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Racconto di Antonio Blunda

(Prima pubblicazione – 30 marzo 2021)

 

 

 

Vi racconto di questa storia, di parecchi anni addietro, quando ancora a Trivalieri si camminava a piedi o con gli asini, e c’erano, se ben ricordo, due sole macchine in tutta la provincia.

Furono anni difficili da dimenticare. Anni del dopoguerra, ri picca manciari, chè la famiglia di Gaspare Scarano, netturbino, – una moglie e tre figli – non se la passava bene.

Giannino, era il più piccolo dei tre, aveva otto anni e faceva la terza elementare. Un bambino buono, sempre ordinato, dai capelli composti, il naso dolcemente imperfetto, gli occhi neri e profondi. Bravo e volenteroso. Era bravo a scuola, sebbene c’avesse i libri usati e una penna soltanto.

I pantaloni spesso e volentieri erano già rattoppati o sdruciti, perché, com’era consuetudine, se li erano passati prima i fratelli più grandi, e ugualmente le scarpe. Di rado accadeva che queste venissero regalate da qualche anima generosa, ed allora per Giannino era quasi una festa.

Ma il grembiulino blu, dal fiocco bianco immacolato, quello era sempre impeccabile.

Alcuni compagni di scuola a Giannino lo prendevano in giro, perché era puvireddu. Quasi che, ad esserlo, fosse una colpa.

Ormai sono adulto, e continuo a credere che i bambini non comprendano davvero il male, non di meno quello rivolto ai loro coetanei. Tuttavia restava il fatto che questi crescessero con le abitudini, e spesso, con certi cattivi inguaribili insegnamenti delle proprie famiglie, dove la povertà manco c’era inciampata per caso, e mangiare, vestiario e i giocattoli, non mancavano e non si desideravano mai. Come vi dissi, era bravo, Giannino, molto più di tanti altri. Ma gli altri, soprattutto quelli che andavano vestiti bene, erano i figghi ri chiddi impurtanti. Figghi di quelli che, per strada, se l’incontri, s’aspettano che levi tu per primo il berretto, perché nascono già nell’anima con quell’arroganza dell’ossequio preteso.

E vuoi o non vuoi, in qualche modo – come pensava Gaspare Scarano – sei tu che gli devi calare le corna, perché è gente che conta, e puoi averne bisogno.

Ma Gaspare, proprio per le frustrazioni e umiliazioni subite, le corna non voleva calarsele più, o almeno, voleva che questo passaggio di miseria e riverenza non fosse più obbligato ai suoi figli. Perché un giorno potesse finire questa storia, e potessero diventare loro, qualcuno. E così, li faceva studiare tutti, con grandi sacrifici, suoi e di sua moglie.

Ora, mi ricordo di un piccolo aneddoto, uno di quelli che la dice lunga su quante volte, con l’impegno, gli sforzi, e la costanza che ci metti, la vita non sempre ha voglia di sputarti in faccia, o peggio, di vederti in ginocchio, quasi a farti comprendere che c’è un ineluttabile destino per ognuno.

Un destino che ti dà in partenza per vinto, e per quanto tu potrai darti da fare, lottare e sbracciarti, qualcun altro sarà sempre con un passo più avanti del tuo.

Uno che affronta tempeste e intemperie con l’ombrello aperto da qualcuno, o qualcosa, ed ha onori e successi che gli passano e gli cadono addosso senza che questi abbia mai prestato una grande fatica o grandi qualità, per meritarsi qualcosa. E tutto questo perché…e non si sa il perché. Ma è così, che ti risponde la vita.

Eppure, perfino a quelli che ci piove di sopra con l’ombrello aperto, ogni tanto, dalla vita, ne hanno merito e riconoscenza.

Comunque, un giorno di scuola – mi ricordo che era di primavera, ed erano quasi le undici e trenta, e mancava poco alla ricreazione – Peppino il bidello bussò alla porta della classe, preannunciando l’ingresso del Preside, il barone Giuffrida, uno tutto d’un pezzo, preparato assai, e pure assai severo, nei modi e nelle forme.

Agnese Bellìa, la maestra, ci disse di metterci in piedi, sull’attenti, e così facemmo all’unisono, senza fiatare all’ordine, inquadrati come militari di fanteria.

Giuffrida entrò con gli occhi indagatori, le mani dietro la schiena.

Il silenzio s’era fatto assordante, sembrava che si attendesse una condanna a morte di qualcuno. Prese l’elenco e iniziò a far domande a quelli dei primi banchi, domande di storia, geografia, italiano e matematica.

  • Mancuso, qual è la capitale della Francia?

E Mancuso, figghiu ri ricchi, ma sciccazzu, non seppe rispondere.

  • Catalano, che fiumi passano in Sicilia?

Pure Catalano, figghiu ri farmacista, e compagno di banco di Mancuso, manco disse una parola.

  • Bonsignore, quanto fa otto per nove?

Macchè. Scena muta, una di quelle che nemmeno si fanno ad un interrogatorio di polizia. Giuffrida si girò indignato verso la maestra Bellìa, mortificata.

  • Signorina Bellìa…ma questi ragazzi, li fa studiare, o non fanno niente?

La maestra era con la testa bassa e assai mortificata. I tre somari in grembiule, Mancuso, Catalano e Bonsignore, se ne stavano in piedi, scantati e tremanti.

Poi, dopo dieci secondi di imbarazzante e interminabile silenzio, Giannino Scarano, dall’ultimo banco in fondo alla classe, si alzò in piedi, e senza esitare, rispose bene a tutt’e tre le domande.

Giuffrida sembrò quasi sorpreso. Poi accennò un sorriso, e piegò più volte la testa, in segno di approvazione.

  • Bene,bene…come ti chiami?
  • Giovanni Scarano, signor
  • Bene, Molto bene. Continuiamo, continuiamo così. E voi tre, prendete esempio!

Poi se ne uscì, per com’era entrato, freddo e meccanico.

Agnese Bellìa si sentì sollevata. S’asciugò la fronte e disse “Ora, ragazzi, recitiamo il Padre Nostro, e poi facciamo il dettato”.

Agnese attraversò la classe, fin lì dov’era seduto Giannino, a sinistra, accanto alla finestra, che già s’era messo a scrivere.

Gli mise una mano sulla spalla, dicendo ad alta voce ai compagni che l’avrebbe fatto capoclasse per tutto l’anno. Perché se lo meritava.

Da quel giorno, credetemi, e ve lo posso giurare e stragiurare, tutti smisero di prenderlo in giro, a Giannino Scarano.

E a suo padre, quando glielo raccontò la maestra, questo stava quasi morendo d’orgoglio.

Perché Giannino era un bravo ragazzo. Povero forse, ma uno di quelli bravi. Uno di quelli da prendere da esempio.

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