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Racconto di Liliana Vastano

(Quarta pubblicazione – 13 dicembre 2019)

 

Dopo tantissimi anni, sono tornata sulla spiaggia delle mie prime vacanze. Allora ero una bambina di otto-nove anni, ora sono una vecchia signora. Ovviamente sono cambiate molte cose, tranne la linea di costa che culmina con il promontorio di Gaeta. L’isola di Ponza, come sempre, si vede e non si vede. Allora questo posto era solo un agglomerato di case lungo un tratto della via Appia, dal Garigliano alle spiagge di Monte d’Oro, prima di Formia. Poche strade attraversavano i campi e poi la sabbia, fino al mare. Nell’anno in cui sono venuta per la prima volta, c’erano ancora le dune. L’anno seguente, era già iniziata la costruzione del lungomare. Prima di approdare in questi luoghi, avevo già visto il mare. Oggi può apparire strana questa affermazione ma, allora, non c’erano automobili a disposizione e il mare distava una quarantina di chilometri dalla città in cui abitavo. Il mare che avevo conosciuto era quello di Miliscola dove andavo nelle estati in cui arrivavano in vacanza in Italia le mie cugine americane. La mia prima casa delle vacanze era proprio sull’Appia. Mio padre, per risparmiare, l’aveva fittata per tutto il mese di luglio con la sorella che aveva marito e due figli. Eravamo in otto. I proprietari erano contadini che cominciavano timidamente a fare soldi con i turisti. Intorno alla casa c’erano campi coltivati e un canneto. C’era anche una stalla con una mucca che, mentre eravamo lì, partorì un vitellino. Per me fu un’esperienza emozionante, non avevo dimestichezza con questo genere di cose visto che abitavo in città. Per arrivare al mare, si percorreva un viottolo che attraversava prima la campagna e poi le dune. In spiaggia andavamo quasi sempre con mamma e zia perché gli uomini di casa tornavano in città per lavoro. Mia madre e mia zia si occupavano di noi bambini e dell’andamento della casa. Preparavano pranzi molto diversi da quelli abituali: impepata di cozze, spaghetti con le telline, polipetti affogati, alici fritte. Mamma diceva che il pesce, oltre ad essere freschissimo, costava meno di quello della pescheria di casa. Di pomeriggio non si tornava al mare. Noi ragazzini giocavamo a tamburelli, a bocce o a dischetti nel cortile di casa. Nel tardo pomeriggio si usciva per il gelato. Dopo cena, si passava il tempo a chiacchierare o si andava eccezionalmente al bar quando c’era qualcosa d’interessante in televisione. Alloggiammo per due anni nella casa sull’Appia. Quando fu ultimato il lungomare ci trasferimmo in case più comode e più vicine al mare anche perché noi ragazzi eravamo diventati più grandi e cominciavamo a frequentare i lidi anche nel pomeriggio. Verso la metà degli anni sessanta, sull’onda del miracolo economico, mio padre, spinto da alcuni amici, volle andare in vacanza in Romagna, prima a Rimini, poi a Riccione. Si chiuse così il primo capitolo della mia vita. Quando sono ritornata in questi luoghi, con il cuore ancora in subbuglio per la morte di mia madre, ho cercato di individuare qualcosa che mi riportasse al quel periodo felice, soprattutto le case in cui avevo abitato e che avevano racchiuso i miei sogni di allora, le emozioni, i progetti ancora molto vaghi per il futuro.  La ricerca non è stata facile ma qualcosa ho trovato, soprattutto le due case vicino al mare a ridosso del Lido Delizia, tinteggiate diversamente, circondate da altri condomini ma, sostanzialmente intatte, come nei miei ricordi. La casa sull’Appia, però, non sono riuscita a individuala nonostante mi sia impegnata molto. A dire il vero, mi è sfuggita per un soffio. Vi racconto com’è andata: La sera prima di partire avevo deciso di fare un ultimo tentativo. Ero uscita da sola per concentrarmi meglio sui miei ricordi. Faceva molto caldo, un caldo appiccicoso, fastidioso, che non dava tregua. Mi fermai a riposare su una panchina e bevvi un po’ d’acqua dalla bottiglietta che porto sempre con me. Poco dopo si avvicinò una signora e si sedette anche lei. Aveva una fisionomia che mi era familiare, un’età indefinita, occhi verdi, proprio una bella signora! Era vestita tipo anni cinquanta, gonna larga a fiori, camicetta fucsia, cintura alta in vita. Ai piedi aveva degli zoccoli di legno con tacco di metallo che erano stati il mio sogno quando ero ragazzina. Incominciammo a chiacchierare ed anche lei mi parlò di una casa sull’Appia dove era stata in vacanza tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta. Mi parlò delle sue figlie, della cognata che divideva con lei l’appartamento, dei pranzi a base di pesce, delle cozze da pulire in grande quantità per l’impepata e così via. Mi confidò che la sua famiglia si era concessa quella vacanza, la prima in assoluto, perché il marito aveva guadagnato bene, durante l’inverno, con le traduzioni. Quei soldi sarebbero stati utilissimi per ristrutturare casa ma lei e il marito avevano preferito regalare un soggiorno al mare alle loro due bambine che, d’inverno, soffrivano di mal di gola. Le bambine si divertivano molto sulla spiaggia e, dopo il bagno, mangiavano sempre una pizzetta o una fetta di cocco pur se avrebbero preferito i panini con la polpetta schiacciata, come quando andavano al mare con le cugine americane, solo che questi panini non si trovavano. Mi sembrò una persona molto disponibile, si offrì anche di accompagnarmi nella mia ricerca. Mentre stavamo chiacchierando, squillò il mio cellulare. Le chiesi il permesso di allontanarmi un po’ perché, in quel posto, la ricezione non era buona e scambiai giusto alcune battute con mio marito, impensierito per la mia prolungata assenza dall’Hotel. Quando ritornai la panchina era vuota, lei non c’era più. Mi guardai intorno nel tentativo di rintracciarla ma niente, sparita nel nulla. Peccato! Volevo dirle che mi ritrovavo in molte delle cose che mi aveva raccontato e che l’anello al suo anulare sinistro, vicino alla fede, era identico a quello che portava sempre anche mia madre.

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