Racconto di Alessandra Montali

(prima pubblicazione – 12 agosto 2020)

 

 

Rileggo quelle cifre sotto la luce del lampione. Ci deve essere uno sbaglio. Le gambe hanno un non so che di molle. Conto di nuovo gli zeri di tutte le cifre: sono tre e stanno dietro  a 500.

“500.000 e l’ho trovato per tre volte, quindi…”  sussurro a me stessa.

Il regolamento lo conosco a memoria, perché ogni sabato compro sempre quel tipo di grattino e recita così:” Se si trovano tre importi uguali, si vince quella somma:”

Le gambe mi cedono e devo sedermi sulla panchina lungo il viale. Ho il cuore che manda sussulti e temo che da un momento all’altro mi scoppi la tachicardia. Torno a guardare il “gratta e vinci”, penso ancora di aver visto male e temo che qualche zero possa essere scomparso, o che, tanto desiderosa di vincere, me ne sia inventato qualcuno. Gli occhi tremano nel ripercorrere quei numeri. Tutto è rimasto come prima, non ho inventato nulla: ho veramente vinto 500.000 euro. Devo aspettare qualche minuto prima di alzarmi, temo di crollare a terra col biglietto in mano. La luce del lampione proietta la mia immagine sull’asfalto. Anche l’ombra  riflette il mio sognante sgomento.

Mi incammino verso casa, tengo il biglietto in tasca. Le dita lo sfiorano ogni tanto. Devo sentirne il contatto, solo così ho la prova che sia la più reale delle realtà. Sento la mano tremare dentro la tasca e le gambe continuano a essere di burro sotto l’intercedere dei passi.

“Ma ora dovranno ricredersi tutti!” penso soddisfatta. Sono felice, perché adesso è il momento in cui mi sorrideranno, mi abbracceranno, mi degneranno della loro considerazione. Mi ameranno come ho sempre chiesto in tutti i modi, anche nel silenzio negli ultimi tempi

Faccio le scale con calma, ho paura che il cuore mi zampilli fuori. Apro la porta e ritrovo la stessa scena di ogni sera: il cane e le due gatte mi vengono incontro. Mio figlio, quindici anni è lungo sul divano intento a guardare il cellulare; dalla camera esce mia figlia col borsone da palestra a spalla e per poco non mi butta giù per passare. Giusto un ciao sbiascicato. Le ricordo che domani ha scuola, a breve avrà l’esame di maturità e le chiedo di non tornare tardi. Mi risponde con una parolaccia, si tira dietro la porta ed  esce. In cucina  mio marito sta apparecchiando, ha ascoltato tutto, ma come al solito non dice niente. Mi accoglie col medesimo: ”Ah sei arrivata.” Non è né un’esclamazione, né un punto di domanda.

Il cuore ha smorzato tutti i battiti gioiosi e quella notizia che mi solleticava in bocca non riesco a darla. Mi tolgo la giacca, la borsa e torno a guardare mio marito, la cui unica preoccupazione è il cibo e il mangiare in orario, poi mi soffermo su mio figlio, ne incrocio lo sguardo e mi sento dire: ”Cazzo hai da guardare?”

“La prossima volta che dici così, ti do un ceffone.” La solita uscita di mio marito, per lui c’è sempre una prossima volta per dare uno schiaffo a chi se lo meriterebbe ora.

“Si mangia!” annuncia dalla cucina.

“Non mangio.” Dice mio figlio, senza togliere gli occhi dal display.

“Stasera salto anche io.”  E mi chiudo in bagno dopo aver preso il biglietto dalla tasca della giacca.

Ho due figli adolescenti maleducati, un marito che non mi ha mai aiutato, al di fuori della cucina, ma che al contrario, ha sempre cercato di mettermi in cattiva luce con i nostri figli, anche per le mie creazioni. Sono una pittrice nei ritagli di tempo dal mio lavoro. I miei figli non hanno mai apprezzato le mie opere, neanche quella che ha vinto un premio internazionale a Basilea.

