesso simpatia e compassione. Essa mi porse la mano dicendomi:

“Perdonate se vi disturbo, ma ho sentito parlar tanto di voi, e so che oltre ad essere un abile medico, siete un profondo psicologo.”

“Non sembrate malata,” dissi io. “Il vostro aspetto è fiorente.”

“L’apparenza inganna,” rispose, “e poi sono tanto infelice…”

Così, per fare qualcosa e per inveterata abitudine, le toccai il polso dicendo:

“Sentiamo le vostre sofferenze.”

“Prima di tutto ho la disgrazia d’essere ricca,” riprese, “poi quella di leggere nel pensiero altrui, e so purtroppo che tutti agognano alle mie ricchezze e nessuno mi vuole bene sinceramente, mentre io ho tanto bisogno d’affetto.”

Aveva le lacrime agli occhi e mi ispirava una gran compassione, ma ero incerto, non sapevo che cosa dirle, quando a un tratto si staccò da me:

“Non sono pazza!” esclamò con voce irritata.

Era appunto il pensiero che mi era passato per la mente e quella chiaroveggenza mi sorprese. Da quel momento la mia paziente incominciò ad interessarmi e dimenticai il tepore primaverile e i campi in fiore per dedicarmi a quell’essere grazioso che mi si presentava tanto diverso dagli altri.

“Scusate,” le dissi tutto confuso, “non vi conoscevo; ora vi siete rivelata e vi credo. Potete continuare.”

“Ecco,” rispose, “appena voi mi avete toccato la mano e un pensiero si è formato nella vostra mente, esso si è riflesso nella mia come in uno specchio. Così avviene sempre e con tutti, e ciò forma la mia infelicità, perché so con certezza matematica che non ho un amico sincero.”

“Veri amici non se ne trovano tanto spesso,” le dissi, “ma siete bella, giovane, ne incontrerete certo sul vostro cammino e, più fortunata d’ogni altra, potrete conoscere a fondo il loro cuore e il loro pensiero.”

Scosse il capo malinconicamente e rispose:

“Ho avuto una sola vera affezione nella mia vita: mia madre! Se sapeste come ero felice in quel tempo. Sapevo che il suo cuore era tutto per me, ero la sua sola preoccupazione, il suo unico pensiero, non viveva che per farmi lieta, per circondarmi di tutte le comodità della vita; accumulava denaro per lasciarmi ricca e s’impensieriva se una nube passava sulla mia fronte. Non vi posso descrivere le mie sofferenze quando la vidi ammalarsi, lo strazio che provavo ogni volta stringendo la mano del dottore che la curava, sapendo che non c’era più speranza di salvarla, a dispetto delle parole con cui mi mentiva pietosamente. E poi quando tutto fu finito e rimasi sola al mondo, senza fede, senza illusioni e senza amici… quale sciagura!”

Essa aveva le lacrime agli occhi; io cercavo di consolarla facendole intravvedere un avvenire più lieto, in cui forse un cuore affettuoso l’avrebbe compensata della materna affezione perduta per sempre.

“Per un momento l’ho creduto anch’io,” disse, “ma mi sono ingannata. Incontrai un giovane che chiese la mia mano; pareva sincero, mi era simpatico e l’avevo accettato perché troppo penosa mi riusciva la solitudine. Che disillusione! Mentre mi teneva per mano e le sue labbra mi dicevano parole d’amore, la sua mente pensava al modo di impiegare le mie ricchezze: egli meditava di vendere la casa dei miei avi, di mutare tutto quello che aveva per me la religione delle memorie, voleva darsi a speculazioni azzardate, farmi cambiare metodo di vita e consuetudini… e mai un pensiero gentile al mio indirizzo; parole, soltanto parole per nascondere il vuoto dei suoi sentimenti. Come potete credere, mandai tutto a monte e così ebbi la soddisfazione di guastare i suoi piani, ma a che mi giovò? Sono stanca della vita e venni appunto da voi per trovare rimedio alle mie sofferenze.”

“Bisognerebbe che mutaste la vostra natura,” dissi prendendole la mano, “e la vostra stessa sensibilità, quella che vi è cagione di tali sofferenze e disinganni, vi colloca fra le persone privilegiate. Non posso che offrirvi la mia amicizia, ed è un’amicizia sincera e senza secondi fini; vi permetto di leggere liberamente nel mio pensiero,” dissi, porgendole la mano.

