Racconto di Mariangela Massetti

(Prima pubblicazione – 2 marzo 2019)

 

Le lettere non sono più di moda e trovarsene una tra le mani, in presenza del mittente, è quanto meno inusuale. Me l’aveva consegnata con un grande punto interrogativo negli occhi una giovane donna ventitreenne che conoscevo da quasi un anno per motivi di lavoro. All’inizio la ritenevo un po’ presuntuosa e troppo precipitosa nel suo modo di fare. Sparava mille parole al minuto e gesticolava come se dovesse difendersi sempre da uno sciame di mosche in arrivo.
In virtù del fatto che io ero la sua tutor, prima di formulare valutazioni, ho aspettato per capire cosa ci fosse dietro tutta quella fretta che la contraddistingueva. E poi brava era brava non c’è dubbio. In ufficio era reclamata da tutti anche per compiti che andavano oltre il suo ruolo di stagista e nel corso dei mesi abbiamo incominciato a collaborare con empatia. Stava iniziando un’amicizia oltre che un rapporto di lavoro.

– Elena un giorno ti dovrò dire tutto di me –. Me lo aveva bisbigliato varie volte mentre facevamo la strada verso casa assieme visto che abitiamo vicine. Aveva bisogno di venir fuori da quel guscio duro e a volte strafottente ma dovevo rispettare i suoi tempi.
Così ci siamo ritrovate dopo mesi, sedute in un bar del centro, a bere un aperitivo, con lei che tirava fuori una busta stropicciatissima dalla borsa e la gettava sul tavolino tra patatine e tramezzini. – Ora leggila perchè voglio vederti mentre lo fai -. E io l’ho fatto. Tre fogli fitti.

Sono passati alcuni anni da quel giorno e mi stupisco sempre quando ci ripenso. Di come siano strani i legami che tengono insieme le persone, le emozioni e i pensieri. Di come la maggior parte delle volte siamo noi a falsificarli, a spezzarli a modificarli nel loro DNA.

In quella lettera c’era l’abbozzo di una vita e una ragazza ingenua, tormentata, confusa, ma piena di sogni, me l’aveva consegnato. Sotto i miei occhi nasceva una storia che raccontava di un piccolo e triste paese al limite estremo della provincia di Genova. Una strada con file di case uguali sui due lati. Grigie, falsamente anonime con le persiane quasi sempre chiuse ma vive di una curiosità bigotta e malsana. Un paese dove i pettegolezzi sono una quotidianità cattiva ed inesorabile e che per una ragazza adolescente con la testa pensante significavano la prigione.

La lettura mi presentava la bambina, la ragazza, che studiava per far contenti tutti e che viveva nel terrore della sofferenza, che imparava piano piano a mascherare i tremiti per essere l’appoggio di suo padre e suo fratello mentre cercava di affrontare la malattia di sua madre con finta noncuranza. Le parole si snodavano davanti a me e sentivo la loro energia fuoriuscire e venirmi incontro.
Con la crescita la vita si complicava, le pulsioni rimanevano nascoste e soffocate anche se lei si raccontava che sarebbe andato tutto bene, che sarebbe stata amata da tutti e che non avrebbe deluso le aspettative di parenti e amici.

Gli anni della scuola dalle elementari al liceo erano trascorsi veloci ma faticosi e l’unica scoperta che le aveva dato sollievo e in cui si era gettata a capofitto era stata la scrittura. Cominciava a cimentarsi con brevi racconti ed io che ne avevo letto qualcuno sapevo che erano incredibilmente belli.

Avanzavo nella lettura fino alla comparsa di un personaggio ambiguo, di quelli che una ragazza nemmeno ventenne non vorrebbe conoscere per nessuna ragione al mondo. Un uomo domiciliato in un centro di recupero, seguito da sua madre. Lei pur invalida ne faceva una questione morale, tentare di riportarlo a galla coinvolgendo anche tutta la famiglia.
Sono cominciati così rapporti intrecciati devastanti, di dipendenza affettiva ed economica conclusisi solo dopo la morte di Claudio, un soggetto fuori controllo.
Michela non aveva mai avuto chiare le dinamiche di quel periodo e per questo aveva sofferto ancora di più. Da brava ragazza comunque aveva portato a termine ad ogni costo e con ottimi risultati i suoi studi a Genova con il conseguimento della laurea in Scienze della Comunicazione.

Ad un certo punto della sua carriera scolastica e lavorativa è arrivato anche il primo stage nella redazione di un magazine e l’inizio della sua vita da studente fuori sede in alloggio condiviso.

Mentre leggevo, ogni tanto alzavo gli occhi per incontrare i suoi sotto il cappello con visiera che portava in versione estiva e invernale e che mal teneva imprigionata la frangia ribelle. Le gambe accavallate erano un’altalena senza sosta. – A che punto sei? Hai già passato il racconto di Claudio? – Le lunghe braccia si allungavano e accorciavano in una danza nevrotica -. – Io mi sento in colpa perché alla fine la sua morte è stata una liberazione -.

Leggevo, la osservavo e dalle sue parole percepivo che c’era dell’altro e che l’atmosfera del paese in cui era cresciuta era stata come una condanna alla finzione. Tra le righe anche la presenza di un fidanzato quasi obbligato, un matrimonio della sua migliore amica molto sofferto, una sudditanza mal vissuta alle compagne di scuola.
Proseguivo nella sua storia che diventava quella di un incontro con una persona speciale nel luogo dello stage, una persona che finalmente l’aveva emozionata e le aveva cominciato ad aprire il cuore. Non c’era ancora traccia del nome e questo mi incuriosiva.

Veder nascere un amore è sempre un privilegio, qualunque possa essere l’epilogo o la scelta e io sentivo la voglia di libertà sbocciare da ogni sillaba. Poi il primo particolare, la differenza di età: ventitrè anni in più che aveva Silvia rispetto a Michela. Ho aspettato un attimo, sono ritornata qualche riga indietro e ho riletto attentamente. Non avevo sbagliato, c’era scritto Silvia.

Il suo era un amore omosessuale che le aveva cambiato la vita, l’aveva affrancata dal giogo del perbenismo di paese, sue testuali parole, un paese che aveva sempre oppresso, lei e i suoi genitori.

La realtà di questa verità tradotta in scrittura Michela me l’aveva consegnata con mille dubbi.
Era ancora lontana dall’accettazione di se stessa ma io le sono grata. Per avermi scelta come custode del suo bozzolo che oggi è una splendida farfalla.