Mi ritrovo a pensare ai soprusi della sua famiglia contro di me quando gli scoprii la tresca con un’altra. Era da molto che non ci pensavo. Ho perduto anche mia madre in quella dolorosa circostanza: invece di starmi vicina, mi disse soddisfatta che mio marito aveva fatto bene a trovarsene un’altra, perché io lavoravo troppo e perdevo tempo con quegli stupidi quadri. Quella scena mi arriva di nuovo. Riascolto quelle parole in un’eco lontana. Era un tardo pomeriggio di maggio quando cancellai mia madre. Avevo fatto le scale a due a due arrabbiata come non mai. Il viso contrito, il fiato corto e veloce. Avevo suonato al campanello della sua abitazione per andare a riprendere mio figlio. Ero tornata in quel momento dal lavoro e dal citofono mi ero sentita rispondere da mia madre che non mi avrebbe dato Michele, perché il padre glielo aveva portato e lei l’avrebbe riconsegnato solo a lui, non a me. Ricordo di essermi attaccata al campanello in un attimo di follia.  Lo pigiai ripetutamente che tutto il palazzo sentì e il portone mi fu aperto. Da mia madre? Dagli altri condomini? Non l’ho voluto sapere, ho preso mio figlio e me ne sono andata. Sette anni fa. Da allora non ho più una madre e lei non ha più quella figlia che l’amava al di là di quel carattere prepotente. Ho una donna ormai anziana che ha bisogno di me per la spesa e quando sta male. Da sempre ho questo limite: tutti coloro che mi hanno fatto male sono stati relegati in esilio, lontano dal mio cuore. Lo stesso è accaduto  per mio marito, sono solo rimasta a condividere casa e famiglia con lui; non so se l’abbia capito davvero, ma mi ha persa, non ha più la mia stima, non ha più il mio sorriso. Sono anni che non sorrido più. Mi guardo alla specchiera, mi tiro la pelle delle guance con le mani. Sono invecchiata e sembra che solo adesso me ne renda conto. I nostri figli capricciosi già prima di quel brutto evento, sono peggiorati. Prepotenti e indisciplinati hanno sempre parteggiato per la parte più debole: il padre, colui che risolve tutti i loro guai, colui che non si oppone ai loro desideri  del momento. Nel giro di poco tempo sono diventata per tutti invisibile, se chiedo qualcosa mi viene risposto male e la gentilezza nei miei confronti viene usata soltanto quando mi devono chiedere soldi. Esisto davvero solo agli occhi di quelle tre bestiole. Penso e piango.

Il vecchio barboncino gratta alla porta del bagno e reclama le coccole, di certo nessuno l’avrà portato fuori per la passeggiata. Lo prendo in braccio e gli faccio vedere il biglietto, lui l’annusa e poi mi lecca il naso. Nascondo il biglietto sotto il cuscino e vado a dormire, domani prenderò una decisione.

Un mese per sistemare tutto. Ho i soldi con me. Sono andata dal mio amico che fa il notaio e ho lasciato 50.000 euro a testa per i miei figli.                                                                                A mio marito ho lasciato molto meno. Denaro pure per i miei genitori anche se i soldi ce l’hanno sempre avuti. Ho pensato anche a un’amica, la conosco da pochi anni, ma le voglio bene. Solo a lei concederò il numero del mio nuovo cellulare quando sparirò. Sì, perché ho deciso di sparire da qui, resterò sempre in Italia, ma metterò parecchi chilometri tra la mia vecchia vita e quella nuova. Il mio amico notaio sarà il tramite con la mia famiglia, se e quando ce ne sarà bisogno.

Lascio la casa vuota, nessuno si immagina che al ritorno troveranno solo una lettera. Non mi cercherà nessuno, ero già un fantasma per tutti loro e ora hanno avuto ciò che tanto pretendevano da me: soldi. Ritornerò? Me lo sono chiesto. Per ora dico di no, ho bisogno di ritrovare me stessa, mi sono persa nel dolore e nell’insoddisfazione, devo trovare la forza in me per risollevarmi e ritornare la persona felice di un tempo, quando il sorriso e le risate aprivano e chiudevano il giorno. Voglio procedere passo dopo passo e riconquistarmi, devo iniziare a volermi bene davvero. Quando ritornerò, se ritornerò, troveranno una donna che non hanno mai conosciuto, quella madre annullata

sarà solo un ricordo per loro e per me. Non sto fuggendo anche se lo sembra, nella lettera che il notaio consegnerà loro oggi pomeriggio spiego ogni cosa. Servirà a tutti questo esilio.

Ho finito di caricare le valigie in macchina, prendo con me anche le tre bestiole, tanto sono un peso per il resto della famiglia. Dove andremo ci sarà un casale immerso nel verde di un parco enorme. Anche loro staranno meglio. Sono felice di ricominciare. Metterò su una fattoria e un maneggio,  voglio stare a contatto con gli animali e con la natura. Ho portato con me anche la valigetta dei colori e un paio di tele ancora bianche:  sì, credo che riprenderò a dipingere.  Mi giro verso i pelosetti al sicuro nei loro trasportini. Occhi di giada e un paio di bottoncini neri mi guardano fiduciosi.

Accendo il motore e parto.

 

Questo racconto ha vinto il premio Tutti i colori delle donne 2019 ad Ascoli Piceno