Essa me la strinse fra le sue sorridendo.

“Grazie,” disse, “accetto di cuore. Ho tanto bisogno d’un’amicizia sincera; però anche la vostra è alquanto interessata.”

La guardai con uno sguardo interrogativo e trionfante, sperando di coglierla in fallo. Essa soggiunse con la sua voce insinuante e con un accento un po’ ironico:

“Interessata, lo ripeto, e non m’inganno. Non sono le mie ricchezze che vi premono, ma trovate che io sia un essere curioso, degno d’essere studiato, un ‘bel caso’, come dite voi medici, e l’amore della scienza vi spinge ad offrirmi la vostra amicizia.”

Io ero attonito: aveva ancora letto come in un libro aperto quello che stava in fondo al mio pensiero. Sentivo una vera simpatia per quella giovane, ma la curiosità di studiare il mistero di quella sensibilità straordinaria, di quella divinazione meravigliosa, mi aveva spinto ad offrirle la mia amicizia. Ero confuso come se fossi stato colto in fallo, ma essa, con accento franco e risoluto, soggiunse:

“Ebbene, comunque sia, accetto con tutto il cuore la vostra offerta: almeno il movente ne è più elevato e posso essere utile a qualcosa; ciò mi riconcilia con l’esistenza. Dunque siamo intesi,” disse congedandosi, “me ne vado contenta perché so di aver trovato un amico.”»

De Roberti fece una pausa per riposarsi, accese una sigaretta e diede un profondo sospiro evocando quei ricordi passati.

I suoi amici pendevano dalle sue labbra, impazienti che continuasse il racconto che incominciava a riuscire loro molto interessante. Dopo qualche minuto il dottore riprese:

«Vi confesso che penso all’amicizia di quella donna con sincero rimpianto. Passai con lei ore veramente deliziose e interessanti — non sorridete, fu un’amicizia pura, senza ombra di sottintesi, eccezionale come la persona che la ispirava. Vi dirò anche che quella sua chiaroveggenza mi metteva sgomento: dovevo fare uno sforzo per padroneggiare i miei pensieri e disciplinarli e, quantunque mi accogliesse con festa e mi trovassi molto bene nella sua compagnia, non potevo prolungare troppo le mie visite.

Andavo generalmente di sera, quando era sola; essa si confidava a me interamente e ascoltava i miei consigli. Era davvero un essere eccezionale, degno di essere studiato: i suoi sensi erano acutissimi e raffinati, indovinava con uno sguardo il carattere d’una persona e, con l’aiuto del tatto, leggeva nel cervello altrui come in un libro aperto. Pareva un essere fatto per un altro mondo, dove dovesse regnare la sincerità. È certo che in mezzo a noi, abituati a nascondere la verità con l’artificio della parola, si trovava a disagio; soffriva continuamente nell’intimo del suo animo e quei patimenti si ripercuotevano anche sul suo fisico alquanto delicato. Se io non le avessi dato delle norme di vita per poter lottare contro le pene dello spirito, avrebbe perduto la salute.

Non la curavo con farmaci inutili; nemmeno gli anestetici riuscivano a diminuire quella morbosa sensibilità. Mi preoccupavo soltanto dello spirito: la consigliavo a mutare spesso luoghi e conoscenti. Infatti, in ogni nuova persona che avvicinava aveva l’illusione di aver trovato un’anima sorella ed era tutta piena di speranza; ma quando leggeva nel pensiero della nuova amica e ne approfondiva i sentimenti, era una nuova delusione. Soleva dire che sempre più si persuadeva che nel mondo tutto è ignobile e interessato: si spera che quelli che ci avvicinano siano diversi dagli altri, s’incomincia ad amarli e il disinganno riesce poi più doloroso.

Aveva momenti di scoraggiamento e di misantropia che io dovevo combattere con tutte le mie forze, trovando pericolosa quella tendenza alla solitudine che, nel suo stato d’animo, avrebbe potuto condurla alla lipemania. Cercavo di far sorgere in lei ogni tanto un interesse nuovo per distrarla: ora le consigliavo di leggere libri seri, che erano i migliori amici, i soli che non tradiscono mai; oppure la spingevo a fare escursioni alpestri nelle quali l’animo si ritempra al contatto con la natura selvaggia; suscitavo nel suo spirito la passione per le arti, per lo sport, per le scoperte scientifiche, e la trattavo come una bimba che ha bisogno continuamente di un nuovo divertimento.

