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L’AGNELLO PASQUALE

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Racconto di Carlo Bertolazzi

 

 

 

In casa del signor Giovanni anche quell’anno, molti mesi prima di Pasqua, era stato comperato un agnellino per ingrassarlo a dovere per l’arrosto pasquale. Quel caprettino, tutto mossette aggraziate, un’aria scaltra e birichina, era davvero carino e si faceva voler bene ad ogni costo.

Otto giorni dopo il suo acquisto, era divenuto il padrone della casa; tutti lo chiamavano, tutti lo accarezzavano, tutti lo volevano.

E quante cose aveva già imparato!

Caprin, qua la zampa!

E Caprin, offriva graziosamente la zampina.

Caprin, al salto.

E Caprin faceva la capriola.

Caprin, ora ti uccido! – Pum! Morto!

E Caprin si buttava a terra disteso socchiudendo gli occhi.

Nelle giornate piovose se ne rimaneva in casa, ai piedi della padrona.

I bambini lo amavano pazzamente i grandi… anche.

Ma Pasqua si avvicinava, e Caprin doveva morire.

Morire? Con quel musetto, con quegli occhi’ dolci e languidi, con quella zampina gentile doveva essere davvero sacrificato per la tavola?

L’abbiamo comperato apposta – diceva il signor Giovanni,

I figli tacevano e tutti in casa avevano musi lunghi così.

 

Venne il giorno. Mai Caprin era stato cosÌ grazioso e affettuoso,

E così, figlioli, quando s’ammazza questo capretto? prese a dire il signor Giovanni la vigilia. Silenzio.

Ehi! parlo con voi!

Ancora silenzio.

Papà Giovanni s’impazientÌ. !

Lorenzo, presto… va’ in dispensa e scanna il capretto.

Non posso papà devo andar via.

Allora tu Bernardo.

lo no, papà, non posso, gli voglio troppo bene,

no… no.

Papà Giovanni sbuffava.

Chiamate il contadino.

Il contadino comparve, ma a dir la verità con un’aria un po’ imbarazzata.

Prese Capriri e filò via.

Passò un’ora, poi il contadino s’ affacciò timidamente allo studio del signor Giovanni.

Ah!’ non posso, non posso proprio, creda, fa certi occhi! ;

Siete tutti quanti dei conigli; vi farò vedere io, buoni a nulla!

E con passo infuriato papà Giovanni si diresse verso il cortile.

Caprin, al solito, era là che giocava. Caprin vieni qui!

E Caprin ubbidiente, col musetto alto, scuotendo il codino, seguì il padrone nella dispensa.

Papà Giovanni aveva fretta. Trasse da una cassapanca un coltellaccio affilato e cominciò ad agitarlo. Caprin alzò il musetto, poi sollevò lo zampino annaspando

nell’aria.

Sei buffo, sai, ma tra poco sarai morto.

Alla parola morto Caprin ricordò il suo gioco preferito.

Si buttò a terra e chiuse gli occhietti.

Giochi anche! Bravo!

Su, vieni qui.

Caprin ubbidì. Quando fu vicino appoggiò le due zampine sulle ginocchia del padrone e cominciò a lambire la mano che brandiva il coltello.

Gli occhi del vecchio si incontrarono con quelli del caprettino che sembravano accarezzare.

Papà Giovanni sentì quella carezza: il coltello cadde a terra. No, non era possibile. .

E così papà? – domandarono tutti ansiosamente.

Ma neppure avevano finito che Caprin, più allegro e più vispo che mai, correva già per il cortile.

Prenderemo l’arrosto dal macellaio.

Ma che arrosto e arrosto, ne ho abbastanza del capretto io.

Non ne voglio anzi! Avete capito? Caprin, su vieni, andiamo nel prato…

 

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