Racconto di Flavio Tursini

(Prima pubblicazione)

 

 

La polvere si stava lentamente posando ma quella del cuore sarebbe rimasta lì per sempre. Piano piano il fragore del silenzio stava svanendo e piccoli squarci di onde sonore si spandevano random. La città non aveva più punti di riferimento, la natura aveva deciso per lei, reset totale. Tutto andava ripensato, tutto veniva ricollocato. Alcuni la presero come un gioco, altri come un’opportunità tanti come la fine, per me invece era solo un ennesimo nuovo mondo. Di lì a poco il mio, sarebbe stato stravolto una volta ancora.
Da bambino dovetti mettere gli occhiali e quello segnò la mia perenne fragilità, vivere con un corpo estraneo in giovane età voleva dire comportarsi sempre in maniera diversa rispetto agli altri e ciò ti rendeva diverso. Ti escludevi dalle discussioni e perciò ne venivi incolpato, giocavi a pallone ma da terzo incomodo, a scuola non eri mai al centro dell’attenzione, il tuo mondo non era il mondo degli altri. Il proibizionismo puritano dei miei, scambiato per un affetto protettivo aveva contribuito a formare il mio carattere privo di mordente. Mi ero creato un mondo mio fatto di libri e vite parallele, vissute all’insaputa dei protagonisti. Fidanzatine scrutate a distanza, baci rubati alla colonna, il gioco del – conto fino a 20, se non passa una macchina rossa oggi mi fidanzo – mi fornivano quella eterna speranza nel domani.
Quella mattina, alcuni mesi dopo, aprii la porta della roulotte e in un attimo in meno di quattro metri quadrati, vita e morte si stavano giocando il mio destino, il mio ennesimo nuovo mondo, si apriva col botto.
Lui era lì, inerme, riverso sul letto a carponi, probabilmente per la sua stazza il vile gas non l’aveva graziato. Lei supina sul letto, aggrappata ancora a quel filo di vita presente, con un lieve sibilo.
Io in mezzo!
Quando la ruota del destino gira e tu sei il prescelto non puoi fare altro che prendere di petto quello che arriva e cercare di limitare i danni. Parole come camera iperbarica, coma, rianimazione, neuro cerebrolesi, causa penale, udienze diventavano il leitmotiv dei successivi anni, accompagnate da viaggi della speranza, dispositivi riabilitativi e tanto altro ancora. Tutto questo diveniva centrale, il resto marginale, comprese sensazioni, sentimenti, rivalse e tutto ciò che fosse legato al proprio io. Tutto doveva rimanere ingabbiato dentro le viscere, non c’era tempo per riflessioni di ogni genere, bisognava diventare automi concentrati su un unico obiettivo, salvare il salvabile.
Uscita dal coma, piccioni nel letto e infermieri dispettosi, portarono con sollievo un accenno di ilarità, la strada era lunga ma con la giusta determinazione il risultato sarebbe arrivato. Io continuavo intanto a cercare di non pensare, annullare il fuoco che mi bruciava dentro, prendere ad esempio quell’essere rannicchiato, tutto chiuso in sé, che anche a rischio di sembrare egoista, tirava fuori le unghie per tornare a vivere.
Lui aveva avvertito qualcosa, si era alzato e la sua mole lo aveva subito schiacciato. Aveva fatto la fine del topo, tanto meticoloso da non rendersi conto che stava preparando l’arma con le sue mani. La situazione generale della città non era preparata a questi casi e quindi dolore al dolore, trasferimento anche semplicemente per l’attesa dell’ultimo atto. Il funerale, fuori da qualsiasi edificio sacro, per terra sotto un tendone, resterà sempre nella mia mente. Per lui nato e cresciuto dai salesiani e poi passato all’anarchia religiosa forse era un segnale, portando con sé una copia del suo giornale di riferimento, per cui aveva lottato e partecipato: L’Unita’!
Capii dopo, che quello che non condividevo di lui era la sua essenza. Lo leggevo a distanza di tempo, negli occhi e nella bocca di chi lo aveva conosciuto. La sua generosità e disponibilità verso il prossimo era stata la sua ninfa naturale.
Ma la Vita a volte ti sorprende e quello che avevamo perduto lo ritrovammo negli occhi di un bambino, è essa stessa che si rinnova.
Lei adesso la guardavo con gli occhi nuovi di chi rinasce a nuova Vita, quarant’anni di silenzi, di recriminazioni personali di incomprensioni, lasciavano il posto a sorrisi, carezze e un profondo amore filiale. Mai nulla viene davvero per nuocere ma per metterti alla prova su nuovi orizzonti, c’era una nuova battaglia in atto e le battaglie non si perdono, si combattono! Questo mi aveva insegnato colei che mi aveva messo al mondo.
Alla fine per quanto il tempo possa mitigare le cose, resta sempre quella polvere sul cuore, inutile sbatterla per scacciarla, lei resta lì per ricordarti, non la puoi mettere sotto il tappeto, riaffiora come una vecchia cicatrice, non la puoi aspirare, non la puoi soffiare via, si impregna sempre di più tra i ventricoli, dentro di te, è parte di te e lo sarà per sempre.
Morire, rinascere una, cento, mille volte. Una persona, una città, un amore, ma nonostante tutto Vita!