Mi era riconoscente, diceva che ero la sola persona che le volesse un po’ di bene, il suo solo amico. Leggeva nel mio interno e, secondo lei, ero un uomo perfetto: mi diceva generoso, buono, indulgente, dedito solo alla scienza e al bene dell’umanità, e tante altre cose che mi facevano temere leggesse nel mio pensiero con lenti d’ingrandimento.»

I suoi ascoltatori protestarono, ma egli, senza interrompere il suo racconto, continuò:

«Sta il fatto che ero il suo confidente e quella fanciulla mi interessava ogni giorno di più. Era straordinaria; peccato che non si prestasse volentieri a lasciarsi studiare e che, nell’interesse che io prendevo per la sua persona e nel godimento della sua piacevole conversazione, dimenticavo la scienza e la mia professione, lasciandomi cullare dall’incanto di quella voce insinuante.

Non veniva a casa mia che raramente, quando aveva qualcosa da chiedermi, ed era un po’ di tempo che non andavo a vederla. Un giorno capitò da me improvvisamente, come una bomba. Non aveva la sua solita faccia serena, ma era confusa, incerta come chi non sa incominciare un discorso. Io la guardai un po’ sorpreso e inquieto.

“Che c’è di nuovo?” le dissi. “Che cosa avete?”

“Caro dottore,” rispose, “non mi rimproverate, ma sto per fare una grande sciocchezza. Mi sono decisa a prendere marito.”

Non so perché, a quell’annuncio così imprevisto, rimasi un po’ contrariato, ma mi dominai subito e dissi sorridendo:

“Voi che leggete nel pensiero delle persone avrete meglio d’ogni altro la possibilità di fare una buona scelta.”

“Purtroppo ci sono cose inesplicabili, sentimenti che non si possono vincere,” rispose, “ed io mi trovo nel caso di uno che vede un abisso davanti a sé e vi si sente attratto irresistibilmente.”

“Sentiamo di che cosa si tratta,” le dissi facendola sedere vicino, “forse il diavolo non è così brutto come si dipinge.”

Allora mi narrò che si era incontrata col conte V.., un giovane simpatico, elegante, appartenente alla migliore società, e se n’era innamorata pazzamente. Era un giovane scioperato, che non aveva mai fatto nulla di buono nella sua vita: amava il gioco, le feste, le allegre brigate e i divertimenti; avendo veduto diminuire la sua sostanza, aveva pensato di prendere moglie per continuare la sua vita spensierata.

“Che volete?” disse. “Sono certa d’essere infelice, ma mi sento attratta verso di lui da una forza misteriosa alla quale non posso resistere.”

Io la tenevo per mano e non sapevo che dirle; la sentivo così innamorata, così risoluta nella sua decisione che qualunque cosa le avessi detto per distoglierla le avrebbe fatto l’effetto contrario.

“Mi compiangete,” soggiunse. “Indovino tutto quello che potreste dirmi per distogliermi dalla risoluzione presa; me lo sono detto io stessa. È il destino che mi spinge: sono debole come una foglia travolta dalla bufera, non posso opporre nessuna resistenza.”

“Almeno,” dissi, “pensate all’avvenire: servitevi del vostro privilegio di prevedere gli avvenimenti per salvarvi dalla rovina.”

“Farò quello che potrò,” rispose alzandosi e stringendomi la mano, “promettete di restare sempre il mio fido amico; ciò mi darà coraggio.”

Promisi, e quando la vidi uscire mi fece l’effetto di una persona inerme che andasse a cacciarsi nel mezzo d’una fiera battaglia.

Per alcuni mesi rimasi senza notizie della mia amica e vi confesso che sentivo molto la mancanza di quell’essere eccezionale; sentivo un vuoto intorno a me come se avessi perduto una figlia carissima, rimpiangevo le piacevoli ore passate con lei, le intime conversazioni indimenticabili. Però non si era dimenticata di me, e a poco a poco si stabiliva fra noi una corrispondenza continuata ed assidua.

Ebbe un periodo di felicità: si sentiva amata dal suo sposo e il mondo le appariva ad un tratto migliorato; le sembrava che tutti fossero più buoni con lei ora che la sapevano protetta e felice. Viaggiò molto, frequentò la società elegante, divenne quasi frivola e mondana. Nella gioia di sapersi amata si abbandonava interamente a seguire la volontà del marito, come se si trovasse sdraiata in una barca su un lago tranquillo, lasciandosi trascinare dalla corrente.

