Racconto di Doris Bellomusto

(Seconda pubblicazione – 4 giugno 2021)

 

 

Le ambizioni hanno bisogno di spazio, tempo e silenzio, possono fiorire o marcire, dipende da come il cuore le accoglie; le mie hanno appena messo radici, ora voglio vedere se e come cresceranno.

Non ho avuto pretese per anni, ho accettato sempre lo status quo delle cose intorno, assorbendo codici esistenziali estranei alla mia natura, ripetute forzature, che agli occhi di chi dice di amarmi sono attenzioni, cure, gesti di affetto.

Chi dice di amarmi si sveglia al mattino e non sa se gli ho dormito accanto e per quanto tempo o se ho attraversato ogni stanza, silenziosa e furtiva, annusando odori estranei sui suoi vestiti o fra le sue carte sparse.

Chi dice di amarmi mi concede carezze distratte e lascia che il suo tempo si sovrapponga al mio, indifferente al ritmo diverso delle nostre vite, incosciente del mio cuore sovraccarico di battiti, a dispetto dell’età.

Io ho creduto che una carezza al mattino, il tepore delle sue mani sul mio corpo, la sua attenzione alla mia salute potessero bastare alla mia felicità.

Ma una mattina all’alba, affacciata alla finestra, ho intravisto nuove possibili vite non vissute e ne ho avuto nostalgia.

È bello il mondo la mattina presto, si veste di attese, di soprese e promette nuovi inizi. All’alba le luci degli altri hanno acceso in me nuovi desideri, l’odore del caffè, estraneo a questa casa, mi ha spinto oltre il recinto.

Chi dice di amarmi, al mattino beve latte parzialmente scremato e lo condivide con me senza guardarmi, tiene gli occhi sul giornale, poi mi concede una carezza e scivola via dalla mia vita per tornare quando io non so prevedere.

Il mio tempo scorre lentissimo, sono stata sempre capace di aspettare ore e ore prima che un mondo, a me sconosciuto, mi restituisse le mani che desidero addosso, per ore e ore ho saputo aspettare seduta su un divano, acciambellata sul letto, sazia di me stessa.

E adesso, invece, sento un languore sconosciuto, una nostalgia che non conosce resa e si accende di nuovi significati. Avere nostalgia delle vite possibili, messe da parte per distrazione, incuria, superficialità o errore, sentire l’insana voglia di ritentare la sorte, alla mia età può essere rivoluzionario.

Nuove abitudini si impongono al mio tempo lento, quando sono sola in casa trascorro ore affacciata alla finestra e mi perdo fra le strade che non ho mai avuto il coraggio di attraversare da sola.

Sempre più spesso quando torna lui, io non rinuncio alle sue mani addosso, gli restituisco tutto il calore ricevuto, ma subito dopo, mentre lui si attarda fra ordinarie faccende io esco a fare una passeggiata e scopro che perdersi fra vie sconosciute non mi fa paura.

Ho trascorso anni nel timore di perdere le mie certezze, ma adesso scopro che perderle avrebbe potuto significare conoscere la mia più autentica natura, mi accorgo dell’inganno.

Chi dice di amarmi ha fatto di me un arredo alla sua vita, chi dice di amarmi non sa quanto ho bisogno di graffiare il mondo, non sente il profumo delle cose con la mia stessa intensità.

Chi dice di amarmi non ha tenuto in conto l’intuito che guida le mie scelte, quello stesso intuito che adesso mi spinge oltre questa finestra socchiusa.

Basterà un salto e non sarò più qui.

Sarò libera, sarò finalmente randagia.

Una gatta randagia sui tetti di una città grande quanto basta per ritrovare ogni mio dimenticato istinto.

 

 

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