“Non penso a nulla,” mi scriveva, “mi affido alla vita e non tento nemmeno di sapere quello che pensa il mio compagno: si sta tanto bene qualche volta trascorrendo i propri giorni nell’ignoranza. Sono come in un sogno e temo di risvegliarmi.”

Poi vennero lettere meno serene, nelle quali s’indovinava un turbamento che ella voleva nascondere, e poi altre ancora dove non celava più la sua preoccupazione per l’avvenire.

Un giorno, quando la credevo lontana mille miglia, venne da me improvvisamente e tanto mutata che mi fece un’impressione penosa. La sua faccia pallida aveva perduto il bel colorito della salute e intorno agli occhi bruni e profondi aveva due cerchi turchini, come se fosse uscita da una malattia; teneva in mano una borsa voluminosa che le dava un aspetto strano.

“Siete malata,” le dissi.

“Forse, ma non importa.”

“E vostro marito?”

“Come l’avevo previsto, non mi ama più, mi tradisce e mi rovina. Pazienza,” soggiunse con un sospiro doloroso, “ormai sono destinata a trascinare la mia catena, un fiume non può rimontare alla sorgente, così non si può rivivere il tempo passato; ma voi mi siete sempre amico?” chiese rivolgendomi uno sguardo supplichevole.

“Accertatevene voi stessa,” dissi, offrendole la mano.

La prese ansiosamente, come il naufrago una tavola di salvezza, e soggiunse:

“È vero, siete sempre uguale, i vostri sentimenti non sono mutati. Siete la sola persona di cui posso interamente fidarmi; a voi affido il mio avere, tutto quello che ho potuto salvare dal naufragio.”

Così dicendo, aprì la borsa che teneva in mano e trasse fuori carte di valore, titoli al portatore, mucchi di cartelle che si accatastavano disordinatamente sul tavolino. Non avevo mai visto tanti valori riuniti: mi davano le vertigini e stupivo di vederli trattare con tanta indifferenza, come fossero carte stracce. Osservavo in silenzio e non capivo che cosa volesse fare di tutte quelle ricchezze. Essa contava:

“Cento, duecento, cinquecentomila… ecco tutto quello che mi rimane e che io affido a voi per salvarlo. Vi raccomando, non dite nulla a nessuno, prendete.”

Io esitavo e la guardavo esterrefatto.

“Mi credete pazza,” disse, “ma non lo sono, vi ingannate. Vi prego di tenere questa somma come sacro deposito, datemi ancora questa prova d’amicizia, sarà forse l’ultima.”

“Almeno mi concederete di farvi due righe di ricevuta,” dissi io.

“Non importa,” rispose, “ho letto abbastanza nella vostra anima per convincermi che di voi posso fidarmi.”

“Ma potrei morire.”

“Morirò io prima, lo sento, sono tanto malata. Anzi, se questo avviene, adoperate il mio avere in qualche opera di beneficenza.”

Le feci scrivere questo suo desiderio e volli che accettasse da me due righe di ricevuta, che nascose in un medaglione che teneva attaccato alla catena dell’orologio, dicendo:

“Mio marito non sa nulla e non deve sapere, ricordatevelo: ha sempre ignorato questa parte della mia fortuna che sono riuscita a nascondergli. Ora però non posso più, non ho più la forza di lottare… Non sapete,” mi disse abbassando la voce, “che una volta, avendogli io rifiutato del denaro, ho sentito in lui il desiderio della mia morte e — orribile a dirsi — gli è passata nella mente anche l’idea di sopprimermi? Quanto ho sofferto non potete immaginarlo! Basta, ora è finita, non l’amo più.”

“E vivrete ancora con lui? Avete questo coraggio?”

“Ormai crede che io non possieda più nulla, non avrebbe più scopo di uccidermi. Ora viaggia, si diverte e non si chiede nemmeno in che modo io possa vivere… Devo tornarmene per definire alcune cose ancora, poi verrò a chiedere asilo alla vostra casa di salute; anzi, se possibile, dovreste prendere in affitto per me un villino nelle vicinanze e ricordarvi, per la nostra vecchia amicizia, che mi accoglierete come vostra ospite. Sono tanto malata che ho bisogno di essere vicina al mio medico, e il mio spirito invoca il suo vecchio amico. Acconsentite, non è vero?”

La rassicurai e intendevo subito offrirle ospitalità nella mia casa, ma volle partire promettendo che sarebbe ritornata al più presto possibile.

“Sarà la mia ultima fermata,” disse congedandosi, “e l’ultimo pensiero che mi sorride è di morire presso di voi.”

Dopo pochi giorni io ero in festa preparando un bel nido presso la mia casa: avevo preso in affitto un grazioso villino inghirlandato di rose rampicanti e lo stavo ammobiliando elegantemente perché fosse degno della mia amica, quando mi venne l’annuncio della sua morte.

Pensate alla mia sorpresa e al dubbio orribile che mi assalì: mi passò per la mente che il marito l’avesse uccisa per impadronirsi degli ultimi residui della sua fortuna. Che cosa avrei dovuto fare? Accusarlo? A che scopo? Forse m’ingannavo. Mi contentai di chiedere alla sua fida cameriera, che venne a recarmi il medaglione con la mia ricevuta, ragguagli sugli ultimi momenti della sua padrona.

Disse che era malata da molto tempo e ogni giorno la vedeva farsi più debole e stanca; del marito non sapeva nulla, ma l’amava sempre e soffriva di quell’abbandono. Poi mi narrò che la mia amica, sentendosi morire, le diceva:

“Rammentati, quando sarò morta, che devi recare tu stessa il mio medaglione d’oro al dottor de Roberti, insieme al mio ritratto che sta nel salotto: gli dirai di tenerli in mia memoria, che pensi a me e si rammenti l’incarico che gli ho dato.”

Parlandomi degli ultimi momenti della sua signora la cameriera era commossa: si rammaricava che la mia amica non avesse potuto morire vicino a me e che quest’ultimo desiderio non fosse stato appagato.

Vi assicuro che fu per il mio cuore un fiero colpo e non sapevo darmi pace che fosse scomparsa così improvvisamente.

Ed ora voi sapete bene l’origine dell’asilo per i poveri infermi, fabbricato con il lascito di una signora che desiderava conservare l’incognito: fu la mia amica che, avendomi confidato i suoi averi, ha permesso che potessi appagare il mio desiderio e accogliere tanti poveri malati di malattie del sistema nervoso, i quali in caso diverso sarebbero stati abbandonati o confusi con i pazzi. Sono passati più di cinque anni e sono contento dei risultati ottenuti; la parte della mia casa destinata ai ricchi mi aiuta a mantenere quella per i poveri, e credo che l’aver potuto curare ciascun malato quasi separatamente abbia contribuito ad ottenere i buoni risultati che voi conoscete.

Ora, oggi stesso, mi è capitata una strana coincidenza che mi ha fatto rinvangare il passato ed è causa della preoccupazione che avete notato: pensate che il conte V.…, marito della mia amica, è venuto a pregarmi che io l’accetti nella mia casa di salute. È molto malato e ridotto nella più squallida miseria.

“Eravate tanto suo amico e spero che non mi abbandonerete: vi supplico, in nome della sua amicizia,” mi ha detto.

L’ho subito accolto e ho messo a sua disposizione il villino destinato a sua moglie. Egli è rimasto confuso, non potendo credere a tanta generosità.

“Ma sono un miserabile,” andava ripetendo, “non ho più nulla, non sono degno di abitare questo bel villino, non potrò mai compensarvi.”

“Vostra moglie mi ha tanto aiutato nella mia opera di beneficenza che devo farlo per la sua memoria,” dissi io.

Egli era commosso, piangeva come un bambino e non trovava parole per ringraziarmi: non immaginava certo di avere un po’ di diritto alla mia ospitalità.

Anche questo è un essere originale da studiare; anch’egli ha preso una certa facilità nell’indovinare i pensieri altrui, non certo al grado della moglie, ma vi confesso che questa coincidenza mi ha turbato. I ricordi del passato rivivono nella mia mente ed ecco perché oggi non sono il vostro allegro commensale.»

Gli amici lo ringraziarono di quel racconto che li aveva tanto interessati e dopo si trattennero a parlare dei misteri della psiche ancora ignorati e della trasmissione del pensiero, concludendo che il nascere con un tale privilegio varrebbe soltanto a fare l’uomo ancora più infelice.